Sbocciare senza voler mai appassire: esegesi di Luka Doncic

Luka Doncic è la nuova stella della pallacanestro europea. Ciò che lo rende speciale, prima del talento, sono però la sua mentalità e la sua dedizione per il gioco.

di Marco Arcari

Sono passati ormai anni da quando lo vidi giocare per la prima volta. E proprio oggi, nel giorno dei suoi 18 anni, provo a spiegare – ancora una volta – perché Luka Doncic sia un qualcosa di mai visto, magari anche grazie all’ausilio di qualche numero.

Partiamo dal presupposto che, considerata la stagione che sta vivendo Sergio Llull, emergere in uno spot come quello di playmaker – peraltro in una squadra che saluta Sergio Rodriguez anche per puntare su di te – non deve essere facile. Anche, e soprattutto, se hai 17 anni e gli occhi di tutto il mondo cestistico che ti guardano: alcuni pronti ad ammirarti, altri pronti a spalancarsi al tuo primo fallimento. Perché lo sport contemporaneo è anche un mondo in cui il talento abbonda, ma spesso viene sprecato. E quando sento parlare di nostalgia, forse penso più alla nostalgia verso un mondo che si poggiava su fondamenta rappresentate da valori oggi perduti o nascosti sotto strati di orologi Rolex, volanti Ferrari e bottiglie Dom Perignon. Il mito del fenomeno scapestrato, fuori dalle regole del gioco, insomma il mito dei George Best, dei Mané Garrincha, mi ha sempre affascinato.

Essere atleti pur facendo una vita da poeti maledetti. Una vita da soggetti che non vogliono essere accettati dalla società, bensì vogliono riscrivere le regole sociali. E al talento, quando abbonda, si concede anche troppo. Chissà come sarebbe andata la storia di Paul Gascoigne se il mondo dello sport si fosse accorto che quelle esultanze, quelle scenette, quegli estremismi del buon Gazza erano espressioni esteriori di un grande malessere interiore. Chissà se George Best non sarebbe ancora in vita, se avesse deciso di non spendere tutti i suoi soldi in donne e alcool, sperperando il resto, o se avesse deciso di andarlo a vedere, il mare, anziché fermarsi sempre al primo bar che lo separava da onde spumeggianti appena uscito dall’uscio di casa.

In questo, Luka Doncic è un qualcosa di particolare. Idolatriamo atleti che pensano prima alla vita sui social network rispetto alle prestazioni sul campo; definiamo come fenomeni giocatori che non hanno dimostrato nulla per essere definiti tali. Eppure abbiamo ancora dubbi su un giocatore del genere, finendo per chiederci se davvero possa avere un futuro in NBA o se sia meglio che rimanga a spiegare pallacanestro entro il vecchio Continente. Follia. La rivoluzione è già in atto da più anni, solamente che il popolo se ne accorge al momento in cui le élite vogliono che se ne accorga. Ricordate la rivoluzione francese? Tutti citano le proteste delle pescivendole a cavalcioni di un cannone nel mercato ittico di Parigi, ma pochi analizzano il ruolo avuto dagli intellettuali illuministi nel tracciare il solco che avrebbe portato alla cesura giuridica, costituzionale, politica e culturale di fine Settecento.

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Luka Doncic è quel giocatore per il quale si vive un conflitto interiore: andare a vederlo dominare o andare per vederlo giocare una partita normale e cercarne i punti da migliorare. Non che sia sbagliato vivere l’esperienza nel secondo modo, per carità, ma personalmente ritengo che solamente il primo sia quello rivoluzionario. Andare a vederlo giocare per assistere alla rivoluzione. Una rivoluzione a 360°: non solo nel ruolo, ma anche nei gesti tecnici, nel body-language, nella mentalità, nel rapportarsi con i compagni. A 18 anni – oggi – Doncic si è preso la scena europea e non sembra intenzionato a lasciarla, nemmeno a mostri sacri come Llull, Spanoulis, Teodosic. Giusto per citarne alcuni.

