Olimpia Milano: i passaggi chiave del percorso verso il fallimento

Olimpia Milano: i passaggi chiave del percorso verso il fallimento

Ripercorriamo i momenti specifici che hanno portato la stagione dei campioni d’Italia da un’ottima partenza alla fallimentare conclusione.

di Stefano Bartolotta

Nella vita, e quindi anche nella pallacanestro, i fallimenti non arrivano quasi mai per caso. Quando si ha a che fare con la dura realtà, spesso basta voltarsi indietro per capire cosa ha causato il verificarsi di quell’evento negativo che sancisce la conclusione ingloriosa di un progetto. Questo vale anche per la stagione dell’Olimpia Milano, partita con due obiettivi molto chiari, ovvero vincere il secondo scudetto consecutivo a 30 anni dall’ultima volta, e qualificarsi per i playoff di EuroLega. Quest’ultimo traguardo era difficile e lo si sapeva, per cui l’averlo mancato solamente all’ultima partita non ha avuto i contorni della tragedia; per lo scudetto, invece, non c’erano scuse, vista la differenza in termini di talento e profondità tra il roster milanese e quello di tutte le altre squadre, per cui la mancata conquista del tricolore appariva come un’eventualità remota, il cui verificarsi avrebbe dato l’avvio a una serie infinita di processi feroci. Eccoci qui, quindi, con i tifosi che, sui social, chiedono la testa di tutti, non solo di un Proli che aveva già annunciato da mesi che avrebbe lasciato al termine della stagionevosto. I più bersagliati sono, com’è normale che sia, Pianigiani e James, ovvero il tecnico che non ha dato un gioco, né un’anima alla squadra, e il leader che si è preso tiri e iniziative fuori a ogni logica nelle sconfitte decisive.

È normale che il tifoso reagisca di pancia e osservi le cose più evidenti che si pongono sotto al suo naso, e le istanze della tifoseria non vanno mai sottovalutate, perché comunque fanno parte dell’ambiente, che a Milano è particolarmente volubile e molto più atto a far emergere le negatività rispetto a quanto avviene di positivo. È altrettanto necessario, però, che qualcuno con una grande competenza cestistica esamini tutto ciò che è successo in questa stagione disgraziata e prenda le decisioni più opportune, senza guardare in faccia a nessuno, senza pensare, possibilmente, alle ricadute economiche, ma mettendo in fila le ragioni del fallimento e le opportune misure per far sì che non si verifichino. Se, in virtù di questa attenta e minuziosa analisi, fatta, lo ripetiamo, da una persona di estrema competenza, venisse fuori che la soluzione più adatta sarebbe la riconferma di Pianigiani, detta riconferma ci dev’essere. Se dovesse emergere che la presenza di James è stata più dannosa che utile, bisognerà negoziare un’uscita dal contratto, seppur molto onerosa visto l’ammontare dell’ingaggio. Stiamo parlando per assurdo, perché è ovvio che le soluzioni più immediate sarebbero l’allontanamento del coach e la costruzione di un nuovo assetto in cui il talento indiscutibile di James venga meglio incanalato, però è necessario prendersi il tempo che serve per prendere decisioni che potrebbero influenzare il corso della storia dell’Olimpia da qui ai prossimi 3-4 anni.

Nel nostro piccolo, noi possiamo provare a elencare i passaggi che si sono rivelati determinanti per questo tonfo clamoroso, per far capire che è inutile appellarsi agli infortuni, agli arbitri, alla fortuna o a chissà cos’altro, ma che è il caso di controllare meglio ciò che può essere controllato prima di lamentarsi dei fattori esterni. Come fare a esercitare questo controllo, noi non possiamo saperlo, ma sarà un compito della persona estremamente competente (lo ripetiamo per la terza volta) che prenderà in mano la situazione.

ROTAZIONI STRETTE E GIOCATORI POCO COINVOLTI: in una stagione da 60 partite già calendarizzate, più Supercoppa, Coppa Italia ed eventuali playoff di campionato ed EuroLega, il roster lungo è necessario non perché le riserve contribuiscano solo se i titolari sono infortunati, come se stessimo giocando a un videogioco, ma perché questi 2.400 minuti vanno utilizzati per far sentire a quanti più uomini possibile il feeling della competizione, in modo che poi, se e quando il loro contributo servirà davvero, loro saranno stati messi nelle condizioni tecniche e motivazionali per rendere a dovere. Invece, Pianigiani ha affrontato l’inizio della stagione, non solo in EuroLega, ma anche in campionato, con rotazioni strette, dando poco spazio e pochissime responsabilità a diversi giocatori, per lo più italiani, e non cercando di fare alcunché, gara dopo gara, per coinvolgere maggiormente chi era “rimasto indietro” (qui, oltre agli italiani, va fatto il nome di Bertans). Le vittorie arrivavano, e andava bene così, perciò si è andati avanti senza un minimo di visione nel lungo periodo, immaginandosi che, ad esempio, in caso di infortuni più o meno importanti, che capitano sempre in una stagione così lunga, si sarebbe chiesto aiuto a persone, prima che a giocatori, ai quali un aiuto non era stato dato, ed è vero che veniva corrisposto loro lo stipendio, ma in tutte le aziende, non solo nelle squadre sportive professionistiche, ogni singolo dipendente va correttamente motivato, altrimenti farà difficilmente quel passo in più che va al di là delle mansioni scritte sul suo contratto.

