L’EuroLega di Milano: fallimento totale o semplice realtà?

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Analizzare la stagione europea milanese potrebbe ridursi ad una dura realtà che oggi dice ultimo posto, in coabitazione con UNICS e Galatasaray, due squadre con cui, obiettivamente, ad inizio stagione nessuno pensava ci si dovesse confrontare.

Detto che il verdetto del campo è sacro, nonché quello più realista, scevro da ogni giudizio che possa ricomprendere preconcetti od idee del tutto personali, ritengo che per la società milanese questa stagione possa rappresentare un elemento da valutare in profondità per potersi ripresentare al via del 2017, in modo decisamente più competitivo.

Inutile nascondersi, le aspettative societarie, assolutamente condivise dalla maggior parte dei tifosi, la scorsa estate erano abbastanza alte: con poche eccezioni si parlava di lotta playoff. Alcune perplessità erano relative solo al reparto lunghi, poco profondo, in contrapposizione ad un numero di esterni forse esagerato.

Lo stesso Coach Repesa si disse soddisfatto dopo la preparazione, perfino riguardo l’inserimento dei reduci da Rio.

Il primo problema si è verificato con la vicenda Gentile: un Capitano “retrocesso” a poche ore dal via della stagione non si può pensare che non sia causa di dissapori e situazioni intricate, lasciando stare i buoni propositi di facciata. Quel che è accaduto a fine novembre, concretizzatosi nella separazione, più o meno consensuale, di inizio dicembre, non è stato altro che la punta di un iceberg che raggelava l’ambiente milanese da settimane, troppe. Ingenuamente impensabile, dal punto di vista tecnico, che un giocatore di tale importanza, impatto ed “ingombro” (nel senso positivo o negativo che lo si voglia cogliere) non creasse un problema nel momento in cui venisse a mancare, così come nei travagliati due mesi precedenti.

10 sconfitte di fila sono “anche” figlie di questa tempesta perfetta.

Sconfitte che sono maturate dopo un buon inizio, in cui la squadra, seppur mostrando alcune delle lacune che diventeranno falle incolmabili in seguito, dimostrò di poter stare in campo coi migliori (vedi Olympiacos e Real la settimana del primo doppio turno). Alcune prove così così portarono poi alla vittoria contro il Baskonia, ultimo alito di vita del 2016 milanese europeo. In fondo, a quei tempi, battendo il Fenerbahce (assente Bogdanovic), qualunque fosse il risultato della trasferta di Belgrado, ci si sarebbe posizionati davanti ai turchi: impensabile ad inizio competizione.

Di lì in poi solo grandi L, talune globalmente imbarazzanti, come quella di Kazan, altre meno eclatanti ma altrettanto gravi per il valore dell’avversario (Galatasaray), altre ancora inopinate per la situazione al momento dei rivali (CSKA senza Teodosic e De Colo).

Una leggera ripresa (3-4) solo col nuovo anno, dopo l’umiliazione di Mosca.

Ma cosa ci dicono i numeri oggi? Strano, talvolta si tratta di statistiche molto in contrasto con un ultimo posto che urla di dolore.

Milano è seconda per punti segnati (82,70), pur subendone 88,30 a serata, la peggiore di tutte, perfino di “gruviera” quali il Galatasaray od il Maccabi.

E’ ottava a rimbalzo (32,74), addirittura sesta in quelli offensivi (10,83), mentre scivola più indietro in quelli sotto il proprio canestro (13ma con 21,91), dove effettivamente ha sofferto moltissimo.

Quinta negli assist (17,83), seconda nei recuperi (7,17) dietro alla sola, clamorosa Stella Rossa, crolla nelle stoppate (ultima ad 1,37) e non è strano da immaginare: ne subisce, invece, 2,70 , numero che garantisce il limbo dell’ottavo posto.

E’ la quinta squadra che perde più palloni di tutta la competizione (13,87), terza nei falli subiti (20,96) ed in quelli commessi (22,09).

La ratio assist/perse dice 128,53% e nono posto.

L’Olimpia è andata in lunetta 453 volte (3a), segnando in 336 occasioni (sempre 3a), per un 74,17% che dice 11mo posto.

La faccenda si fa interessante sul tiro da due. 985 tentativi (seconda), di cui 531 a segno (prima): 53,91% che dice quarto posto.

5 squadre delle prime 8 di questa graduatoria sono certamente fuori o, nella migliore delle ipotesi, appena dentro la corsa Playoff (EA7, Maccabi, Galatasaray, Unics ed Efes).

Ecco che il tiro da tre sconvolge questi numeri. 36,13% (11ma) su 465 tiri (14ma), di cui a segno 168 (13ma).

Il basket moderno, il tiro da tre rispetto a quello da due, le spaziature: concetti chiave che riprenderemo, ma vediamo la difesa.

