[ESCLUSIVA] Gianmarco Pozzecco: “Basile ricorda Danilovic. Da allenatore l’ho amato”

Gianmarco Pozzecco ci racconta alcuni aneddoti della sua esperienza con Gianluca Basile, che ha annunciato il ritiro questa settimana.

di Massimo Mattacheo, @MaxMattacheo

Gianluca Basile ha annunciato il ritiro dal basket giocato e abbiamo intervistato in esclusiva Gianmarco Pozzecco, che ha giocato con lui e lo ha allenato, per farci raccontare che giocatore è stato il ‘Baso’: “Ti racconto una cosa che mi è venuta in mente. Quando lo allenavo a Capo d’Orlando – ha cominciato il ‘Poz’ – giochiamo con Verona e siamo sopra di 1 a 2″5 dalla fine. Loro vanno in lunetta e fanno 2/2 passando in vantaggio: sarà stata la mia quinta o sesta partita da allenatore, non so cosa disegnare, mi guardo intorno e vedo il Baso. Dico ai miei giocatori di passargli la palla, lui riceve, fa una finta e tira da 3: segna e subisce il fallo, vinciamo la partita. Mi ricordo che il giorno dopo sui giornali mi sono stati dati meriti che non ho avuto: su Twitter ho scritto: “Leggo. Coach Poz disegna sapientemente la rimessa a 2 sec dalla fine. Stronzate. Palla a Baso tiro Ignorante e tutti a casa! Grazie Gianluca”.

“Basile è questo, tiri da 8 metri, vinci e vai a casa: è una persona di grande umiltà con un carattere forte. Sapevo che andava a pescare: una volta si è presentato ad allenamento con un dito tagliato e gli ho chiesto cosa avesse fatto. Mi ha risposto che stava pescando un tonno, ad un certo punto è arrivato uno squalo (ride) che ha mangiato il tonno e lui si è tagliato con l’amo. Adesso so che va a prendere i funghi, si sveglia al mattino presto e li porta a casa”.

C’è qualche aneddoto che ricordi della tua esperienza a Capo d’Orlando con lui da giocatore?

“Ricordo che il giovedì volevo fare un solo allenamento nella tarda mattinata, ma dovevo guardare sempre com’erano il mare e il tempo. Il Baso doveva andare a pescare se c’era tempo bello e quindi io spostavo l’allenamento al pomeriggio. Devo dire che io da giocatore ho vinto poco e niente, lo Scudetto con Varese e l’argento alle Olimpiadi e in una delle due volte lui c’era, e ho avuto il piacere di averlo con me anche da allenatore”.

Hai un ricordo particolare delle Olimpiadi con lui? Che compagno di squadra è stato?

“Mi viene in mente l’abbraccio a partita finita contro la Lituania, ci siamo trovati l’uno di fronte all’altro ed è un qualcosa che condivido con lui oltre che con tutta la squadra. Come giocatore aveva la forza di un approccio rilassato, però in campo era disponibile e metteva grande agonismo. Ha un approccio che è clamoroso allo sport, non sente la pressione e da questo nascono i suoi tiri ignoranti, ma non significa che questa sua grande abilità significhi disinteresse per quello che fa. Mi ricordo che le prime volte che l’ho incontrato lui giocava a Reggio e si vedeva che sarebbe diventato un grande giocatore: eravamo insieme a giocare ai Mondiali di Atene nel 1998 e lui fece una grande partita, con i giornali che il giorno dopo scrissero che era diventato un giocatore dopo avere raccolto le arance a Ruvo. Lui si incazzò e pensai lo fosse perché era stato definito un contadino, invece era per il fatto che lui raccoglieva pomodori e non arance (ride).

Basile è uno che per caratteristiche ricorda Danilovic e Michael Ray Richardson, lui è molto spontaneo. Ricordo anche che il nostro fisioterapista alla Fortitudo, Abele Ferrarini, forma col Baso una coppia impareggiabile di personaggi: io e lui lo abbiamo convinto a seguirci a Capo dopo un periodo per lui molto difficile e adesso lavora ancora lì. È molto legato a Basile”.

Pozzecco ci racconta poi la giornata tipo di Basile, che Gianluca gli ha raccontato la settimana scorsa: “Il Baso si sveglia alle 6/6.30, prepara la colazione per la moglie e le figlie, le porta a scuola, poi porta in giro il suo cane, che si chiama Flash o un nome simile (ride). Fatto questo, porta in giro il cane del parrucchiere di Capo e altri 6/7 cani che ci sono al canile. Mangia, dorme, passa dal palazzetto, fa un giro nella piazza di Capo e torna a casa. Il Baso è così”.

