ESCLUSIVA BASKETINSIDE: Intervista a Davide Pascolo

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Davide Pascolo, 24 anni a dicembre, è senza dubbio l’uomo del momento in casa Italia, e noi di BasketInside.com non potevamo esimerci dal contattarlo per un’intervista. Un’intervista breve, certo, ma che basterà a rispecchiare tutta l’umiltà e la professionalità riscontrabile in “Dada”. Così lo chiamano, il buon Davide, a Trento, nella stessa Trento in cui il mese scorso ha centrato la promozione in Serie A, nella stessa Trento dove ha esordito (col botto, aggiungerei) in Nazionale maggiore, aggiudicandosi un MVP della Trentino Cup meritatissimo. Ora Dada guarda avanti, come solo un grande uomo può fare. Dada non guarda alla fama (per altro meritata) datagli dalle ultime sue prestazioni con Trento e con l’ItalBasket, ma punta alla definitiva consacrazione come giocatore e al raggiungimento degli obiettivi sia col club che con la rappresentativa azzurra. Finite le introduzioni, la parola passa al protagonista. Delineamo il tuo identikit: nome, cognome, squadra e ruolo. Davide Pascolo, Aquila Trento, ala grande. Parto subito col chiederti dell’emozione che hai provato nel vestire la maglia della Nazionale per la prima volta, davanti al pubblico del quale sei beniamino, e già fare la differenza. Quanto senti tua questa maglia ad oggi? Era già emozionante l’idea di poter debuttare con la Nazionale, farlo a Trento davanti al mio pubblico lo è stato ancora di più. Sono appena arrivato in questo gruppo, perciò io e gli altri esordienti ci stiamo inserendo: tutti quelli che fanno parte di questo collettivo sentono loro questa maglia Sicuramente hai fatto un figurone la settimana scorsa alla Trentino Cup. A quali traguardi pensi possa ambire sia Trento che la nostra Nazionale, e quali obiettivi personali vorresti raggiungere? Per quanto riguarda Trento è ancora presto per dirlo perché la nostra rosa è incompleta, così come quella di molte altre squadre; nonostante ciò, da neopromossa in serie A sarà importante consolidarsi e raggiungere la salvezza. Quanto alla Nazionale, il presidente della FIP Petrucci ha dichiarato come obiettivo finale il raggiungimento delle Olimpiadi di Rio 2016. Dal punto di vista personale, invece, voglio continuare a migliorare e a crescere. Chiudo la parentesi della Nazionale chiedendoti un parere sulle dichiarazioni di Pietro Aradori, il quale ha criticato la troppa esterofilia della lega. Sei d’accordo che esista questa esterofilia? E soprattutto, sei contrario a questa tendenza a puntare sugli stranieri (in particolare americani), visto che uno straniero come Triche è stato fondamentale per la promozione dell’Aquila? Le mie impressioni riguardo a un discorso molto ampio e complesso come questo sono che in Italia in molte realtà si cerca di ottenere il risultato nell’immediato, anche per la crisi economica che colpisce molti club. Di conseguenza è sempre più raro vedere società che facciano giocare i giovani del vivaio o che mantengano i roster negli anni per creare maggior affezione nel pubblico. I dati parlano chiaro e dimostrano che gli italiani sono i meno utilizzati nel loro campionato in Europa, dobbiamo darci da fare per cambiare la situazione e convincere le società che anche gli italiani possono dare qualità. Detto questo, non sono contrario all’esterofilia perché appunto Elder e Triche per noi hanno fatto la differenza; bisognerebbe semplicemente evitare gli eccessi, da un lato e dall’altro. Passiamo all’NBA, che so tu segui più o meno frequentemente. Parlaci prima della tua passione per la Lega Americana, poi vorrei chiederti un giudizio come giocatore su Alessandro Gentile, uomo copertina dell’ultima stagione e recentemente selezionato al Draft. Ho sempre seguito la NBA fin da piccolo, e dopo i Bulls di Jordan ho tifato per i New Orleans Hornets di Chris Paul. I miei giocatori preferiti sono appunto CP3 e Nowitzki, mio pariruolo. Per quanto riguarda Alessandro Gentile, per me è un grandissimo giocatore che merita la chiamata definitiva in America, dove se deciderà di andare farà sicuramente bene. Quello che deve migliorare non glielo devo certo dire io, che devo pensare prima a me stesso che agli altri. (ride, n.d.r.) “Siena vittima di un sistema sbagliato in partenza”, diceva suppergiù uno striscione durante le finali. Cosa pensi della faccenda che ha coinvolto Siena, quanto mancherà l’atmosfera senese al grande basket italiano e chi potrebbe seguirne le orme impiantando una nuova dinastia in Italia? La scomparsa di Siena lascia un grande vuoto nel basket italiano, come negli ultimi anni Fortitudo e Benetton. La più accreditata a seguirne le orme pare proprio Milano. Siena campione di tutto negli ultimi anni fallisce all’improvviso: il problema, però, è che come Siena spariscono in continuazione squadre dalla Gold fino alle minors, il motore del basket italiano. Non mi addentro troppo nella vicenda senese perché non ne conosco la situazione societaria. A noi risulta che la società della Pallacanestro Varese ti abbia cercato, vorremmo averne conferme da te. Colgo l’occasione per chiederti un opinione sul nuovo coach, il grande Poz, che hai affrontato da avversario nelle ultime finali di Gold contro l’Orlandina. Sì, c’è stato un interessamento e mi ha fatto molto piacere vedere una squadra storica della serie A, abituata a lottare per il vertice, interessata a me. Il Poz porta tantissimo entusiasmo e guardandolo da avversario, mi sento di dire che è in grado di dare la carica alla propria squadra, di trasmettere grande positività e di creare un gruppo unito. Gli auguro di far bene quest’anno, alla sua prima esperienza in Serie A. Prima di passare alle domande da quiz di rito, ti chiedo di tirare fuori due aneddoti sconosciuti ai più, magari sulla tua meccanica di tiro particolare, che ti ha dato una discreta celebrità. Sì, il primo riguarda proprio la mia modalità di tiro: quando ero piccolo avevo poca forza e per arrivare a canestro tiravo a due mani da dietro la testa; da lì è continuato a venirmi naturale tirare così e ho continuato a lavorarci. Il secondo riguarda la mia prima apparizione in panchina in Serie A contro la Scandone Avellino, ai tempi della Snaidero Udine: ricordo che ero pallidissimo e molto nervoso negli spogliatoi, e venirono a tranquillizzarmi i miei compagni, quegli stessi giocatori che fino a un mese fa tifavo dagli spalti. Avevo 18 anni e fu l’unica vittoria della Snaidero fuori casa, quell’anno. Esaustivo come sempre! Se dovessi reclutare il quintetto dei tuoi sogni, da chi sarebbe composto? La mia squadra ideale sarebbe formata dai miei giocatori preferiti, Paul e Dirk, poi da guardia Ginobili, da ala Kawhi Leonard e come centro Pau Gasol. Il più simpatico della Nazionale? Mi astengo perché se no mi fanno fuori. (ride n.d.r.) I Tre momenti più belli dei tuoi ultimi mesi come giocatore? Sicuramente il debutto in Nazionale, poi la promozione e Gara 5 contro la PMS Torino.   È stato un piacere intervistarti, Davide! Buona fortuna per la tua stagione con l’Aquila e per il tuo percorso con la Nazionale.