Alessandro Gentile – La forza di ricominciare

A che punto è la carriera di uno dei talenti più importanti della nostra pallacanestro? Da Treviso ad Atene, un lungo viaggio le cui tappe più importanti devono ancora venire.

di Alberto Marzagalia

Alessandro Gentile, basta il nome e scatta la discussione.

Sarà l’eredità pesante, sarà quella faccia un po’ così, che poi probabilmente non ha nulla a che vedere con il reale carattere del ragazzo, sarà quella voglia innata di prendersi tutte le responsabilità del mondo, ma la realtà è questa.

L’immagine che più rappresenta Alessandro è quella del 25 giugno 2014, la notte di “the shot”, il famoso tiro con cui Curtis Jerrells garantì gara 6 ed una buona fetta di scudetto ai danni della fantastica e miracolosa Siena di Marco Crespi. Quell’azione, il duo Jerrells-Gentile che corre il campo sul lato, quelle mani che chiedono la palla perché quel tiro lo vuole lui, dopo una prestazione strepitosa: quella palla non gli arrivò e la retina frusciò per Milano, dopo l’altrettanto memorabile pallone di Matt Janning che danzò sul ferro.

Istanti, l’impercettibile differenza tra vincere e perdere, la crudeltà del verdetto che inchiostra gli almanacchi ma che non deve mai fra perdere il senso del valore e della misura dello stesso.

Quello è Alessandro Gentile in tutto il suo essere lui: bene o male che si voglia ritenere, c’è tutta la tanta menzionata “cazzimma” del ragazzo di Maddaloni.

Parlare oggi dell’ex Capitano milanese è crudele, non farlo è dimenticare un patrimonio che il nostro basket non deve perdere.

Ritengo inutile iscriversi al partito dei pro e dei contro, proviamo ad entrare nel tema Gentile partendo un po’ da lontano.

 

Alessandro arriva a Milano il 17 dicembre 2011 da Treviso, dove ha esordito in 17enne ed ha vinto uno scudetto Under 19 segnando 33 punti nella finale contro Siena. Siena, un nome che tornerà nella sua carriera come quello di Jasmin Repesa, che lo conobbe come giocatore proprio nella Marca, per poi ritrovarlo a Milano diversi anni dopo.

Le statistiche ci aiutano.

A Milano si presenta forte dei suoi 27 minuti in 10 partite, di cui 8 in quintetto. Tira col 42,2% da due su 10,2 tentativi ed il 30,4% su 2,8 dall’arco. Dalla lunetta c’è un ottimo 80% con 3,5 tentativi a partita.

Dalle parti del Forum, sotto la guida di Sergio Scariolo, gioca poco meno di 20 minuti sia in campionato che in Eurolega, confermandosi sopra il 40% da due punti in Italia e soffrendo un poco il palcoscenico internazionale, dove scende al 28,6% su 6 tentativi a serata.

Costantemente vicino all’80% dalla lunetta, il tiro dall’arco dice invece poco più del 25% tirando due volte a partita.

La stagione seguente, con 31 partite di campionato ed 8 di Eurolega vede crescere percentuali e tentativi (soprattutto in Italia) da due, intorno al 44%, e da tre, dove raggiunge un ottimo 40% europeo.

Il 2013/14 sarà da ricordare.

Crescono i tentativi, ovviamente legati alle maggiori responsabilità, nonostante la non facile convivenza tecnica con Keith Langford, che si attestano intorno ai 9-10 (da 2 punti) e crescono pure le percentuali, sia da due che da tre punti (oltre il 33% in EL ed oltre il 36,8 in Serie A). Solido a rimbalzo, raddoppiando le cifre europee, e notevole nell’arte del passaggio, dove addirittura triplica gli assist nella competizione più importante.

La soglia dell’eccellenza, rappresentata dalle gare da 20+5+5, è sfiorata più volte nonostante l’impiego resti sui 25 minuti medi.

Il coach è Luca Banchi, sui rapporti col quale si è fatta parecchia letteratura: la realtà dice di numeri ed impatto in grande crescita e di un giocatore che entra a pieno titolo nei radar NBA.

Ed il giorno dopo quella famosa serata senese, il 26 giugno, Alessandro viene selezionato al draft dai Minnesota T’Wolves, prontamente girato a Houston per le classiche “cash considerations”.

Resterà sempre irrisolto il dubbio su cosa sarebbe successo alla stagione europea milanese se non ci fosse stato quell’infortunio alla vigilia dei Playoff col Maccabi, sebbene non sia da trascurare che le migliori versioni di quell’Olimpia arrivarono sempre con il duo Gentile-Langford separato, dalle rotazioni piuttosto che dagli infortuni.

Il campo parla allora di un giocatore che tiratore non è, ma segna con continuità, con buone percentuali ed ha una potenza offensiva che si accompagna ad una tecnica buona in tutti i fondamentali. Non è tiratore, appunto, ma non puoi battezzare di certo uno che ne mette il 35% dall’arco. Di contro, se lo sfidi da vicino, ti batte con un primo passo che si accompagna ad un utilizzo del corpo che non lascia scampo.

