1984: il Bancoroma campione d’Europa

1984: il Bancoroma campione d’Europa

La finale della Coppa Campioni di basket del 1984 con la vittoria del Bancoroma su un fortissimo Barcellona

di Massimo Tosatto

“La vittoria è la conseguenza dell’eccellenza dell’allenamento quotidiano: se lavori bene poi puoi anche perdere tre finali, la quarta la vinci.”

Valerio Bianchini.

 

L’arrivo del Bancoroma in finale di Coppa dei Campioni poteva essere solo l’opera di un genio visionario del basket come Valerio Bianchini. Così come l’arrivo della Roma in finale di Coppa dei Campioni di calcio poteva essere solo l’opera di un altro genio visionario: Nils Liedholm.

E in quel 1984 entrambe le visioni si condensarono, in un trigono stellare destinato forse a non più ripetersi, così come nel 1983 gli scudetti sia della Roma cestistica  che di quella calcistica.

La Roma del basket vinse lo scudetto in tre durissime partite contro la solita Milano. La terza fu, e forse ancora oggi è, la partita con più spettatori nella storia del basket italiano. Almeno 15000 spettatori, ottimisticamente, stipavano un PalaEur colmo ben oltre le proprie capacità, in una partita, gara tre di finale, che fu anche il confronto tra Peterson e Bianchini, due personaggi da romanzo, fumantini, inventivi, con grande dialettica.

Ma che quella Roma potesse anche arrivare in finale di Coppa dei Campioni era, sinceramente, una possibilità molto remota. Statisticamente, perché Cantù aveva già vinto le due  precedenti edizioni, e la legge dei grandi numeri non faceva prevedere una possibile terza vittoria consecutiva, e poi perché Roma sembrava corta in panchina, troppo legata all’estro di Wright, e bassa sotto canestro, con quella strana scelta di Clarence Kea, un tronco di quercia che si fermava a 2 metri, a coadiuvare Fulvio Polesello in mezzo all’area.

Ma Bianchini aveva ovviamente letto con attenzione tutte le carte e previsto le contromosse. Prese due vecchie volpi del campionato, Renzo Tombolato e Gianni Bertolotti, e individuò nel giovane Sbarra il play che poteva dare respiro a Wright. Enrico Gilardi in guardia, uno dei giocatori più intelligenti del nostro basket, e Marco Solfrini in ala, completavano il quintetto base.

Il pericolo più grande del Barcellona era Epi San Epifanio, uno dei giocatori più forti nella storia della Spagna. Un tiratore mortifero, con una parabola altissima che inevitabilmente incontrava il canestro, rappresentava per ogni difesa un enigma irrisolvibile, il classico attaccante senza pietà. Con lui come play Nacho Solozabal, Chico Sibilio, un domenicano naturalizzato spagnolo, come ala piccola, e sotto canestro due bronzi di Riace che rispondevano ai nomi di Marcellus Starks e Mike Davis.

Nei pronostici, si pensava che il Barcellona avrebbe disposto del Bancoroma, schiacciandoli sotto canestro e finendoli con il tiro di Epi, e l’inizio della partita sembrò confermarlo. Solo 2 dei primi tredici tiri del Banco entrarono, e Enrico Gilardi finì presto in panchina con tre falli causati da Epi. La partita sembrava segnata, appena dopo l’inizio, ma difficilmente uno come Bianchini si faceva preoccupare.

Sbarra entrò al posto di Gilardi, senza sentire alcuna pressione. Sotto canestro, Clarence Kea combatteva una battaglia personale, in cui sembrava partire sconfitto senza speranza. Invece, Davis e Starks saltavano come birilli urtati dalla palla da bowling contro i tagliafuori di Solfrini, Polesello e dello stesso Kea.

Il Bancoroma giocò la classica partita di Davide contro Golia. Bianchini, un motivatore che sapeva toccare le corde giuste nei giocatori, seppe tirare fuori dai suoi risorse impensabili. Tombolato, un centro cresciuto a Cantù, dove aveva vinto tutto, tra l’altro anche sotto la guida di Bianchini, giocò la partita della vita: segnò 12 punti con otto su undici ai liberi, a cui aggiunse tre rimbalzi.

Gianni Bertolotti, uno dei tiratori più forti degli anni ’70, a 34 anni giocò 8 minuti di pura sostanza, infilando dall’angolo un tiro fondamentale.

