L’eredità di una stagione memorabile. 10 motivi per amare #EuroLeagueBasketball

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La “regular season” della prima EuroLega dal nuovo format è in cantiere.

E’ stata lunga ed è stata durissima, ma il bello è che il meglio deve ancora arrivare.

Personalmente mi sento di dare pieno merito a Bertomeu per aver creato una manifestazione che, già notevole di suo negli anni recenti, ha raggiunto vette straordinarie per interesse, intensità e livello della competizione.

Sarà pur vero che la messa in secondo piano del diritto sportivo non può piacere a tutti, e francamente bellissima non è, tuttavia le garanzie offerte alla maggior parte delle partecipanti sono certezza nell’ottica della programmazione e delle scelte volte al miglioramento dello spettacolo da offrire.

Ma cosa ci ha lasciato questa cavalcata di 30, splendide giornate? Lo abbiamo riassunto in 10 punti, senza un ordine logico e non necessariamente tutti positivi, poiché anche le grandi delusioni ed i problemi in cui sono incorse diverse squadre sono parte del bagaglio di esperienza che servirà a migliorare ulteriormente il prodotto della prossima stagione.

1. SERGIO LLULL, IL REAL E PABLO LASO

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Non vi sono aggettivi per definire la stagione del magico playmaker minorchino. I suoi “buzzer beater” sono diventati come le triple doppie di Westbrook, strano non vederli in ogni partita. La leadership in campo si è accompagnata alle chiavi dei destini blancos che coach Laso gli ha affidato. Nessun problema ad affrontare la perdita di Rodriguez, un Real perfino migliore, alcune soluzioni tecniche di altissimo spessore come il contropiede a conduzione laterale, vera perla nel gioco madrileno.

2. SARUNAS JASIKEVICIUS: LA MAGIA, DAL CAMPO ALLA PANCHINA

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Un vecchio adagio, tra gli addetti ai lavori, dice che i campioni più talentuosi, una volta sedutisi in panchina, hanno grandi difficoltà nel vedere i propri uomini incapaci di eseguire i movimenti che gli Dei del basket avevano reso così semplici e naturali per loro. Nulla di più vero per un genio assoluto, che in campo non vede che pallide imitazioni della sua infinita scienza cestistica, tuttavia il grande Saras ha dimostrato come si possa guidare una squadra che non partiva coi favori dei pronostici e completare, attraverso il miglioramento, una stagione di altissimo profilo, ad una sola lunghezza dal 50% di vittorie.

3. IL FATTORE INFORTUNI ED UN’INTENSITA’ OLTRE OGNI PREVISIONE.

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Si sono rotti un po’ tutti, principalmente a causa della desuetudine ad un calendario così fitto di impegni ad alta intensità. Quante partite giocavano le squadre più forti contro pari livello fino alla Top 16 od  ai Playoff, nazionali od europei che fossero? Una dozzina tra campionato e coppa? Ecco, raddoppiamo o triplichiamo quel numero: qui non si è scherzato mai ed ogni singola gara ha necessitato di applicazione massima, pena ogni tipo di sorpresa dietro l’angolo.  Naturale che tra viaggi e sfide all’ultimo sangue, i corpi di tanti fenomeni ne abbiano risentito. Compitino per l’estate? Adeguarsi, attraverso scelte ed aggiunte mirate nei roster, ad un ritmo che non lascia respiro. E fondamentali continueranno ad essere le differenze tra le varie leghe nazionali in cui si compete : lì, forse, si potrà e dovrà lasciare qualcosa prima dei Playoff, quando i valori torneranno ad emergere.

4. LE DELUSIONI DI MILANO , BARCELLONA E TEL AVIV.

Inutile girarci attorno, sono le tre grandi sconfitte della nuova EuroLega. E se Milano negli ultimi anni, Banchi 1 a parte, non era mai stata protagonista, le cadute continentali delle altre due fanno ancora più rumore, perché recenti grandi ad alto livello. Scelte errate, altre ritardate e figlie dell’emergenza ed un valzer senza senso di allenatori sono le rispettive cause. Questo format non accetta tali errori e non ti lascia un piano B: da oggi a giugno nascono le squadre che competeranno per la parte alta della classifica e le dirigenze in causa lo sanno meglio di tutti.

5. LUKA DONCIC ED UN’ETA’ CHE FA QUASI PAURA.

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Siamo pressochè tutti rassegnati a perderlo tra 12 mesi, perché non si vede nemmeno oltre oceano qualcuno in grado di giocare in questo modo a 17/18 anni. Talento superiore senza ombra di dubbio, ma almeno tanto quanto uno squadrone come il Real, che non ha avuto alcun dubbio ad affidargli la squadra in momenti fondamentali. Se anche a livello più basso vi fosse questa sfacciataggine e voglia di rischiare, forse tanti campionati, tra cui il nostro, sarebbero in condizioni ben diverse. Così ne nasce uno ogni 50 anni, ma se ci fossero più Boscia Tanjevic, staremmo parlando di altro.