Terza peggiore fra tutte, concede il 38,86% da tre: ancor più grave sul tiro da due punti, dove il 57,31% vuol dire ultimo posto. La migliore in questo caso è l’Olympiacos (45,40%), ma fa effetto vedere un Bamberg al 51,06% ed un Real al 51,72%, solamente per citare squadre la cui anima non parte certo da dietro.

I biancorossi di Repesa concedono poi una ratio assist/perse del 131,06%: fanno meglio solo eccellenze quali Real e Cska, nonché difese di ferro quali Olympiacos, Stella Rossa e Panathinaikos (18,35 assist e 14 perse i numeri avversari).

Molto interessante e, per certi versi, drammatico il confronto con l’eccellenza assoluta difensiva europea, l’Olympiacos di Sfairopoulos.

Milano permette 10,09 (la peggiore) canestri da tre a partita su 25,96 tentativi (seconda peggiore): sei delle prime dieci in quest’ultima statistica sono fuori dai PO. L’Oly concede 7,35 conclusioni vincenti dall’arco su 19,48 triple. Passando al tiro da due, all’ombra della Madonnina si permettono 21,30 fruscii della retina su 37,17 tentativi: al Pireo 19,52 ma su 43 tiri.

Numeri pesanti, questi ultimi: una squadra con un sistema ed una difesa vincenti concede più tiri da due, che oggi contano meno, permettendone un numero inferiore a segno, mentre non lascia concludere gli avversari da tre più di 19,48 volte a partita, con una misera riuscita di 7,35. Ed il peso del tiro da tre è chiarissimo a tutti nel basket moderno.

Fondamentale l’aggiunta che i 43 tiri da due che Spanoulis e compagni concedono sia il dato più alto in EL: Milano, coi suoi 37,17 permessi, è 14ma. Un ottimo piazzamento in una graduatoria che oggi ha senso, sì ma la contrario.

Se quelli difensivi sono numeri pessimi e logicamente fallimentari , quelli offensivi non giustificherebbero nemmeno una classifica così deficitaria. Ma è il peso specifico dei primi che fa la differenza.

L’impressione è che Milano difenda bene sul sistema e male sulle conclusioni. Perché? Vi è quasi sempre un anello debole, un individuo che trasforma le rotazioni in una cratere assai profondo.

Individuarlo in Raduljica è quasi scontato, ma non è solo quello.

In fondo molti minuti del centro serbo sono trascorsi in panchina: ormai il titolare è McLean, quindi c’è molto di più.

Diversi difensori meneghini sono ottimi in 1vs1, ma perdono di efficacia in un contesto ampliato.

Molta della pallacanestro moderna si gioca con dei 2vs2, massimo 3vs3 in movimento, mentre il resto degli uomini fa dello “spacing” la regola del set offensivo. Occupare gli angoli diventa fondamentale, insieme ad un’altra posizione chiave sull’arco. Scegliere cosa fare in questo frangente è fondamentale.

Luca Banchi, nel 2014 contro Siena, scelse di giocarsela in 2vs2 o 3vs3, affrontando gli altri uomini faccia a faccia, per impedire gli scarichi: andò bene, ma che rischio.

La regola del cambio fisso, scelta da Repesa, ha grande efficacia se giocata realmente in 5, perché permette di “rientrare” da alcuni mismatch difficili con le rotazioni. In 2vs2 (o 3vs3) diventa molto più complicato. Ecco perchè Milano soffre di più con le squadre meno atte ad un movimento di uomini e palla: si va sotto sui principi basilari del gioco di oggi, per pochi e scarsamente fantasiosi che siano. Per assurdo si va meglio contro sistemi più organizzati come il Real Madrid od il Fenerbahce.

La dimostrazione di tutto ciò deriva facilmente dall’incredibile numero di canestri subiti da Milano al termine di discreti possessi difensivi, negli ultimi 3-4 secondi, se non propriamente l’ultimo. Sfortuna? Solo in parte. Struttura? Molto, con quel quid finale che manca sempre.

Ricordate la squadra del Banchi 1? Le mille infrazioni di 24 secondi commesse dagli avversari europei? Quella struttura difensiva faceva sì che si arrivasse agli ultimi istanti del possesso avversario non vicini al collasso da recupero, causa troppi cambi ed emergenze, e che ancora si sarebbe potuto giocare per dieci secondi senza che cambiasse nulla.

Oggi la squadra fa pressione, tenta i recuperi, dove infatti eccelle, ma prende rischi per coprire deficienze individuali che, alla fine, emergono come punto debole. Essere secondi nei recuperi e terzi nei falli fatti ne è dimostrazione.

Ma allora perché tutto ciò?

Si è detto di Miro Raduljica, oggi al 10% del suo rendimento, ma quando è stato firmato si è pensato che fosse diverso da ciò, anche al 99% delle sue possibilità. Othello Hunter, per usare un eufemismo non un giocatore che mi fa impazzire, sarebbe stato il centro per Milano, solo per fare un nome indicativo delle necessità. Cambiare su ogni possesso con Miro? Impossibile.

