Striulli, dall’oratorio alla laurea. “Così è cambiato il mio basket”

Striulli, dall’oratorio alla laurea. “Così è cambiato il mio basket”

La play di Venezia si racconta. Dalle sfide tra bambini alla solitudine dopo gli infortuni: “Pallacanestro palestra di vita ma non è più la prima cosa”

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In piedi, remo in mano, rivolta verso la prua, fa scivolare la gondola lungo i canali della sua Venezia. Se vi pare di riconoscerla, non sbagliate. E’ la stessa ragazza che avete visto sul parquet, con maglietta e pantaloncini, vestire la divisa di tante squadre, da Udine a Cagliari, da Orvieto a Spezia, da Napoli a Marghera, e attaccare avversarie e canestro con grinta e determinazione.

Da buona veneziana, Erika Striulli, 26 anni da compiere il prossimo 20 ottobre, non ha voluto perdere l’occasione per imparare a vogare, nella città dove è nata, dove ha frequentato l’oratorio di San Giobbe e dove ha cominciato a giocare a pallacanestro.

Tradizione di famiglia. Non poteva essere diversamente, quando in famiglia hai due riferimenti importanti. Il nonno Nirvano, scomparso nel 2004, che le ha trasmesso l’ideale dello sport nella sua genuinità e semplicità, quello vero, quello del campo. E il padre Dante, giocatore e allenatore di basket, che la piccola Erika seguiva in palestra.

Se pensate che tra i canali, i ponti e le calli di Venezia non ci sia spazio per prendere in mano la palla a spicchi, vi sbagliate.

“Proprio così – racconta Erika -. Ho cominciato a giocare nel 1996, a 6 anni, frequentavo la prima elementare e andavo all’oratorio. Qui tutti gli oratori hanno campi da calcio e basket, 20 anni fa l’estate si trascorreva in questi ambienti e si imparava a giocare”.

Una vita semplice e spensierata, quella di una bambina che sin da piccola aveva deciso di voler giocare a pallacanestro.

“Mi ha sempre entusiasmato – dice Striulli – entrare in palestra, allenarmi, giocare. E’ una di quelle cose che mi mette a mio agio, che mi consente di far vedere quella che sono, nel bene e nel male”.

L’inizio alla Reyer. Il primo club è la Reyer, dove Erika fa ben presto una scoperta: “Ho constatato che il concetto di squadra viene strumentalizzato a seconda di come fa comodo. Mi è stata fatta pesare la differenza tra me e le mie coetanee. Io credo che non siamo tutte uguali e ci deve essere la meritocrazia. Al singolo devi insegnare a stare con gli altri, al gruppo a riconoscere la bravura degli altri, senza invidia. Altrimenti passa un messaggio sbagliato che rischia di togliere entusiasmo a chi ha più talento e può fare bene”.

Una considerazione che per Striulli vale in particolare per il settore giovanile, mentre tra le senior intervengono altre dinamiche.

In 12 d’accordo? Mai. Si sente spesso parlare di gruppi uniti. In realtà è impossibile che dodici ragazze di una squadra vadano sempre completamente d’accordo. Una squadra esiste quando le giocatrici si mettono a disposizione dell’allenatore, condividono il progetto e si ritagliano un ruolo. Per esempio lo Spezia di coach Barbiero, stagione 2013-2014, era un gruppo super ma non perché eravamo tutte amiche, ma perché tutte credevamo nel lavoro svolto dall’allenatore. E immagino che anche a Lucca, prima in A1, quest’anno si viva una situazione del genere”.

Lucca, già. Dopo gli anni alla Libertas Udine (dal 2006 al 2010) nell’estate di sei anni fa a Erika si spalancano le porte dell’A1. La chiama un’icona del basket come Lidia Gorlin, la vuole nel Basket Le Mura fresco di promozione dall’A2. Gorlin crede nel talento e nelle doti della play di Venezia.