In tutto questo, Larry Wright dominò la partita. Il folletto di Monroe, Louisiana, che Bianchini era andato a pescare in un plyground poco raccomandabile dopo la fine precoce della sua carriera NBA, dominò la finale con una tecnica superiore e un istinto micidiale per i tiri decisivi. Un giocatore elegante, con un palleggio sempre in controllo e un arresto e tiro immarcabile, Larry supplì alle difficoltà dei suoi compagni e sostenne la squadra quando sembrava che stesse affondando.

Il Barcellona finì avanti il primo tempo, 32 a 42, e sembrava difficile che il Banco potesse tornare in partita. Non sapremo mai le parole che il Vate disse nello spogliatoio tra i due tempi. Forse qualcosa tipo Enrico V di Shakespeare, o solo parole di buon senso a una squadra che, nelle difficoltà, si era sempre esaltata. Un squadra di valori umani, sportivi, con giocatori come Gilardi e Solfrini che avevano vinto l’europeo un anno prima e l’argento a Mosca, e sicuramente non avevano paura di nulla. Altri, come Bertolotti e Tombolato, in cerca di riscatto, di una coda gloriosa a una carriera già importante.

E un giovane come Stefano Sbarra, un autentico romano che sentiva l’appartenenza alla squadra, come Gilardi e Polesello. Insieme a questi, due americani con cui si poteva andare in guerra, incapaci di provare paura anche di fronte alla squadra forse più forte del continente.

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Il Barcellona rientrò in campo con aria di sufficienza. Dentro di sé forse pensavano di aver già vinto. Ma il Banco combatté in difesa su ogni pallone, non lasciò andare nulla. Il Barcellona si sciolse. Non per niente Gilardi, Solfrini e Polesello fecero cinque falli, costringendo Bianchini a ricorrere a tutte le risorse della panchina.

Ogni giocatore di Roma che entrava in campo riusciva a riempire perfettamente il posto lasciato dal titolare. Forse era l’impressione che non ci sarebbe stata un’altra possibilità. Il Banco si era arrampicato fino alla finale con una forza di convinzione personale totale, e Valerio Bianchini non si sarebbe mai lasciato sfuggire quella possibilità.

Al 31’, Roma passò davanti di un punto, 57-56. Wright atterrò male su una caviglia e sembrò sul punto di uscire, ma fu solo un attimo. In realtà, Larry era un giocatore NBA calato in Europa, la facilità e la velocità dei suoi movimenti non lasciavano spazio alla difesa avversaria. E Kea ramazzava tutto quel che passava lontano dal canestro, magari non troppo alto, ma di sicuro troppo largo per essere fermato.

Slozabal uscì al 35’, disperato per non sapere come fermare il play capitolino. Con Tombolato, Bertolotti, Sbarra in campo, Roma resse l’assalto del Barcellona, che schierava due dei lunghi più forti del suo tempo. Una resistenza commovente, al di sopra delle forze degli stessi giocatori, figlia di una convinzione, di una volontà di gruppo, d’insieme, che li spingeva a dare di più.

Alla fine, Sbarra, sul 77-73, si trovò con la palla in mano sulla destra dell’attacco, stremato, tirò, ma arrivò a malapena al canestro. Dal nulla, veloce, duro, compatto, Clarence Kea si materializzò a prendere un rimbalzo mentre Starks e Davis, due lunghi con blasone molto più importante del suo, volavano via come rametti. Kea si girò e segnò l’ultimo canestro di Roma, mentre uno stanco Barcellona cercava inutilmente di segnare un inutile canestro.

L’ultimo secondo non si giocò. Il pubblico romano, impazzito di gioia, si riversò in campo rovesciando tutto. Roma era sulla vetta d’Europa, con una vittoria che più romana non si poteva: di intensità, di voglia, di lotta, tutta basata su giocatori che diedero più di quello che potevano e seppero cogliere l’attimo per tornare, o diventare, grandi.

Un mese dopo, la Roma del calcio non seppe ripetersi in una finale beffarda di calcio contro il Liverpool. Ma Roma era lì, in vetta all’Europa, in una stagione irripetibile.

La voce di Aldo Giordani, sull’ultimo rimbalzo di Kea, fermato da un fallo, rauca gridò: “manca un secondo, e adesso voglio vedere come fanno a giocare”.

Ma tanto era finita, e il Banco era Campione d’Europa.

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