Luka Doncic e Andres Nocioni, ovvero: il basket non è un gioco da ragazzi

Luka Doncic e Andres Nocioni, ovvero: il basket non è un gioco da ragazzi

La Final 4 ha messo Luka Doncic in una situazione che non conosceva. Non ha giocato bene, si è spaventato.
Nocioni ha giocato l’ultima partita di EuroLega di una grande carriera.
Un ragazzo e un uomo, un percorso che non è solo di basket.

di Massimo Tosatto

Un giorno mio padre mi chiamò e mi disse: -Morire si deve morire, ma non ti preoccupare, anche quando sarò morto, io verrò a farmi un giro a casa ogni sera e tu mi sentirai passare.- E io ogni sera a casa sento un vento e mi dico, quello è mio padre.”
Il diacono di una chiesa, a un rosario.

Quando un ragazzo ha la faccia di Luka Doncic alle Final 4, qualcosa non va. Lo sguardo perso, la bocca semiaperta e un profilo incerto. Porta la palla dall’altra parte del campo ma non prende decisioni, non impatta sul gioco. Fa il passaggio più facile, taglia, si posiziona sulla linea del tiro da tre, aspetta.

Altre volte ha spazio per il tiro, ma si vede che non si fida. Non ci prova nemmeno. Gli spettatori lo guardano interrogativi, mentre Sergio Llull usa tutti i trucchi che trova in fondo alla sua bisaccia cestistica per tenere in partita il Real contro il Fenerbahce.

Laso dopo un po’ lo toglie. Qualunque cosa è meglio. Forse ha sbagliato a metterlo in quintetto fin dall’inizio. È possibile che il campo, l’evento, lo intimidiscano e lui si sia rifugiato dove sembra trovarsi meglio: sé stesso.

È una cosa strana. Noi vediamo i giocatori come giocatori, fatichiamo a vederli come persone. Pensiamo che il talento basti, e Luka ne ha tanto. Ma non è così. Il ragazzo lascia Lubiana a 12 anni con la promessa di un futuro migliore per sé e la famiglia. Si trasferiscono tutti a Madrid per vedere sbocciare un giocatore unico, quel Santo Graal che gli scout in giro per il mondo cercano continuamente.

Da allora allenamenti, speranze, desideri, promesse di contratti milionari riposano su spalle ancora fragili, che sentono tutto questo come una zavorra da portarsi dietro.

Spesso, i ragazzi come Luka si paragonano a Drazen Petrovic. O Dejan Bodiroga. O Toni Kukoc. Ma qui il caso è molto diverso: tutti e tre i suddetti crebbero in un ambiente completamente diverso, maturarono in una Yugoslavia che non dava a nessuno di loro il peso di contratti milionari, di promesse da avverare con il loro gioco. Drazen era una ragazzotto presuntuoso dallo sconfinato talento, non doveva pensare all’agente, al manager, al marchio che avrebbe fatto le scarpe col suo nome. Dejan e Toni lo stesso, giocatori che crebbero nel loro tempo, in una Yugo e uno sport ancora fuori dall’incrocio di interessi milionari che rischia ora di strangolare i talenti, con il peso di attese mostruose e un precoce approdo alla NBA.

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Un padre che ragioni come un padre, anche non il padre di Luka, pensa una sola cosa guardandolo in quella partita: proteggetelo. Portatelo fuori da lì, su una spiaggia, in un campetto di periferia, e lasciategli assaporare la gioia della vita. I confronti con i giocatori del passato non tengono mai conto del fatto che a essere cambiati non sono solo gli uomini, ma anche le condizioni. Oggi sulla pelle dei ragazzi si sviluppa un mercato che li schiaccia con promesse che sono condanne, la loro strada viene decisa a un’età molto precoce e non c’è tempo di crescere, svilupparsi, amare, provare le emozioni e i sentimenti che ti rendono uomo.

Drazen oggi a 17 anni avrebbe avuto un agente a bussargli alla porta, e non Moka Slavnic a gridargli nelle orecchie, non la palestra semibuia di Sebenico e un campetto in cui andare a tirare 500 volte alle 6 del mattino per scavare, con la sua forza di volontà, il talento da un corpo e una mente che non erano superiori, lo sono diventate grazie all’allenamento e alla voglia.

