Europa ed Eurobasket, popoli e nazioni

Europa ed Eurobasket, popoli e nazioni

La storia dell’Europeo di basket come storia dell’Europa degli ultimi 80 anni.

di Massimo Tosatto

Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa.

John Donne

La storia dell’Europeo di basket è quella dell’Europa stessa. Molto più vecchio dell’Europeo di calcio, nato negli anni ’60, l’Eurobasket ha già assistito a diverse giravolte della storia. I paesi baltici morti e risorti, la scissione della Cecoslovacchia, le migrazioni di genti da paesi in cui erano diventati improvvisamente stranieri. Lungi dal sentire il peso della storia, è una competizione che ancora coinvolge, mostra vere rivalità, anche se fatica a richiamare giocatori ormai lanciati in un’orbita commerciale, che soffoca le squadre nazionali e ne mette in discussione la stessa esistenza.

Quando, nel 1935, il primo campionato europeo si tenne a Ginevra, il basket presentava ancora la palla a due dopo ogni canestro, e nelle partite raramente si scavalcava il cinquantesimo punto. I lettoni, allevati da insegnanti americani della YMCA, sfruttarono il loro eccellente talento fisico per vincere, battendo in finale la Spagna.

La Lettonia è ancora oggi la nazione più piccola ad aver vinto un titolo. I paesi baltici, esclusa l’Estonia, storicamente allergica alle retìne, dimostrarono subito una grande propensione al gioco, tanto che la seconda edizione venne vinta dalla Lituania, nel 1937 a Riga, per sommo scorno dei lettoni visto che in finale arrivò un’Italia che, per la prima volta, si affacciava alla grande ribalta internazionale.

La ragione principale della vittoria lituana fu Frank Lubin. Nato a Los Angeles nel 1910 da genitori lituani, fu una stella alle superiori e giocò a UCLA (University of California at Los Angeles), dal 1928 al ’31. Dopo l’università, in assenza di una lega professionistica dal suo lato dell’oceano, giocò nella squadra della 20th Century Fox, la società di produzione cinematografica, nel campionato della AAU. Fino al 1956, la lega amatoriale della AAU fornì i giocatori della nazionale americana.

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Alto 1,98 (l’altezza massima allora per i centri), Lubin possedeva grande tecnica e conoscenza del gioco, e risultava un giocatore assolutamente superiore alla media. Convocato per la Nazionale americana alle Olimpiadi del 1936, Lubin prese il giro largo per tornare a casa e si fermò nella terra natale dei suoi genitori, per divenire, se non il fondatore, almeno la leva su cui il basket lituano fondò la sua forza.

Lubin rimase in Lituania fino al 1939. Allo scoppio della guerra, allenava la nazionale femminile lituana in Italia. Tornato avventurosamente a Vilnius, Frank decise che quello che stava per capitare in Europa non lo riguardava e se ne tornò a Los Angeles, nella squadra della 20th Century Fox.

La II Guerra Mondiale devastò l’Europa fino al 1945. Quello che ne uscì è difficile da spiegare e non ci riescono nemmeno i libri di storia, figuriamoci un bignamone cestistico. Ma una cosa è da considerare: i popoli sopravvissuti alla guerra non erano più quelli che vi erano entrati. Oltre agli ebrei perseguitati, tutte le popolazioni all’interno di un confine, che in quella zona avevano vissuto per secoli indisturbate ma in minoranza, all’improvviso scoprirono di essere diventate straniere.

Dalle repubbliche baltiche, inglobate nell’URSS, tutta la popolazione di origine tedesca, lì dal ‘700, dovette fuggire alla fine della guerra, temendo le ritorsioni delle popolazioni baltiche e russe. 600.000 ungheresi dovettero lasciare la Cecoslovacchia, in cui, sotto l’impero austro ungarico, risiedevano pacificamente, per farsi largo nell’Ungheria appena finita dietro la cortina di ferro. Gli Italiani dovettero fuggire dall’Istria e dalla Dalmazia, ma anche dalla Romania, dove uno sparuto gruppo di emigranti aveva risposto all’appello del governo per coltivare terre libere.

