EuroLeggende: Sarunas Jasikevicius – 2003, 2004, 2005 e 2009. Vincere non basta

EuroLeggende: Sarunas Jasikevicius – 2003, 2004, 2005 e 2009. Vincere non basta

La carriera del lituano è tra le più grandi della storia del basket europeo.

di Fabio Rusconi
Nel 2013, nella sede della Euroleague a Barcellona, è stata intitolata una sala in onore a Sarunas Jasikevicius. Un privilegio, questo, riservato a pochissimi.
Eurolega, Barcellona, due fattori che non abbandoneranno mai la vita di Saras, la vita di un campione che ha segnato la storia della pallacanestro. Nominato nel 2015 Euroleague Basketball Legend, la vita di Jasikevicius è stata una montagna russa con pochi bassi e molti alti, segnata per lungo tempo da una carriera straordinaria, irripetibile. 9 scudetti in cinque nazioni diverse, 4 Euroleague vinte con 3 squadre diverse (in una MVP della Final Four), due stagioni in NBA, oltre ovviamente all’oro europeo e al bronzo olimpico con la sua Lituania.
Già la Lituania, nazione che come molte ha sofferto l’oppressione sovietica nella seconda metà del Novecento. Paese piccolo, dal clima ostile, che si colloca sulla mappa geografica del mondo grazie alla pallacanestro. Lo fa nel 1992, in quella Olimpiade passata alla storia grazie al Dream Team di Bird, Magic e Jordan. La Lituania vinse un bronzo storico, proprio contro la nazionale della Comunità degli Stati Indipendenti, la selezione nata dalla dissoluzione della fortissima nazionale dell’URSS, quella che quattro anni prima, anche grazie ai talenti lituani Marciulonis e Kurtinaitis e, soprattutto, il pivot Arvidas Sabonis, salì sul gradino più alto del podio a Seul ’88. Sabonis quell’oro non lo festeggiò, nessuno lo fece in Lituania. In compenso, il bronzo del 1992, i lituani, non lo potevano perdere: 78-82 servito e grandi (e leggendari) festeggiamenti, dei nazionali giallo-verdi-rossi, sulla Rambla e nei dormitori femminili di Barcellona di conseguenza.
Ancora Barcellona, proprio la squadra dove Jasikevicius, che festeggiò quel bronzo con gli occhi di un ragazzino che sognava di giocare con i suoi idoli (e ci giocherà), ha vinto la sua prima Euroleague. Saras infatti, dopo quattro anni di college nel Maryland (dove scoprì l’occidente esattamente come i suoi idoli, tra cui Sabonis, i quali dopo il 1992 avevano avuto come premio dal presidente Gorbaciov la possibilità di andare a giocare all’estero, anche negli USA) e l’esperienza a Vilnius e Lubiana, approda nella società blaugrana. Barcellona ha sempre avuto un certo influsso su Jasikevicius. Saras se n’era innamorato in giovane età, assaporando per le prime volte la possibilità di una vita libera, alla scoperta di ciò che il mondo offre, di ciò che a Kaunas, sua città natale, ignorava l’esistenza. Ed è proprio a Barcellona che il lituano vince la sua prima EuroLega.
Dopo due anni in cui la squadra si era fermata alle Top-16, per i catalani arriva la grande occasione. Final Four in casa, al Palau San Jordi, il palazzo dove nel ’92 la Lituania conquistò quello storico bronzo (ma tu guarda il destino). La squadra era pronta: Fucka, Navarro, Bodiroga su tutti, e in panchina Pesic. La pressione di portare in Catalogna la prima EuroLeague della storia del club era moltissima. La semifinale è tirata, con Jasi che tira male ma è prezioso a rimbalzo e in regia, lasciando a Bodiroga e soprattutto Fucka il palcoscenico realizzativo. Tanto basta per eliminare il CSKA Mosca e accedere alla finale in cui ci sarebbe stato Treviso, che aveva sconfitto Siena. Coach Messina, dopo essere scampato alla rimonta senese, alla sua seconda finale di fila dovette cedere ancora sotto i colpi di Bodiroga (MVP della fase finale alla sua seconda consacrazione consecutiva, vi rimandiamo alla puntata su di lui), che mandò i suoi in paradiso in una partita in cui Jasikevicius giocò con intelligenza, conscio di non essere chiamato a ricoprire ruoli non suoi. 76-65 il finale.
