Uomini di Basket, di Luca Maggitti – Faccia a faccia con Piero Millina: “Il basket? Un grandissimo amore”

di Luca Maggitti
Piero Millina, ti senti un coach del secolo scorso prestato al terzo millennio?
«Sono nato il giorno di Natale del 1958 e quindi sicuramente sono del secolo scorso ed orgoglioso di esserlo. Mi spiego meglio: nel secolo scorso, per adoperare i termini della tua domanda, a livello cestistico eravamo la terza forza continentale, rispettati da tutti anche perché spesso vincevamo o con la Nazionale o con le squadre di club. In quel movimento esistevano scuole tecniche gestite da grandissimi istruttori ed ottimi tecnici che producevano in continuazione giocatori di alto livello, anche perché erano affiancati nel lavoro di tutti i giorni da ottimi dirigenti. Oggi credo che, senza polemica, neanche con una lente d’ingrandimento riusciremmo a ritrovare quel contesto tecnico. Io sono cresciuto con riferimenti tecnici e umani come Tracuzzi, Sales, Zorzi e tanti altri, di cui oggi si sono perse le tracce ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Quindi non so se mi sono prestato al terzo millennio o meno, dico solo che se ci fosse ancora un poco della conoscenza e della passione che c’era nel secolo scorso, staremmo tutti enormemente meglio, ad iniziare dai giocatori per finire coi tifosi e gli sponsor».
Cosa cova sotto la panchina oggi, e cosa covava oltre 30 anni fa, quando hai iniziato nella Virtus di Porelli?
«Anche una volta sotto le panchine c’erano amicizie, interessi e quant’altro, ma il tutto aveva sempre come denominatore comune: la bravura e la conoscenza tecnica e non le pubbliche relazioni o essere solo amico degli amici. 30 anni fa, le 60 squadre di vertice erano dirette dai 60 tecnici più preparati che il movimento poteva offrire, oggi non credo che sia così. Probabilmente mancano proprio i Porelli, gli Allievi, i Rubini e, da amante di questo sport, se dovessi scrivere una lettera a Babbo Natale, non chiederei dieci Meneghin, ma dieci dirigenti del valore di Porelli».
Ti è capitato anche di allenare Darryl Dawkins, a Forlì. È stato “Baby Gorilla” il tuo giocatore più forte?
«Senza ombra di dubbio. Un super con la esse maiuscola ed anche un’ottima persona, alla quale sono rimasto affezionato. Non a caso è stato il primo giocatore statunitense a passare direttamente dalla scuola superiore ai professionisti. Tutti lo ricordano per le schiacciate, ma pochi sanno che il grande Darryl palleggiava come un piccolo e da fuori faceva più canestro di una guardia tiratrice, oppure che non è mai uscito da un palazzetto senza avere firmato un autografo anche all’ultimo bambino».
Qual è, ad oggi, il tuo quintetto ideale di giocatori allenati? Hai facoltà di completarlo anche con la panchina…
«Quintetto: Magri, Torri, Morandotti, Comegys, Dawkins. Panchina: Romano, Lot, Cioffi, Sappleton, Allen. Ne ho indicati 10, ma ce ne potevano stare tantissimi altri, che sicuramente sono penalizzati dai quattro americani».
La cosa più assurda che ti sia capitata nel mondo del basket, in oltre 30 anni di carriera?
«L’anno scorso, a Corato, mi è stato dato un appartamento dove in pratica il corridoio di casa mia era in comune con il mio amico Mimmo Trivelli che, per raggiungere il suo appartamento, doveva passare obbligatoriamente da lì. Quando ho chiesto spiegazione, mi è stato risposto che andava bene così, in quanto l’appartamento era dato gratuitamente da un conoscente. Sono ritornato in albergo e, a distanza di pochi giorni, sono rientrato a casa in quanto non mi volevano firmare il contratto. Se pensi che stiamo parlando di un contesto di serie A, hai il quadro completo!».
E quella più assurda fuori dal campo, ma legata alla palla a spicchi?
«Di specifico non ho niente, quello che veramente mi infastidisce come “uomo pubblico” è essere giudicato come uomo, non come tecnico, da chi non mi conosce e con me non ha mai scambiato parola. È vero che il lavoro che facciamo ci porta a stare sotto i riflettori, ma credo che abbiamo diritto di essere giudicati per quello che siamo e non per quello che Tizio o Caio si possono immaginare o addirittura inventare e raccontare al bar!».
Di chi è la colpa, secondo te, se il basket – contratti alla mano – è sceso così in basso? Escludendo la crisi economica, s’intende.
«Se dicessi tutto quello che penso ormai da una decina d’anni, mi squalificherebbero a vita. Pertanto, dico solo che il pesce, grande o piccolo, puzza dalla testa. Tracuzzi e Zorzi, tanti anni fa, mi diedero questa visione del nostro movimento: i giocatori sono le gambe e le braccia di un corpo umano, i tecnici sono il cuore e i dirigenti sono il cervello. Quando il cuore si ferma ti attaccano ad una macchina, ma quando il cervello non dà segni di vita ti dichiarano morto. In più, ormai da troppo tempo, ci sentiamo raccontare che il problema sono i procuratori: probabilmente hanno molte responsabilità, ma personalmente ritengo che il vero male non siano loro, bensì l’enorme potere che gelosamente gestiscono e chi glielo ha dato in maniera incondizionata. L’unica cosa che mi sento di dire, ai tanti amici che ho in quella categoria, è di stare attenti a non uccidere la vacca, perché dopo finisce il latte… per tutti».
Sei arrivato da pochi giorni a Campli: piccola città, ma che sprizza basket da tutti i pori. Con quale obiettivo?
«Il mio obiettivo personale, come sempre, è di dare il 100% di quello che ho dentro sia alla squadra che alla Società che mi ha ingaggiato. Se invece parliamo di un obiettivo teorico legato anche agli altri, ti dico che nonostante il -25 di Ortona, proveremo a giocare per agganciare il terzo posto poi, se buttato il cuore al di là dall’ostacolo non centreremo l’obiettivo, ce ne faremo una ragione sapendo che comunque avremo buttato le basi per il futuro del movimento camplese».
Come vorresti che giocasse il tuo Campli?
«Come tutte le squadre che ho allenato, vorrei che non giocasse la mia pallacanestro, bensì  un basket dove le caratteristiche dei singoli giocatori, unite insieme, fossero esaltate e diventassero la base di un discorso comune del gruppo che a quel punto, oltre che vincere parecchio, si divertirebbe enormemente. È inutile e stupido che un tecnico si intestardisca a giocare come piace a lui, se i giocatori non sono in grado di giocare in quel modo. La pallacanestro buona o cattiva ha un giudice supremo che è il campo, ed i protagonisti sono i giocatori, c’è poco da fare. Quindi a noi allenatori non resta che mettere i protagonisti nelle migliori condizioni per rendere al meglio».
Coach, nel salutarci: cos’è per te il basket?
«Semplicemente la vita, una realizzazione, la consapevolezza di potere essere utile ai ragazzi giovani prima da un punto di vista educativo e poi tecnico. Però, e nella vita c’è sempre un però, sto parlando di quando io sono in palestra coi miei ragazzi, di prima squadra o giovanili. Perché, viceversa, se parliamo di quello che è diventato il mio mondo negli ultimi 15 anni, sono talmente deluso e amareggiato che non riesco neanche più a vedere le partite in televisione. Quindi, per concludere: un grandissimo amore, che poggia su di un filo sottilissimo».
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