Eurobasket 2017 – Italia: anatomia di un fallimento

Eurobasket 2017 – Italia: anatomia di un fallimento

Per l’ultima volta l’Italia ha giocato una partita equilibrata contro la Germania. Da ora in poi i tedeschi saranno irraggiungibili per noi.

di Massimo Tosatto

“Spesso è questione di sembrare piuttosto che essere moderni.
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,
e ogni tanto va altrettanto bene. ”

John Ashbery, Strepito di Uccelli

Non bisogna essere particolarmente felici della qualificazione dell’Italia agli ottavi di Eurobasket 2017. La partita di oggi con la Germania è stata infatti l’ultima equilibrata che giocheremo per molto tempo con i teutonici.

La Germania è entrata in campo con una squadra dall’età media di 24 anni, lunga, forte fisicamente e tecnica. Noi siamo entrati in campo con una squadra di trentenni che non hanno vinto niente dal lato giusto dei trenta, figuriamoci da quello sbagliato.

La Germania ci ha mostrato cosa fa un movimento in salute: crea giocatori, esprime un gioco e trova dei leader come Dennis Schroeder.

fiba.com
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La fortuna di Schroeder è di essere nato in Germania, perché se fosse nato in Italia sarebbe come i giocatori italiani suoi coetanei, peraltro assenti in questa nazionale.

Occorre mettersi il cuore in pace. Gli ebrei impiegarono quarant’anni a tornare in terra santa, ma avevano Mosè. Noi nemmeno Mosè abbiamo, quindi il ritorno non è certo, e non si sa se torneremo in 40 anni.

Non tiriamo la croce addosso a questa squadra. Questa è, questi sono i giocatori che esprimiamo. Né Gallinari né Bargnani o Gentile avrebbero cambiato nulla, anzi, questi almeno combattono fino alla fine. Ma i limiti tecnici escono proprio quando devi fare un tiro decisivo, quando esci dal blocco al trentacinquesimo minuto, e il tiro colpisce inesorabilmente la parte anteriore dell’anello, segno che manca la forza, che non se ne ha più, e non potrebbe essere diversamente, quando gli anni iniziano a inseguirti e ti trovi davanti dei venticinquenni tecnici e capaci di fare cose che a te non sono mai riuscite.

In una intervista prepartita, Baldi Rossi lamentava che quando Messina lo mette sotto canestro, gli altri lo spingono via perché è leggero.

Il buon Filippo è 207 cm per 97 kg. 97 kg non bastano. E se uno è 207 cm, dove lo dobbiamo mettere? Se è Saric può anche stare sull’arco. Ma se non lo è? Qualcuno lo ha detto a Baldi Rossi, o alla sua squadra, che ci sono palestre in cui andare, mangiare tre polli al giorno e farsi il mazzo per mettere su muscoli? Cosa credono? Che gli altri ci nascano con la forza fisica, con l’agilità, il tiro?

Abbiamo una notizia: si allenano. Quelle caratteristiche le allenano. Anche Luka Doncic le allena in un modo folle. Rispetto all’anno scorso ha già messo su muscoli, eccome se ne ha messi. E che dire di Markkanen? Nel 2015 non fu nemmeno preso all’all star game under 18 della FIBA, oggi domina all’Eurobasket. E chi fu l’MVP di quella partita? Leonardo Totè, che oggi veleggia in A2 senza troppi minuti.

Il sistema non funziona. Inutile che ci nascondiamo dietro l’ennesima convocazione di Cusin. Povero Cuso, il giocatore più sottovalutato dell’orbe terracqueo, ma quello a cui torniamo ogni volta che ci rendiamo conto che non abbiamo nessuno e la sua forza di volontà ci è ancora utile. Se è per questo, anche Dennis Marconato, non si fosse ritirato l’anno scorso, poteva essere utile.

È che, se un ventiseienne come Baldi Rossi, o un ventiquattrenne come Abass, non sono titolari ora, in questa squadra, cosa ci aspettiamo per il futuro? Non ci facciamo illusioni, se Della Valle non è stato convocato è perché non serviva, non ci stava.

Il consiglio da dare ai giovani virgulti è di emigrare: andare in Spagna, in Croazia, in Germania, in Serbia, perfino in Turchia. Inutile restare qui, perché qui non c’è investimento e non c’è voglia di formare i giocatori.

Il problema non è infatti che i giocatori non vengano “lanciati”, il problema è che non vengono “formati”. Che corpi, che muscoli abbiamo da lanciare, se la maggior parte dei nostri giocatori hanno braccia rachitiche e scendono in campo come se fosse un’esibizione di eleganza o un concorso ginnastico, con i giudici a dare voti?

I voti qui si chiamano canestri. E quelli non perdonano.