Pensi che il Baso possa avere un futuro nella pallacanestro? Magari da allenatore?

Secondo me lui non ha la passione per allenare, ma potrebbe essere un grande dirigente perché è autoironico e in un mondo in cui ci si prende troppo sul serio lui è diverso da questo stereotipo: per un allenatore che è sottoposto a grande stress, avere una figura che ha la sua conoscenza e la sua intelligenza è un aiuto notevole. Se io avessi avuto un personaggio come lui a Varese sarebbe stato sicuramente benefico per me, perché avevo e mi ero messo addosso troppe pressioni. Quando ho dato le dimissioni a Capo sono andato a cena con lui e Matteo e lui ha avuto questa capacità di sdrammatizzare la situazione, di farmi vedere le cose in maniera diversa. Credo che a Bologna lui sarebbe perfetto: in una piazza con pressioni così forti la sua sarebbe una figura ideale”.

C’è qualcosa che ti ha colpito di lui da giocatore?

“Sì, un altro suo vantaggio che ha avuto e che da compagno di squadra non riuscivo a capire è il perché Tanjevic, Repesa, Boniciolli e Recalcati lo amassero così tanto. Quando l’ho allenato ho capito finalmente perché gli allenatori lo amano perché l’ho amato anche io: se c’è da prendere un rimbalzo fa tagliafuori, se c’è da portare un blocco il Baso lo porta, una palla vagante è sempre sua. Da allenatore hai la massima serenità quando in campo c’è un giocatore così, lui fa più o meno tutto con grandissimo spirito agonistico. Quando eravamo insieme alla Fortitudo si diceva che a volte era stanco, lui non si risparmiava mai, a differenza mia che magari facevo 30 in attacco ma difendevo una volta sì e una no e non ho mai fatto un tagliafuori in vita mia”.

È stato il compagno più forte con cui ha giocato?

“Sono stati lui e Andrea Meneghin. Il Menego secondo me era più forte, ma ti racconto un aneddoto di loro: stando insieme a Gianluca, Andrea ha imparato a parlare pugliese. Sono due personaggi abbastanza simili, ti dico che il Menego prima di gara 3 contro Treviso arrivò in spogliatoio dicendo che avremmo vinto. C’era una tensione pazzesca, lui in bagno aveva fatto le parole crociate (ride), solo che l’unica cosa che poteva fare era la pista cifrata. Unendo i puntini gli è uscita la stella, che avrebbe rappresentato il decimo Scudetto di Varese e sei o sette miei compagni ci hanno creduto e abbiamo vinto. Sono due personaggi che possono uscire con queste frasi, il Menego forse è il più forte con cui ho mai giocato anche se è stato limitato dai problemi all’anca e dal suo amore per Varese nel corso della carriera, il Baso forse era meno forte ma è diventato un grandissimo grazie al suo lavoro, rispetto ad Andrea è stato più ‘formichina’”.

C’è qualcosa che avresti voluto rubare al Baso da giocatore?

“Il cu*o (ride), non ho mai visto una ragazza con un cu*o così. Il Baso ha un avambraccio lunghissimo, sembra quasi che abbia un pezzo che non appartiene al suo braccio, è come se ci fossero 5 cm in più che non dovrebbero esserci. Secondo me la pallacanestro sbaglia a misurare l’altezza sopra la testa, perché si gioca con la palla in mano e non serve avere un collo lungo alla Aldo Serena per fare gol (ride ancora). Le sue braccia lunghe gli hanno permesso di essere un grande difensore”.

C’è qualche ricordo particolare che hai di Basile come compagno nella tua carriera?

“Adesso non me ne vengono in mente, è passato tanto tempo. Ti dico che il Baso è il contrario di Matteo Soragna, che è molto serio e impazzisce per lui in senso positivo. Mi ricordo che a Colonia, nell’amichevole che dovevamo giocare contro gli Stati Uniti prima delle Olimpiadi negli spogliatoi abbiamo scommesso quanti ne avremmo presi. Bulleri, come al solito, era il più pessimista (ride) e ha detto che ne avremmo presi 60, qualcuno disse che avremmo contenuto il divario sotto i 20 punti e tutta la squadra lo mandò affanc… (ride ancora)”.

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