Diciotto mesi di calvario. Ma il destino ha in serbo una brutta sorpresa per Striulli e quella porta che le si era aperta le si chiude brutalmente in faccia.

Ci sono problemi ai piedi, Erika non riesce nemmeno ad allenarsi. Si ferma e inizia il suo calvario, le viene diagnosticato il neuroma di Morton. A Lucca non giocherà neanche un minuto, contratto rescisso, cure e poi due operazioni nell’aprile e nel settembre del 2011 da parte del dottor Massimo Toffolo. Lunghi mesi di inattività fino al rientro nel gennaio del 2012 a Marghera, accanto a casa.

L’idea del basket cambia. Un doppio infortunio che cambia la percezione che Striulli aveva della pallacanestro.

 “Sono stata 18 mesi senza giocare – spiega – un anno e mezzo vissuto in solitudine. Nessuna persona di quello che definivo il mio ambiente si è interessata alla mia situazione, è stato davvero brutto. Devo solo ringraziare Guido Novello e Claudio Luzzi Conti, quasi un secondo padre per me, che mi hanno supportato, facendo tutta la differenza del mondo. Da quell’esperienza sono uscita con la convinzione che il basket non è tutto, ho distinto fra palestra e vita di tutti i giorni. Di fronte ai tanti compromessi che mi sono trovata davanti ho deciso di vivere le cose a modo mio. Prima tutto ruotava intorno al basket, ora qualche volta riesco a staccare e sto meglio di prima”.

La stagione successiva è a Cagliari, con il Cus, e qui trova un compagno inseparabile, un cane che prende in braccio quando aveva 23 giorni e non lo lascerà più. “Per quanto possa sembrare banale – afferma Striulli – prendersi cura di un animale ti cambia la vita. Si affida a te al 100% e tu ne sei responsabile. Arrivi a casa dopo l’allenamento o la partita e capisci che la pallacanestro non esiste più e che il tuo cane è più importante”.

Disillusione a parte, il basket ha avuto e ha comunque un ruolo importante per Erika. “E’ una palestra di vita che mi ha fatto imparare tante cose – dice -. Mi capita di confrontarmi con ragazzi di 25-30 anni e vedo che non sanno stare al mondo. Il basket ti impone dei sacrifici, ti insegna a organizzarti la vita. Perdi, vinci, fai i conti con gli infortuni ma poi devi rialzarti. E inoltre mi ha dato l’opportunità di conoscere posti e persone diverse”.

Striulli ama il mare ma anche i monti. “La montagna vera – afferma – quella della Val Badia in Alto Adige. E il mio sogno è di visitare un giorno il Montana, negli Stati Uniti”.

Intanto gioca, a Marghera, agli ordini di coach Francesco Iurlaro, un allenatore che stima. “In una A2 non di grande livello – dice Erika – qui è stata fatta la scelta, che ritengo giusta, di far giocare ragazze under 18 e under 16. Mi trovo bene, dopo una esperienza non proprio positiva a Napoli ho ritrovato serenità e spensieratezza”.

Laurea in arrivo. E a giugno arriverà la laurea in economia e commercio alla Ca’ Foscari, l’università della sua città, dove si dovrebbe fare di più per i giovani.

“Se fossi io il sindaco – afferma Striulli – cercherei di promuovere politiche per rendere la città più vivibile, per i giovani e gli studenti, compresi quelli che vengono da fuori. Per esempio le case costano tanto, mancano iniziative per le coppie più giovani. Bisognerebbe sforzarsi di più in questa direzione. Vivere a Venezia è particolare: non siamo abituati alle auto, quando andiamo al supermercato arriviamo a casa con le borse in mano, camminare 40-50 minuti è una cosa normale. Si cresce in un’altra dimensione e credo che sia più facile per un veneziano vivere in un’altra città, che per un forestiero abituarsi qui. Anche se questa è la più bella città del mondo”.

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