Zeljko, Obdulio e il carnevale più bello del mondo

Zeljko, Obdulio e il carnevale più bello del mondo

Impressioni, sketch, visioni e grida assordanti. Tutto insieme nella visione straordinaria di un popolo in piazza.

di Massimo Tosatto

Bogdan Bogdanovic rientra con calma alla fine del terzo quarto con la sua squadra in controllo della partita. Cammina senza pensare, con la sua solita espressione calma. Ma Zeljko Obradovic lo aggredisce, il volto paonazzo, un’espressione da folle e lo catechizza per tre minuti senza fermarsi. Quando Zeljko lo fa pensi che possa morire da un momento all’altro, che gli scoppi una vena, ma forse è proprio il suo modo di sopravvivere alla tensione, sfogarla in questo modo, in genere sul giocatore più forte.

Zeljko ha bisogno di questo, soprattutto in una finale combattuta . In conferenza stampa pre-partita era tranquillo, diplomatico, come sempre, da allenatore più navigato del mondo. Ma non bisogna pensare che sia la sua rabbia a renderlo quello che è. Zeljko Obradovic è un condottiero di uomini. I suoi giocatori si butterebbero nel fuoco per lui. Da lui accettano panchine, rimproveri, rabbia, punizioni. Lui, però, li esalta, gli fa dare tutto, li costringe a produrre il miglior basket della loro vita.

Sfairopoulos, dall’altra parte, è più tranquillo. Il suo stile è compassato. Soffoca le sue reazioni, è il classico allenatore che prepara bene le partite, che le allena in profondità. Ma l’altra sera non ha potuto fare nulla contro un fantasma che si è palesato all’improvviso: quello dell’età di Vassilis Spanoulis.

Vassilis non ha giocato una grande F4. Nella semifinale è stato impalpabile per tre quarti, in cui l’Olympiacos è rimasto attaccato con le unghie alla partita, solo per concedergli il suo tiro da tre nel momento decisivo. Ma il Fener non è il CSKA. I suoi giocatori sono stati scottati dalla sconfitta dell’anno scorso. Sono rimasti apposta a Istanbul, hanno creato uno spirito di corpo che li ha portati a superare anche un periodo difficile in inverno, tirati fuori a forza dalla fede granitica in Zeljko.

Vassilis ha invano cercato sé stesso tutta la partita. Ha fatto subito due falli evitabili, poi più nessuno. Dino Meneghin dice che “i grandi giocatori non commettono il quinto fallo”, e Vassilis è un giocatore comunque grandissimo in pieno controllo del suo gioco. Ma oltre a questo aspetto ce n’è un altro, ed è la sua integrità fisica, il suo scatto, la sua resistenza. Il basket di oggi è durissimo , la difesa non lascia spazi e liberarsi è più faticoso che muoversi con la palla.

Il tiro non entrava, e l’Olympiacos rimpiangerà a lungo tutti quei tiri con spazio sbagliati, e anche le penetrazioni sotto canestro erano complicate. Forse mai come in finale si è vista la mancanza di Daniel Hackett e della sua fisicità, oltre alla capacità di penetrare la difesa.

All’Olympiacos però non si può rimproverare nulla. Assediati come i loro tifosi alti in piccionaia, non si sono mai arresi, la distanza è aumentata a poco a poco, in modo impercettibile. In piena sindrome delle Termopili, i tifosi e i giocatori si sono stretti intorno al loro Leonida, ma la differenza in campo era troppa.

Strano pensare che l’abisso si sia formato quando Datome e Antic sono entrati insieme, quasi non avevano giocato la semifinale. Le vie di Zeljko, in questo, sono infinite. Pero si è messo sulla linea del tiro libero, l’area si è sguarnita di un lungo e il Fener ha allargato il campo. A quel punto non serviva altro che la precisione al tiro, per riuscire a portare a casa la partita.

Georgios Printezis è stato l’ultimo ad alzare bandiera bianca. Stremato dalla staffetta di lunghi del Fener Vesely-Udoh, ha lottato come un leone, ma era troppo solo, troppo isolato nel suo tentativo di portare avanti la squadra.

Tutto il Fenerbahce è stato uno spettacolo, in campo e fuori. Un popolo intero si è riunito intorno alla squadra. Un abbraccio caldo, soffocante, urlante, ha spinto l’energia fuori dai pori dei giocatori. Stare in mezzo alla folla significava stare in fondo a una piscina, immersi in un mare di suoni che disorientava. Un tiro e un canestro, un boato immenso. Un coro basato su “When the saints go marchin’ in”. Uno in cui un lato del campo iniziava indicando una curva poi passava il testimone alla curva che rimbalzava sull’altro lato. Salti continui che facevano tremare gli spalti. E poi l’inno, una sterminata canzone d’amore, una dichiarazione di fede che per ore i tifosi hanno cantato sugli spalti ormai vuoti, preda di un delirio sentimentale, erotico, sportivo, che non aveva fine.

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E questo Fener rischia di essere una delle grandi squadre europee. È giovane, ha appena acquisito Melli, il miglior stretch 4 dell’EuroLega, ha profondità e forza. Forse solo il CSKA può stargli davanti, ma come sempre il talento ondivago di Teodosic rischia poi di affossarne le ambizioni.

Udoh è un monumento al centro. Un giocatore agile, buon passatore, potente, veloce. Jan Vesely è un NBA prestato all’Europa. Dixon e Sloukas assicurano un ritmo costante sui 40 minuti. Bogdanovic è il braccio armato, un giocatore di talento, un vero slavo costruito su un modello antichissimo, che risale agli anni ‘70. Tecnica, tiro, capacità di segnare nei momenti decisivi.

Datome è l’agente segreto di questa squadra, quello incaricato da Zeljko di una missione: difesa, tiro, passaggio, quel che serve.

Tutto insieme, questo gruppo potrebbe anche provare una NBA, specie quella di oggi. Ma non lo farà, rimarrà in massima parte a Istanbul. Per i soldi. Per Zeljko. Perché non te ne vai quando sei in queste condizioni: giovane, forte, ben pagato e felice.

Alla fine, prima di esplodere per la premiazione, Vassilis Spanoulis è andato a ritirare il premio del secondo posto. Non è un premio quello, è una maledizione, uno stigma. Non era felice. I tifosi del Fener lo hanno applaudito, perché Spanoulis non si fischia mai da nessuna parte, è dotato di una deità cestistica che non si discute. I tifosi Olympiacos se ne stavano andando. Sinan Erdem, il palazzetto di Istanbul, era circondato da un ingorgo. La gente cantava per la strada e la polizia in assetto antisommossa cercava di non creare altri problemi.

Quel popolo aveva preparato un carnevale, una festa straordinaria da vivere per la strada. Vassilis poteva essere Obdulio Varela, il capitano dell’Uruguay che vinse il titolo del ’50 provocando in Brasile un’ondata di suicidi e gente in strada a piangere. La sera della finale andò a cena in un ristorante con un amico a Rio, allora si poteva fare, i volti non erano ovunque come oggi. E un bestione era entrato piangendo e gridando: “Obdulio ci ha battuti, Obdulio ci ha battuti”.

Obdulio si alzò, gli andò davanti e gli disse: “io sono Obdulio”.

L’uomo lo abbracciò e pianse e lui disse a Osvaldo Soriano, che lo intervistò molti anni dopo: “Quella gente aveva preparato il carnevale più bello del mondo, e io il carnevale più bello del mondo l’ho rovinato”.

Domenica sera il carnevale più bello del mondo era a Istanbul, e nemmeno Vassilis vestito da Obdulio avrebbe potuto rovinarlo.

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