Saras è innamorato di Barcellona e della sua gente, si era convertito agli usi e ai costumi del posto, ma il sentimento non viene ricambiato. Jasikevicius è così costretto a lasciare la Spagna direzione Tel Aviv. Come racconta nel suo libro, inizialmente questa piega della sua carriera rese il lituano parecchio abbattuto, salvo poi ricredersi alla luce della città che Tel Aviv era (ed è) e del clima che trovò. Il feeling con la guardia Anthony Parker è pressoché istantaneo, la squadra gira bene e si qualifica nuovamente per la final four. Jasi ci racconta di come fu quasi stupito di quel risultato: certo si sapeva che la squadra aveva talento, ma ciò che il lituano ricorda è di come il clima fosse molto più sereno rispetto che a Barcellona. Abituato a Pesic, uno che lavora e pensa al basket pure nel sonno, a Saras il carico di lavoro trovato al Maccabi sembrò fin troppo lieve. Il feeling con Pini Gershon era comunque migliore che quello con Pesic: Jasikevicius in questoi senso non ci nasconde mai la sua normalità nella vita e nel lavoro. Jasikevicius è ora un faro della squadra: in semifinale la sua vittima è ancora il CSKA: segna 18 punti senza errori dalla lunetta con 6 assist per eliminare i russi. In finale non c’è storia: il Maccabi domina la Fortitudo Bologna di coach Repesa e un giovane Belinelli, schiantandola  e la schianta 114-74. L’MVP di quella finale è Anthony Parker ma è chiaro a tutti come il play lituano sia ormai un giocatore di primo livello europeo. E’ la sua seconda vittoria filata.
via delfi.it
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La sensazione è confermata dalla stagione dopo, quella della consacrazione per il 29enne lituano, e dove gli israeliani centrano il clamoroso back to back. Tutti i tifosi gialloblu sono convinti che una squadra così forte, da quelle parti, non tornerà mai più. Non hanno tutti i torti: Parker in stagione fu devastante ma nella Final Four decisivo fu Jasikevicius, il quale per avrebbe giocato la fase finale dell’EuroLega per la terza volta consecutiva, la prima fuori casa. Il Maccabi arriva a Mosca abbastanza in scioltezza (nonostante la serie contro la Scavolini Pesaro fu molto tirata): Jasi ne mette prima 13 con 8 assist in semifinale per far fuori il Panathinaikos e poi, in finale, confeziona col Baskonia una delle migliori partite della sua carriera. Davanti a Scola, Calderon e Splitter (tra gli altri), Saras mette 22 punti a referto conditi da 6 rimbalzi e 5 assist. E’ la consacrazione di un giocatore spesso snobbato, non scelto al draft del suo anno ma che ora viene premiato come miglior giocatore di quella Final Four. Onnipotenza cestistica che vale a Jasikevicius la chiamata dall’NBA.
La sensazione è che in NBA Jasi abbia sprecato anni in cui era al meglio della sua carriera. Capitato in una Indiana in cui vi erano molte teste calde (Ron Artest e Stephen Jackson su tutti) prima e in degli Warriors costruiti attorno a Baron Davis, Jasi non riesce a farsi notare né da Carlisle né da Don Nelson e decide di tornare in Europa, nonostante il forte interessamento (reciproco per altro) dei San Antonio Spurs di Popovich, che però non riuscirono mai a prenderlo.