6. IL “4” PERIMETRALE, LO SPACING ED UN GIOCO CHE E’ VERO.

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I puristi, se vogliamo talvolta nostalgici, non sono felici di vedere l’80% dei set offensivi che partono con un “pick and roll” e nemmeno di contare un numero così alto di conclusioni da oltre l’arco. Tutto vero, ma questa EuroLega ci ha dato molto di più. Il tanto vituperato “p&r” è diventato mezzo di sviluppo dell’attacco non fine a se stesso, rappresentando sì l’entrata nell’attacco di molte squadre, ma diventando arma con la quale provocare rotazioni e scelte delle difese precise. Ed allora ci siamo goduti Datome e Randolph, Melli e Singleton, così come lo stesso Vorontsevich piuttosto che Moerman, svariare vicino e lontano dal ferro, dando una nuova lettura al concetto di quella perimetralità del secondo lungo, che sembrava morta in una sorta di stucchevole “4 fuori ed 1 dentro”. Senza che nulla di tutto ciò ci levasse la magia di  campioni come ad esempio  Reyes, che dalle parti del ferro continua ad insegnare pallacanestro. Tanto merito ai coach, capaci di coniugare il vecchio con il nuovo: l’attacco alla 2-3 di Obradovic, che usa quel “4” come post alto così come terminale in angolo, ne è l’immagine più chiara.

7. I “GRIGI” ED IL RISPETTO PER IL GIOCO.

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Molti sono stati straordinari, molti hanno dimostrato di conoscere la materia meglio di tantissimi altri, taluni hanno purtroppo mancato nella coniugazione del rapporto tra la dimensione della propria personalità ed il rispetto di ciò che avveniva sul campo. Ma la qualità è stata alta e questo è patrimonio da non disperdere. Anche qui, ahimè, il confronto con il nostro torneo nazionale è impietoso.

8. TEODOSIC E DE COLO, DE COLO E TEODOSIC. MA ITOUDIS…

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Due nomi ed una sola certezza. Dai tempi del Pana di Diamantidis, Spanoulis e Jasikevicius, in quel magico ed irripetibile 2009, il miglior backcourt di sempre. Inarrivabili per talento, sono divenuti una miscela ancora migliore degli ingredienti stessi. Che si trattasse di due fenomeni lo sapevamo tutti da tempo, che potessero diventare tutto ciò insieme non era cosa facilmente preventivabile, perché di palla ce n’è una ed i nostri amano molto averla in mano. Loro straordinari nel completarsi senza schiacciarsi i piedi, ma ancor di più il loro coach, che ha coniugato il talento eccelso con un gioco di squadra in cui farlo emergere al meglio. Non è da tutti saperlo fare, quindi Itoudis favoloso e grande merito anche ai compagni, perfetti nel sapersi far trovare nel momento giusto al posto giusto. I Kurbanov ed i Vorontsevich sono valore aggiunto a quel talento, terminali a completamento di una sinfonia che ha saputo regalarci grandi note anche durante l’assenza di uno dei due primi violini.

9. I COACH ED ALLENARE SENZA ALLENARSI.

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Dieci allenamenti da metà ottobre a Natale. Non è il programma di un signorotto sovrappeso che vuole togliere un po’ di pancetta, ma il calendario di Milano negli ultimi due mesi e mezzo del 2016. Milano come chiunque altro in EuroLega. Per il resto solo defaticante, recupero e sedute di tiro pre-gara. Come fare in una situazione del genere? Facile, basterebbe arrivare dopo una preparazione estiva di spessore, dove lavorare su concetti fondamentali che sarà poi difficile riprendere. Certo, facile, non ci fossero Olimpiadi, Mondiali ed Europei ad allietare le estati di tutti i maggiori protagonisti. Quindi? Quindi bisogna entrare in una dimensione diversa, in cui i dettagli la fanno da padrone come importanza ed in cui il mantenimento di uno stato di forma di un certo tipo diventa fondamentale. Specificità degli interventi, sia tecnici che fisici, gestione psicologica del lavoro totalmente diversa dal passato. Preparatori che diventano più che decisivi, consapevolezza  e professionalità dei giocatori stessi che assumono connotati oltre ogni valore del passato. Allenare le squadre di EuroLega oggi è un altro mestiere e qualche coach ci si è scontrato pesantemente. Già la prossima stagione non sarà così brutale.

10. L’IDENTITA’ E QUELLA FORZA CHE VIENE DA DENTRO

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Non è un caso, ed in buon parte lo sapevamo già, che le prime tre della classifica abbiano una caratteristica in comune molto importante: un nucleo di giocatori nazionali che ne formano lo zoccolo duro, tecnico e morale, in grado di garantire quell’identità che ne possa favorire continuità ed emozionalità al di sopra della norma. Llull, Fernandez e Reyes, come Vorontsevich, Khryapa, Fridzon e Kurbanov, piuttosto che Spanoulis, Printezis e Mantzaris sono la faccia vincente e dura di questo torneo. Se spagnoli e greci eccellono anche qualitativamente, i russi garantiscono comunque quel livello di passionalità che accompagna ogni squadra vincente. E la stessa Stella Rossa, miracolosamente ad un passo dai Playoff, ne è dimostrazione ancor più palese: lo spogliatoio conta più di tutto e la lingua che si parla lì dentro diventa fulcro del valore di un team. I timeout in spagnolo di Pablo Laso sono il Picasso di questa collezione.

E se pensiamo che i Playoff devono ancora incominciare, forse non abbiamo ancora la reale dimensione dell’eccezionalità di questa nuova Eurolega.

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