Il nostro movimento ha smarrito la bussola tecnica di COME si producono i giocatori per il basket di oggi. Se Capobianco, Sacripanti, Sacchetti, si girano per guardare in fondo alle loro panchine, vedono giocatori che magari hanno un po’ di tecnica, ma con dei fisici assolutamente inadatti al gioco.

È come se preparassimo i giocatori di venti o trenta anni fa. Dobbiamo avere la coscienza che se un giocatore di venti anni non si è guadagnato la nazionale con questo livello, non potrà sicuramente elevare il livello della squadra in futuro. Se abbiamo preferito un Filloy a un Mussini o un Candi, è perché Filloy valeva di più, e quei giocatori non sono pronti al livello superiore.

E, quando questi si ritireranno, il livello della nazionale si abbasserà ancora.

Posto che per i 96-97 non c’è molto da fare, è ora di guardare ancora più indietro. Ci siamo sempre fatti illudere dalle finali giovanili, come se da lì potesse scaturire qualcosa, come se l’obiettivo fosse vincere un campionato under-16 o under-18. Si vinceva, certo, ma non si riesce a costruire nemmeno un giocatore per il futuro.

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In Germania, hanno obbligato le squadre della lega ad avere un settore giovanile con allenatori pagati. Ecco, questo si chiama andare alla radice dei problemi. Non: “obbligo di far giocare il tedesco”; bensì: “obbligo di far crescere il giocatore della giovanile”. Il primo è un make-up frettoloso, il secondo è un modo di affrontare un problema.

È che noi cerchiamo le scorciatoie, cerchiamo di arrangiarci, non guardiamo o ascoltiamo cosa fanno gli altri. È solo una faccia della molteplice crisi del nostro sport, che è una crisi di valori sportivi, di professionalità, ma anche di approccio e voglia di sacrificio di tutti i livelli impegnati nel nostro sport.

È dal 2004 che il basket non fa un risultato a livello di nazionale e dintorni. Si è sempre detto che i palazzetti, le professionalità, non hanno nulla a che fare con la capacità di creare giocatori. E campionati più seri, ma un tempo indietro rispetto a noi, ci hanno sorpassato: Spagna, Germania, Francia, Turchia. L’unica ragione per cui siamo all’europeo è che, per ragioni squisitamente politiche, la partecipazione è stata allargata a un folle numero di 24 squadre.

Si sono viste partite invereconde, con squadre come Romania, Islanda, Ungheria, volenterose e nulla più. Se non avessero abbassato l’asticella, noi non ci saremmo. Occorre prenderne coscienza.

Difficile dire cosa faranno i vertici. “dopo questa conoscenza/ quale saggezza?”, si chiedeva il poeta Eliot. Nel basket italiano, dopo questa conoscenza, non ci sarà saggezza. Possiamo starne sicuri. Le squadre non vorranno investire sui giovani, che significa investire su allenatori e strutture, e non torneremo su.

Perché la realtà ci dice almeno 10 anni. La generazione di Baldi Rossi è andata, quella di Totè pure. Potremmo recuperare qualche talento facendolo allenare come un matto, ma è difficile, in extremis, recuperare quello che non si è fatto in dieci anni.

Chiaro che qui, a questo punto, un allenatore, o un presidente, direbbero: “ma voi non sapete la situazione, non conoscete”. Da appassionati, vogliamo uno spettacolo, vogliamo buon basket e giocatori che accendano l’immaginazione.

In Germania sono partiti nel 2004, quando noi vincevamo l’argento olimpico, senza soldi ma con un business plan a 10 anni e un progetto serio. Noi eravamo tronfi finalisti olimpici che non si accorgevano di avere già le pezze al didietro. I tedeschi hanno definito standard seri e chiesto alle squadre di adeguarsi, e ora il movimento è triplicato, grazie all’uso oculato dei pochi soldi di allora.

È ora che il nostro basket di vertice, federazione e lega, invece di arrotolarsi in sterili lotte di potere, capisca a che punto siamo arrivati e si riunisca, analizzi la situazione capisca. Non è prendendo Messina per mettere un velo a tutte le magagne che si va avanti. Un’operazione di make-up senza nessuna azione alle spalle.

Ma sono le cose che sappiamo fare bene. Fingere di essere un movimento cestistico, e non solo un coacervo di interessi che faticano a stare insieme.

Mentre la Germania va avanti e migliora ogni anno, e noi le prendiamo sconsolatamente il numero di targa, come un difensore che ha abboccato alla finta e si fa battere come un bambino.

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  1. alessio.diponi_856 - 2 anni fa

    Secondo me l’analisi non è del tutto corretta. Il vero problema è che il basket è cambiato e noi non lo abbiamo capito al 100%. Oggi la tecnica lascia il posto all’esplosività e alla potenza (personalmente preferisco il vecchio al nuovo ma di certo non posso cambiare nulla). I nostri sono giocatori che si allenano e danno il 100% ma secondo me si allenano nella maniera sbagliata per quello che è diventato il basket adesso.

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