A 18 anni, Doncic ha portato la pallacanestro a un livello più alto, piazzando una di quelle cesure che, prima di lui, solamente pochi altri avevano potuto realizzare: Delibasic, Sabonis, Kukoc, Petrovic, i miei preferiti. Sicuramente non gli unici, ma qui il lettore potrebbe aggiungere a suo piacimento nomi su nomi, in una lista che viva di continui passaggi rivoluzionari. Delibasic rivoluzionò il concetto di talento puro, con giocate che altri avrebbero poi preso in prestito e migliorato (long bounce pass vi dice niente?). Sabonis rivoluzionò il concetto di “dominare”, cambiando per sempre gli schemi arcaici dello spot di centro. Kukoc, forse più di altri, impersonò il concetto di point-forward. Petrovic riscrisse le regole del saper fare l’amore con un canestro, rendendo partecipi anche migliaia di spettatori a un amplesso tanto romantico, quanto seducente.

Con questo non voglio dire che Doncic abbia già pareggiato le gesta dei citati 4 mostri sacri. Semplicemente, però, ha messo la propria locomotiva sul binario della storia che percorsero questi quattro fenomeni. Un binario dal quale, però, è ancora possibile deragliare. Perché il nostro più grande limite è quello di bruciare, mediaticamente, le tappe: analizzare due buone prestazioni e passare a trarre conclusioni alquanto affrettate, se non del tutto erronee. Un binario dal quale è possibile deragliare, ma non se la mentalità rimane quella mostrata finora.

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Perché a colpire, più degli 8.5 punti, 4.3 rimbalzi, 4.2 assist di media in EuroLeague (in soli 19:12 minuti ad allacciata di scarpe), sono il suo body-language, la sua mentalità: avere 18 anni e giocare come un veterano di 30, forzando il minimo e gestendosi al meglio. Questo aspetto, più di ogni altro, rende Doncic un giocatore dal sicuro avvenire. Un giocatore che probabilmente saluteremo nell’estate 2018, noi vecchi europei. Un giocatore che rivoluzionerà la pallacanestro anche nella patria del costituzionalismo scritto, dove le rivoluzioni furono seguite da carte dei diritti e da riconoscimenti individuali.

Perché agli scettici, risponderanno i numeri, le giocate. Ai dubbiosi, invece, possono già rispondere le statistiche attuali. Rising-Star di EuroLeague in cassaforte quando manca ancora metà stagione. 17, 11, 11: i suoi highs stagionali alle voci punti realizzati, rimbalzi conquistati e assist smazzati. Quattordici, come le partite in cui ha macchiato il proprio tabellino, smuovendo voci statistiche per svariate volte (almeno 3 per categoria). Tre ruoli. Un solo risultato. E in tutti e tre i ruoli ha davanti mostri sacri di questo gioco, tornando proprio ora a considerare la stagione che sta vivendo Llull, per citare un esempio.

Luka Doncic è artefice – forse inconsapevole, ma è meglio così – di una rivoluzione che ha già segnato il modo di fare e di pensare la pallacanestro. Perché ora, il mondo si affaccia dal balcone del talento per ammirare un playmaker bianco di oltre 2 metri, che tira come una guardia, ha il ball-handling di un giocatore da playground e va a rimbalzo come un lungo. E per “bianco”, non intendo una connotazione razzistica dell’essere, quanto un dato di fatto: caratteristiche atletiche e tecniche che differiscono non poco, anche per conformazioni muscolari e tendinee diverse.

Luka Doncic è artefice di quella rivoluzione sul cui carro, proprio come durante la Rivoluzione francese, noi popolani vogliamo tutti salire. Senza correre il rischio, però, di perdere la testa in una successiva Restaurazione. Perché da qui, non vi è più ritorno.

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