E’ in questo periodo che si completa una delle caratteristiche che fecero dire in seguito (ottobre 2015) ad un importante executive NBA che «Gentile ha un capacità di creare separazione con quel corpo che gli permette di tirare contro chiunque. The future is bright for Ale».

Lo scudetto da capitano dice che Milano è sua.

Lo stravolgimento del roster milanese, con arrivi che paiono in netto contrasto con le idee di Luca Banchi, non pare creare grossi problemi al giocatore, sempre più leader come confermano le cifre della stagione 14/15, sebbene un poco inferiori a quelle precedenti. E’ anche vero che le difese iniziano ad imperniare la loro organizzazione contro di lui, indicato come il faro offensivo di Milano. Intanto crescono rimbalzi ed assist, più in campionato che in Eurolega.

E’ solo lui che decide che la serie con Sassari non finirà in Sardegna e la porta a gara 7 con una prestazione da antologia : 21 punti in 38 minuti con 6/12 da due, 9/10 ai liberi e 9 rimbalzi, 3 assist e 2 recuperi. Unico neo? Quel maledetto tiro dall’arco: 0 su 5 che sarà poi 0 su 6 in gara sette, quella che smantellerà la Milano di Banchi.

Dato da non sottovalutare, è l’inizio della “sfiducia” dall’arco, una maledizione per uno che, come detto, tiratore non è.

Detto questo, quella gara 6 insieme a quella senese dell’anno prima sono negli annali dei Playoff.

Gli stringo la mano nell’ottobre 2015 a New York in occasione dello Euroclassic col Maccabi al Garden e vedo un ragazzo che si imbarazza quasi quando gli riporto le parole di quell’executive NBA di cui si è detto prima. L’impressione? Il ragazzo c’è eccome.

L’unica nota positiva dell’Eurolega disgraziata della prima Milano di Repesa è lui: altre prove che lo lanciano tra i migliori del continente, alcune assurde come quella di Vitoria, in cui realmente “posseduto” trascina una squadra che non c’è quasi a contatto.

Quel tiro da tre scende di livello, mentre tutto il resto è eccellente ed a tutto tondo: rimbalzi, assist e percentuale da due sono molto migliori che in campionato, pur giocando di più e contro avversari ben più forti.

Qui iniziano i problemi seri, gli infortuni. Saranno mesi tremendi, prima a fine 2015, poi al rientro il guaio terribile contro Trento, prima del dito maledetto a Capo d’Orlando: non c’è pace, l’ambiente non aiuta, alcune uscite “social” del giocatore si potevano proprio evitare.

Nel frattempo Milano ha dominato e vinto la Coppa Italia e prende corpo quel “senza Gentile si gioca meglio” che fa comodo a taluni mentre richiede ragionamenti profondi per altri.

Iniziano i Playoff e pare che non vi sia possibilità di rivederlo in campo fino ad un eventuale finale. In realtà rientra, con quella mano palesemente infortunata, ed è decisivo nelle serie contro Trento.

Venezia in semifinale non è una grande tappa nella sua carriera, le triple fanno fatica ad arrivare al ferro, c’è però un grande finale nelle gara decisiva. Reggio non dice nulla di più, se non scudetto il secondo scudetto in tre anni.

E’ la notte di gara 6, ormai un classico nella sua carriera dopo Siena e Sassari, ed è la notte di quella che resta “l’intervista”. Parole pesanti, evitabili, ma se ti sbattono in faccia un microfono in quella situazione così emozionale possono anche uscire parole sbagliate, perché puoi fare la vita più bella del mondo, guadagnare parecchi soldi, ma resti un normalissimo ragazzo poco più che ventenne che ha il diritto di sbagliare. E ne paga le conseguenze.

La notte del rientro Lido, l’emozione di sentirsi ancora amato da un pubblico la cui maggioranza non ha mai smesso di farlo, la retromarcia ed il casino NBA: Houston sì, Houston no, vado, resto, Milano non pare più la prima opzione e di fatto Gentile non è più la prima opzione di Milano. Qualcosa si è rotto.

Non lo aggiusterà Mike Penberthy in un’estate, finalmente, di vacanza ma anche di lavoro.

Quel tiro necessita di quel lavoro, quel dito è un problema serissimo, ma la fiducia nel movimento è figlia della sfiducia del momento.

Tempi e modi sbagliati per la faccenda Capitano, la società non fa certo bene, inizia un autunno di incomprensioni.

Separazione consensuale? A credere a Babbo Natale sì, la realtà è che Milano ha deciso di separarsi da quello che era il perno del suo futuro, l’uomo su cui tutti avevano puntato forte.

C’è una dichiarazione di Jasmin Repesa che la dice lunga in quel periodo prima del Panathinaikos : «Abbiamo un sistema che è il migliore possibile per Alessandro». I numeri di Alessandro sono i peggiori di sempre a Milano. E’ finita, si va ad Atene, dove il nome Gentile è certezza e gloria.

Si smette di pensare ai cestini, si può ripartire coi cesti.