Ritengo che ad inizio anno si pensasse di poter collassare in area per coprire questa mancanza individuale, mantenendo l’asticella della pressione alta in presenza di McLean. Questo era il progetto, cui la realtà ha imposto un severo stop.

L’errore sul pino? Avere riposto fiducia ed aspettative troppo elevate nel rendimento di alcuni, assolutamente necessari al successo del sistema.

La domanda che tutti si pongono è, correttamente, dove stiano le responsabilità maggiori.

Condivise, mi sento di dire, tra società, staff e giocatori, in perfetta egual misura.

Provo sincero ribrezzo per gli indici levati verso tizio o caio, soprattutto quando la realtà la si posa giudicare solo da fuori, come, almeno nel mio caso, è certo che accada.

Vi sono stati errori gestionali che si possono attribuire alla panchina, vero, così come la società non è esente da colpe (caso Gentile su tutti) e così come gli stessi giocatori non siano certamente innocenti di fronte ad alcune prove dall’intensità almeno sospetta.

Chi poi abbia scelto questo quel giocatore è francamente motivo personale di tanti dubbi: quel che succede in tal senso nelle società moderne è un vero e proprio rebus irrisolvibile nella sua illogicità.

Semplice e logico, oggi, dire che se i tre uomini su cui hai puntato maggiormente per rafforzare la squadra (Raduljica, Dragic ed Hickman) sono molto al di sotto del rendimento atteso, i risultati sono questi.

L’idea della pressione elevata per 40 minuti, oggi realtà solo a sprazzi, prevedeva un concetto di rotazioni “democratiche” ad alta condivisione: concetto difficilissimo, un capolavoro riuscirci.

Tali rotazioni son l’ultimo aspetto che ritengo di dover analizzare all’interno della situazione milanese.

13 uomini, ora ridotti a 12 (Latorre e Cerella mai veramente presi in considerazione fin dall’inizio, Gentile come sappiamo) sono comunque tanti da ruotare. In Europa il solo Real ha situazione simile: tutti gli altri hanno puntato su 2-3 grandi giocatori con 5-6 di buon/medio livello ed alcuni gregari a completare il roster.

La Milano di Repesa nasceva con un leader che oggi non c’è più e tanti giocatori di livello medio similare: come detto difficilissimo da gestire, poiché in 12, ogni gara regala almeno due-tre facce scure alla fine dei 40 minuti. Facce che spesso sono state quelle di Abass e Fontecchio, senza dimenticare Cinciarini e Pascolo.

La critica ha spesso lamentato questo scarso utilizzo, ma la storia recente ci porta ad una considerazione di grande attualità: qualcuno dei nomi indicati è per caso tra i primi cinque giocatori italiani?

Ovviamente no, ma se per caso lo fosse, le eccellenze italiane dove hanno portato di recente la nostra nazionale? Qui non c’entra Repesa, perché potrebbe essere anche Red Auerbach o Dean Smith e nulla cambierebbe. Il livello del basket italiano è decisamente inferiore ad almeno quello di quattro-cinque paesi europei, forse anche di più. Come si poteva pensare che fossero questi giocatori a portare Milano ai Playoff di Eurolega? Suvvia, lo dicono i numeri.

Poi è ovvio che uno zoccolo duro di italiani sia necessario, come base su cui costruire. Ed i quattro nomi fatti in precedenza lo possono diventare, anche grazie alle esperienze di quest’anno, nonostante non siano Spanoulis-Mantzaris-Printezis o Llull-Reyes-Fernandez. Questione di attaccamento alla maglia, di adattamento al contesto che si vive, di rappresentanza dei colori anche per la tifoseria.

L’Eurolega dice che dopo il 2004 di Tel Aviv, con Siena e Fortitudo protagoniste ed italiani che contavano veramente come Galanda, Chiacig, Basile, Pozzecco e Mancinelli (NE per i diciottenni Luca Vitali e Marco Belinelli), solo il 2008 ed il 2011 hanno visto una partecipazione italiana, sempre senese: quale fu l’impatto dei giocatori italiani nella storia europea, e non solo, della compagine del Palio? 6 minuti di Carraretto nella semifinale del 2008 oppure i 4 e 4 dello stesso capitano e di Ress in quella del 2011?

Senza aprire discussioni che non sono pertinenti in questo contesto, questa è la realtà dei protagonisti italiani negli ultimi 13 anni di Europa che conta. Perché dovrebbe essere diverso oggi a Milano?

Oggi l’Olimpia ha il dovere di far crescere questi giocatori, in primis i più giovani (ma non dite ad Esposito che un 22enne è giovane, ed ha ragione lui…), nella restante porzione di stagione, ma se vuole competere ad alto livello, ovvero reali chances di Playoff senza pensare direttamente all’ultimo atto delle Final 4, deve muoversi in direzione precisa, ovvero almeno due leader dal peso specifico notevole, sia tecnico che morale.

Altrimenti sarà solo un eventuale miracolo, non esattamente la cosa migliore da programmare.

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