L’adolescenza è il tempo in cui trovare se stessi, non per essere modellati per rispondere a una visione di mercato, che non tiene conto della nostra unicità. Tutto quello che è caduto addosso a Luka in questo anno lo ha messo al centro dei riflettori, ma lo ha anche spaventato, l’ha fatto rintanare in una parte di sé in cui si nasconde il fanciullo che tutti noi siamo. E non bisogna fargliene una colpa. Bisogna invece trovare il modo di sottrarlo dalla luce e dargli ancora la possibilità di affinarsi, di formarsi, di darsi un senso.

Sicuramente l’allenamento sarebbe una buona cura. E ritrovare nel basket il significato della gioia, del divertimento, dell’affermazione di sé in un campo di uguali. È solo fino a un certo punto una questione di carattere, è la questione di un ragazzo che deve trovare la sua strada e non farsela imporre.

Nella finale del terzo posto, con Luka, in campo, uno spaesato Andres Nocioni giocava i suoi ultimi minuti di Eurolega. Andres viene dalla “generacion dorada” dell’Argentina, in cui lui, Ginobili, Oberto, Scola, Delfino, vinsero tutto battendo anche gli Stati Uniti.

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Andres venne in Europa più o meno nello stesso periodo di Ginobili, in cerca di una fortuna che il suo talento poteva dare alla vita. Per lui e gli altri di quella generazione, l’affermazione di sé è stata la lotta per la sopravvivenza. D’estate si trovavano in Nazionale a giocare, con la gioia infantile di chi ritrova una casa e il posto da cui viene. In Europa svilupparono i loro talenti a poco a poco, Ginobili per esempio con Gebbia a Reggio Calabria, e divennero giocatori dominanti, anche in NBA.

Quegli ultimi suoi minuti sono stati strazianti. Quando il suono del quarantesimo ha chiuso la partita, Andres è rimasto in campo qualche minuto, è uscito per ultimo del Madrid, mescolato agli ultimi del CSKA. Deve aver sentito qualcosa che usciva da sé per sempre, e che tra poco uscirà del tutto, alla fine dei playoffs spagnoli.

Nocioni è stato un giocatore tecnico e duro; in NBA ricordano ancora il suo fallo contro Wade, e il suo coraggio leonino che non lo ha mai fatto arretrare. Ma quel suo carattere non è nato all’improvviso, dal nulla: è un risultato. E questo sfugge a molti.

Il risultato è importante, ma è il prodotto di un processo umano a cui non si può derogare. Prima viene l’uomo, con il suo carattere, la sua forza, che sono in parte elementi innati, ma in (gran) altra parte elementi che vengono allenati. Soprattutto bisogna non sentirsi soli, avere dei grandi amici, non illudersi che la propria grandezza sportiva ti renda un solitario in grado di risolvere tutto.

Ecco, Luka sembra un ragazzo molto solo, da cui tutti si aspettano qualcosa, un qualcosa che lui non può dare, perché se il suo corpo, cestistico, è stato allenato a dare il massimo, la sua anima, l’anima di un ragazzo, deve ancora crescere, stabilirsi, darsi una forza e un obiettivo. Tutti i padri parlano dei loro figli come se fossero dei genii, come se fossero già grandi, ma la realtà è che questa loro giovinezza è da preservare, da costruire, da rendere la rampa di lancio di un’età adulta che non deve essere sacrificata alla fretta, di mettere in campo una mucca da spremere in contratti commerciali.

E come padre qualcuno dovrebbe prenderlo dal campo, portarlo fuori, farlo amare, conoscere le cose, stare con gli amici. Fare una vacanza con lui, parlargli con quella intimità con cui si passano le cose importanti, che non sono le norme degli allenatori, ma quelle parole, intime, che ti fanno andare avanti nella vita. Perché, Nocioni insegna, la forza non viene solo dal basket, ma da un fuoco interiore che alleni con i valori, con gli amici eterni, i Manu, i Luis, con cui sognerai ancora di giocare tra vent’anni, di gettarti tra le spine per aiutarli a vincere.

Perché il segreto dei grandi è che si è davvero grandi quando si dà tutto e vincono gli altri, non solo quando vinci tu. Perché tu, da solo, non andrai mai da nessuna parte. Ma per farlo ci vuole fuoco dentro. Un fuoco da uomo, vero.

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