«Atene gli farà bene, lontano da una situazione che era diventata ingestibile, deve azzerare tutto e lavorare per ritrovare serenità e fiducia. Si era creato un insieme di cose che non potevano portare a nulla, né per Milano né per il giocatore. Inutile cercare colpevoli, meglio andare avanti». Denis Marconato, a Rimini, è molto chiaro a riguardo.

Ed allora, lontano da ogni polemica, a che punto è la carriera di Alessandro Gentile? Può essersi perso uno dei talenti migliori della nostra pallacanestro?

«Alessandro è un campione ed aggiungo che fa la differenza in Italia come LeBron James in America». Parole chiare dettemi da Sandro Dell’Agnello.

Il tiro pare essere il problema numero uno (ma poi lo è veramente?).

Le percentuali crollano: 21,4% in EL e 0% in serie A con Milano, 25% in EL e 0% nel campionato greco dall’arco, su un numero di tentativi minimo, a testimonianza che la fiducia è sepolta.

«Un tiro non può peggiorare, è questione di fiducia». Marco Crespi, dopo avere fornito una splendida analisi sull’evoluzione del fondamentale del giocatore, la vede così. Impossibile dargli torto.

Quel tiro, maledetto.

Opinione personale, inutile ridurre tutto alla parabola, che è figlia di un cattivo modo di raccogliere la palla.

Da lì nasce una cattiva coordinazione gambe-braccia che rende il rilascio più macchinoso. Lo abbiamo già detto, non è un tiratore, ma a rivedere le immagini 2014 e 2015(fino a Natale) la differenza è abissale. Cos’è cambiato? Cosa lo ha cambiato?

Ritengo che la faccenda infortuni abbia giocato un ruolo fondamentale ed abbia creato una rigidità superiore che ha causato tutti questi problemi. Aggiungiamoci il concetto di fiducia ed è tutto più chiaro.

A 24 anni tutto ciò si può benissimo risolvere. Come? Lavoro, serenità mentale che aiuta quella fisica, una sorta di ripartenza totale, necessaria. Perché quella confidenza con le proprie forze deve necessariamente tornare, attraverso il ritrovato dominio fisico che gli permise, fino all’anno scorso, di affrontare senza paura il contatto con i peggiori corpaccioni d’Europa. Fatto quello, sono certo che la palla tornerà a far frusciare la retina anche da lontano.

Tecnicamente mi sento di aggiungere che quello che va ritrovato al più presto, attraverso l’allenamento, è quella partenza in palleggio da cui derivava un’esplosività ed una potenza unica. E sono i polpastrelli quelli che devono toccare per primi la palla.

Sempre a NY gli chiesi se fosse d’accordo sul fatto che dopo un palleggio lui fosse uno dei migliori attaccanti d’Europa, mentre col crescere del numero dei palleggi stessi la pericolosità diminuisse proporzionalmente.

«Non lo so, magari è vero, ma lo è anche il fatto che io mi stia appassionando sempre più a creare per i compagni».

Altro punto fondamentale: è un passatore clamoroso, la cui forza nella parte superiore del corpo gli permette di fare cose che altri nemmeno sognano. Quel che fece contro i Celtics a Milano, tagliando il campo dal palleggio con una fiondata di 12 metri, resta nell’immaginario collettivo come una delle più belle cose mai viste su un parquet italiano. Ed in America apprezzarono.

«Siamo ad Atene da poche settimane, tante partite intense fin da subito. Ale si trova bene per la città, per i compagni e per l’allenatore. Per ora sta giocando poco ma abbiamo solo bisogno di tranquillità e pazienza e poi tireremo le somme». Parole molto chiare e condivisibili quelle di Riccardo Sbezzi, che per la famiglia Gentile, come per tanti dei suoi giocatori, è molto più di un procuratore.

I numeri oggi sono crudeli, sarebbe stupido negarlo.

16,7 minuti di media in campionato, 12,4 in Eurolega, con rispettivamente il 58,3% ed il 27,6% da due, che diventa un terribile 0% e 25% da tre. Poco più del 30% dalla lunetta in entrambe le competizioni e qualcuno lo ha già fatto notare, tra i tifosi, anche ad Atene. A rimbalzo continua ad andarci con continuità, la palla la passa sempre ottimamente, la difesa è di grande applicazione.

Il contesto tecnico non è facile, con due playmaker, o simili come Calathes e James, che non la passano mai e poi mai.

Quindi quel lavoro necessario è veramente tantissimo, fisico come tecnico, senza che mail il primo abbia il sopravvento sul secondo o viceversa.

Le scorie milanesi sono pesanti, anche questo conta, ma la cosa migliore che Alessandro possa oggi fare è mettersele alle spalle, vivere la sua vita di giocatore 24/7 e pensare di essere in una sorta di anno zero, tra l’altro concetto assai particolare per chi ha alle spalle due scudetti vinti, da protagonista, in tre anni nonostante la giovane età.

Così si arriverà al 30 giugno, quando, contrattualmente, Gentile sarà di nuovo un giocatore di Milano e troverà ad allenarlo Jasmin Repesa.

Ma quella sarà un’altra storia.

 

 

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