Napoli: la via crucis passa per la Verona in festa

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Snervante. Avvilente. Urticante. E’ l’agonia a cui sono costretti i tifosi di Napoli, quei pochissimi e fedelissimi che hanno ancora la forza di documentarsi, di seguire, provare a capire le tristi vicende dell’Azzurro. Ormai c’è chi va di countdown, perché questa stagione termini al più presto, sopraffatto dalla rassegnazione. Ma c’è anche chi spera che bene o male questo titolo di A2 venga salvato, chi spera che barcamenandosi tra difficoltà e scadenze varie si sbarchi questo tremendo lunario, chi plaude a una squadra ridotta sì ai minimi termini, ma che ha sempre onorato la maglia. Strade diverse, punti di vista tutti legittimi, ma che si ritrovano in un’amara sostanza: quella della precarietà societaria, quella di un’instabilità che affligge la Givova e i suoi pochi, scotenti superstiti, tanto che non si escludono terribili colpi di scena. Luglio non è lontano, il gruppo Castaldo è pronto a raccogliere il testimone, ma solo a certe condizioni. Serve una società disponibile a costo zero, pulita, scrostata da tutte quelle pendenze e tutti quei debiti figli di una gestione non proprio esemplare, tutt’altro che lungimirante. Ci si è spesso soffermati sui debiti totali (3-400 mila euro), sulle rate da pagare in merito all’utilizzo del PalaBarbuto (21 mila euro circa), e sui lodi che Matteo Gregis è chiamato a risolvere (sette di cui due morosi ed esecutivi, 130-40 mila euro da reperire). Entro fine marzo però andranno smaltite anche la sesta rata delle tasse federali stagionali (5.000 euro) e la quarta rata NAS (pari a 12.500 euro), anche se nel frattempo l’urgenza vera si chiama stipendi: anche stavolta si è risolto tutto per il rotto della cuffia, ma ormai la squadra non si fida più, ogni minimo ritardo può essere pagato caro. Si parla di poco o più di un mensilità da sanare, e la vicenda Brkic insegna che mancare su questo può spianare la strada a un colpo fatale. In settimana non sono mancati i rischi di una rottura, di un’altra Caporetto stile “Barcellona”, le ultimissime parlano comunque di una brigata che a Verona sabato sera (ore 20.30) ci sarà, ma con soli quattro senior. Per Traini la frattura al seno frontale è ancora un nodo troppo stretto, e con ogni probabilità sarà out fino a fine stagione. Malaventura potrebbe superare la microfrattura a un dito della mano sinistra, mentre tiene banco il tira e molla con Brkic: dalla mancata discesa in campo contro Casale per i bonifici fuori tempo massimo, alla permanenza prolungata a Cesena, dopo la pausa per le finali di Coppa Italia, il giocatore resta in attesa, nel suo esilio in Romagna. Ovvio che, ancora una volta, ci si prepari ad un massacro, ingiusto e inevitabile, ma sabato c’è il rischio che il timore sia molto più fondato del solito. Infatti dall’altra parte c’è una Verona che in campionato non è più irresistibile, che negli ultimi impegni non ha mostrato la brillantezza da prima della classe, ma che sul parquet di Rimini ha ritrovato sè stessa, i suoi uomini, la sua continuità, e ha stroncato i sogni di gloria della Ferentino di Gramenzi. Successi di questo tipo in casa Scaligera non si vedevano dalla Coppa Italia del ’91 (all’epoca era unica, e Verona fu la prima squadra di A2 a conquistarla), o dalla Korac del ’98, allenata da quel Mazzon che pure la Napoli recente ricorda. Ma ora  la speranza di Pedrollo, coach Ramagli e co. è quella di scrivere nuove pagine gloriose, di trovare un PalaOlimpia pieno, pronto a festeggiare i beniamini della Fiera. Su tutti ovviamente Mike Umeh, l’MVP assoluto della manifestazione, il Polo Nord fatto persona nei liberi che, sbagliati prima, messi poi in serie con 7/7, hanno portato la Coppa ai piedi dell’Arena. 37 punti (di cui 8 nell’overtime),appena 20 tiri e il 55% dal campo, a cui aggiunge 6 rimbalzi e 7 falli subiti: una prestazione sontuosa, che potrebbe ri-proiettarlo nel radar di quella Serie A che ha visto solo di sfuggita a Brindisi, o in qualche altra realtà, ansiosa di avere nei suoi ranghi un vero leader. Ma la Tezenis, che pure ha il suo leader, non si esaurisce con l’esterno che due anni fa fece sognare Trento, prima di arrendersi contro Brescia. Tutta la truppa giallo-blù ha dimostrato di essere forte: con un po’ ritardo, ma al momento giusto, ha sempre trovato l’identità, sempre saputo imporre il suo modo di giocare, facendo quello che sa fare: vincere. A cominciare da Darryl Monroe, grande assente nel tracollo dell’andata, assolutamente dominante domenica con 19 punti, 14 rimbalzi e 11 falli subiti. I soli due assist non rendono merito della qualità dei passaggi che fa uscire dal post, che dovrebbero essere mostrati a tutti i giovani centri. Sulla coscienza ha qualche libero di troppo sbagliato nel finale dell’ultimo quarto, ma Verona alla fine la porta a casa, e di lui verranno così ricordate solo le grandi giocate che ha dispensato per tutto l’arco del match. Un match in cui comunque è emersa una certa debolezza sotto canestro, complici le prove rivedibili di Klaudio Ndoja e Matt Gandini, mentre ha tenuto la saggia regia di una macchina da assist come De Nicolao, che non prende mai un tiro che non sia necessario e quelli che prende li segna con un buon 50%. Anche nel front-court si registra l’ombra di Davide Reati, alternata alla luce di capitan Boscagin (16 punti, 4 recuperi e 6 falli subiti), si chiude con Marco Giuri un roster che non nasce con supercampioni, ma che rappresenta il culmine di un progetto ambizioso, nato più di due anni fa con l’arrivo di Ramagli. In casa veneta è iniziato il rush finale alla promozione, con la consapevolezza di un buon primo passo, in una vetrina in cui però tante altre realtà hanno dato prova della loro forza. Per questo servono segnali chiari: punti, vittorie, a cominciare da questo sabato sera. Tutt’altro che entusiasmante per i colori azzurri.