Ad attenderlo c’è il Panathinaikos, che gli offre un ricco contratto e un ruolo da protagonista. Saras non nasconde il suo amore per coach Obradovic, un’istituzione in quel di Atene. Dopo una prima stagione nei bianco-verdi senza acuti extra nazionali, nell’anno seguente, il 2008/09, la squadra è attrezzata per riportare la massima competizione europea a casa, come due anni prima. Il supporting cast di Jasikevicius è probabilemente il migliore che abbia mai avuto: Nicholas, Pekovic, Perperoglu, Batiste, Fotsis per chiudere con un tris di esterni da sogno: oltre al lituano, Diamantidis e Spanoulis. Non era facile, per Obradovic, gestire tutto quel ben di Dio, ma ci riuscì anche grazie all’attitudine dei suoi giocatori. La stagione europea non parte benissimo ma prende subito una piega migliore nelle Top-16, dove i greci ingranano e si qualificano alle Final Four di Berlino, tra le più belle di sempre. In semifinale c’è il derby contro l’Olympiacos. La rivalità con la squadra del Pireo è una di quelle cose uniche, irreplicabili in tutti gli altri angoli del mondo. A Berlino però la partita, seppur sentitissima, filò via liscia e sempre punto a punto. Jasi segna 18 punti con 4 triple (alcune delle quali molto pesanti in momenti decisivi del match) e 3 assist. la finale contro il CSKA parte invece male per gli ateniesi, che però prendono subito le misure degli avversari e sganciano una serie di triple che li fanno volare a +20 all’intervallo. Sembra tutto fatto, ma i russi non ci stanno e iniziano una clamorosa rimonta nell’ultimo quarto arrivando ad avere anche il tiro per vincere tentato da J.R. Holden, che però esce. Vince il Pana, per Jasikevicius è la quarta Eurolega su quattro partecipazioni alle Final Four, in una sfida chiusa 10 punti, 4 rimbalzi e 4 assist. MVP è Spanoulis, uno che Saras descrive come ossessionato dal gioco e dall’allenamento. In cuor suo il lituano crede di meritarsi quel premio, ma non se la prende e lascia al compagno la meritata scena.
Una carriera stellare, di cui il resto è storia abbastanza recente. Il ritorno in patria e a Vilnius, il tentativo prima in Turchia col Fenerbahce e poi il ritorno al Pana alla corte di Obradovic, dove nelle Final Four del 2012 il lituano conosce finalmente la sconfitta contro il CSKA (che poi perse la finale con l’Olympiacos) di Kirilenko, Kristic, Siskauskas, Teodosic e Shved (con coach Kazlauskas in panchina, uno dei coach a cui Jasi è più legato). In quella semifinale comunque il lituano non si tirò indietro: 19 punti all’età di 36 anni, un altra gemma. C’è anche spazio per il ritorno a Barcellona, con Xavi Pascual che aveva deciso di puntare sul navigato play lituano per dare l’assalto al titolo, ma andò male (e Jasikevicius giocò male) è la coppa andò ancora al Pireo.
Infine, l’ultima tappa di questo viaggio: lo Zalgiris, dove Jasikevicius gioca la sua ultima stagione per poi intraprendere la carriera da allenatore. Una carriera che il lituano poteva intraprendere già nel 2012, quando gli fu proposta la panchina del Panathinaikos e la possibilità di diventare il successore di Obradovic. Jasi ci pensò molto, ma declinò l’offerta di Giannakoupolos. Chissà se le strade dei biancoverdi di Grecia e di Saras si incroceranno ancora. Ciò che sappiamo è che Jasikevicius è ora sulla panchina di un’altra compagine con i medesimi colori sociali, lo Zalgiris, dove sta fgacendo degli autentici miracoli. L’anno scorso centra le Final-Four che a Kaunas mancavano dal 1999 e quest’anno trova i playoff ribaltando una regular in cui la situazione era disperata. Attualmente ha già sbancato il Istanbul contro il Fenerbahce per portarsi sull’1-1 nella serie.
Ho intitolato la puntata questa puntata di EuroLeggende “Vincere non basta”, che non è solo il titolo della biografia di Jasikevicius, ma è un suo modo d’essere, di vivere. Uno potrebbe pensare che non basta vincere, bisogna stravincere, dimostrare, come fatto da Kobe Bryant o da Vassilis Spanoulias, di essere i migliori, i più grandi. Jasikevicius invece usa queste parole per esprimere un’altro pensiero: quello che, nella storia, è vero che i vincenti vengono ricordati, ma ancora di più chi vince emozionando chi lo guarda, dando tutto sé stesso e pure un pezzo di sé al pubblico. Con semplicità, perché Jasikevicius è questo: un semplice ragazzo di Kaunas con un dono divino, ma capace di essere umano e professionale allo stesso tempo, con i suoi pregi e i suoi difetti, senza mai nascondersi comunque dalle responsabilità. Anche perdendo, a volte, come successo nel 2004 in quella che tutt’ora Jasi definisce la sconfitta peggiore per sé, quella contro l’Italia in semifinale alle Olimpiadi. Ad ogni modo, in quest’epoca di esaltazione della frenesia e di scaricabarili, la sua carriera deve solo essere che un esempio. E siamo solo all’inizio.
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