LA SCELTA DI OMIC: nel momento del calo in EuroLega, era evidente che un intervento sul mercato nel reparto lunghi fosse necessario, non solo per lo scarso tonnellaggio complessivo degli uomini già a disposizione, ma perché, nel giro di poche partite, la difesa era andata in grandissima difficoltà contro avversari che potevano schierare un certo tipo di 4-5 capace di sfruttare la propria fisicità contro Kuzminskas e Brooks. Johnny O’ Bryant, Derrick Williams e Joffrey Lauvergne sono stati i tre indizi che hanno fatto la prova della necessità di qualcuno capace di difendere contro questo tipo di giocatore. Purtroppo, però, Tarczewski si è infortunato con un mese e mezzo di prognosi, e così si è deciso di acquisire un centro, invece che qualcuno che potesse difendere su quel tipo di 4. Scelta che, a livello concettuale, ha avuto la stessa mancanza di visione di lungo periodo che aveva causato il punto di cui sopra, e che, nello specifico, si è rivelata catastrofica. Omic è stato, fin da subito, l’epitome del concetto di “inadeguato”, e quando Tarczewski si è ripreso ma, subito dopo, Gudaitis si è infortunato, è stato evidente a tutti che il buco nel ruolo di 5 fosse incolmabile, non solo per la perdita del lituano, ma perché era impossibile fare affidamento su un giocatore così lento e goffo, nei movimenti e nel pensiero.

LA MANCATA REAZIONE ALLA DEBACLE IN COPPA ITALIA: la Coppa Italia non è solo quel torneo ricco di emozioni che qualcuno da Oltreoceano ritiene più meritevole di attenzione rispetto alla regular season di NBA, ma è anche l’occasione per testare il comportamento di una squadra quando si ritrova ad affrontare l’adrenalina dell’eliminazione diretta, e fare scelte anche nette in base al risultato del test. L’anno scorso, Pianigiani ebbe il coraggio di farle, queste scelte, mettendo ai margini della rosa Theodore (che si era sì infortunato, ma non certo fino al termine della stagione, e invece non ha più visto il campo) e M’Baye e creando l’assetto giusto per sfruttare al meglio i pregi di Goudelock e, soprattutto, per motivare chi era sopravvissuto ai tagli del post Firenze. Quest’anno, complice il fatto di essere ancora in lotta per i playoff di EuroLega, il coach è andato avanti come se la sconfitta contro una Virtus Bologna che avrebbe cambiato guida tecnica di lì a poco e non si sarebbe qualificata per i playoff italiani, non fosse mai avvenuta, o comunque non avesse alcun significato. Invece, un significato l’aveva eccome, perché ai playoff si sono visti gli stessi problemi già contenuti nel microcosmo di quella partita, soprattutto dal punto di vista mentale, coi giocatori che hanno reso particolarmente male quando una sconfitta non pregiudicava troppo l’andamento della serie (quindi nelle due gare 1 e nella gara 3 contro Avellino), così come l’hanno fatto in quella partita nel primo tempo, quando l’essere sotto nel punteggio non significa ancora uscire sconfitti, e con il miglioramento nel rendimento figlio solo dell’istinto di sopravvivenza e di limiti degli avversari, o fisici come per Avellino, o conseguenti alla cosiddetta “paura di vincere” come in quella partita contro la Virtus o in gara 3 contro Sassari, quando gli avversari erano in totale controllo della situazione e hanno fatto di tutto per suicidarsi. Pianigiani, quindi, avrebbe dovuto analizzare i risultati del test e, come l’anno scorso, fare subito scelte precise, ad esempio dare subito a Burns i minuti da secondo centro, invece di pretendere che il giocatore desse un contributo in questo ruolo solo nei playoff dopo essere stato quasi inutilizzato per tutto l’anno, oppure insistere di più sulla creazione della giusta chimica tra James e Nunnally, visto che il secondo sembrava rendere al meglio solo quando in campo non c’era il primo.

Con i se e con i ma non si va da nessuna parte, ma non ci sembra di fare affermazioni azzardate dicendo che se i giocatori fossero stati coinvolti meglio, se si fosse scelto un giocatore adatto per rinforzare il reparto lunghi e se si fosse riusciti a ricavare uno o più insegnamenti dalla Coppa Italia, oggi staremmo ancora parlando di una Milano in lotta per lo scudetto. Invece, la tifoseria biancorossa dovrà sperare, per l’ennesima volta, che i nuovi processi decisionali e di analisi, sia nella costruzione del roster che a stagione in corso, non si rivelino disfunzionali ancora una volta. Questa sarebbe la vittoria più importante, al di là della permanenza di questo o di quel nome.

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