I Sachet erano emigrati in Romania all’inizio del ‘900 dalla zona di Belluno. Robusti contadini veneti, lavorarono la terra e si crearono delle piccole ricchezze che la guerra spazzò via. Stretti tra l’incombente Patto di Varsavia e la prospettiva di un ritorno in un paese che non conoscevano, ma che in qualche modo ne conteneva le radici, decisero di intraprendere la strada del ritorno, e lo Stato, che gestiva anche l’emergenza degli istriani e dei dalmati, trovò temporaneamente spazio per loro ad Altamura, in un vecchio campo di prigionia. Qui, un addetto all’anagrafe poco accorto “italianizzò” il nome veneto in Sacchetti.

Nel frattempo, la FIBA era stata la federazione più svelta a organizzare un Europeo, ancora a Ginevra nel 1946, quando non si era nemmeno ben capito chi avesse vinto il conflitto. Le nazionali, spinte dalla voglia di giocare e in parte dalla fame, si riunirono in Svizzera dove l’Italia, raccolta intorno alla grinta di Rubini e alla classe dei fratelli Stefanini, vinse la medaglia d’argento dietro alla Cecoslovacchia, allora una potenza. Miglior giocatore Fredrich Nemeth, ungherese, che poi tornò in Francia, dove già giocava, e chiese asilo politico diventando cittadino francese.

Nel 1947 l’Unione Sovietica, inglobati i baltici, iniziò la sua serie di vittorie. Terzo in classifica, inatteso, l’Egitto, che nel 1949, ancora più inatteso, vinse il titolo.

Sulla panchina di quell’Egitto, un altro dono di Alessandria D’Egitto: l’oriundo italiano Nello Paratore. Dopo Kostantino Kavafis (il greco che riscoprì la poesia classica in termini moderni), Giuseppe Ungaretti (il poeta minimalista per eccellenza, il primo a parlare in Italia della potenza e dell’essenza della parola), Georges Mustaki (il grande cantante, poi francese): tutti di Alessandria d’Egitto ma nessun egiziano, tutti destinati a cambiare il mondo con la loro visione libera da qualsiasi condizionamento, eredi e creatori della tradizione.

Paratore approfittò di uno strano momento di vuoto. L’Italia era sotto shock per la tragedia del Grande Torino, l’URSS si muoveva con difficoltà oltre la cortina di ferro, con tutte le squadre che potevano impensierire i futuri vincitori. Il suo Egitto al Cairo riuscì a battere la Francia e a portare a casa l’unico titolo europeo che la geopolitica di allora regalò all’Africa.

Ma fu l’ultimo; dopo allora, l’URSS ricominciò a mietere successi, nel ’51 e nel ’53, perdendo in finale solo dall’Ungheria nel 1955. Strana, l’Ungheria: a metà degli anni ’50 aveva le squadre più forti nel calcio, pallanuoto e basket. La vittoria del ’55 a Budapest in qualche modo annunciava il timido afflato di libertà di Imre Nagy, subito soffocato dai carri armati sovietici. Nel ’56 la squadra di pallanuoto ungherese, in preparazione dei giochi olimpici, venne a sapere solo a Melbourne dell’invasione, e si vendicò dei sovietici in una finale olimpionica davvero sanguinaria, dato che molti sovietici uscirono dalla piscina colando sangue.

Nel 1953, nel frattempo, ad Altamura, la signora Sacchetti aveva dato alla luce a un robusto bambino, a cui diede il nome di Romeo.

Dal 1951 al 1981, il basket di nazionali rimase puramente un affare dell’Est europeo. Prima URSS, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, poi, alla fine degli anni ’60, la Jugoslavia. I sovietici dominavano grazie al talento dei baltici: l’immenso Janis Krumins, il pivot dell’ASK Riga, immenso perché davvero grande come una montagna, Valdmanis, ma anche il siberiano Sergei Belov e il pietroburghese Aleksandr Belov, che segnò il canestro controverso della vittoria nel 1972 a Monaco.

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I Russi schiacciavano sul piano fisico, annientavano su quello mentale. I suoi giocatori sembravano robot senza sentimenti, in realtà facevano bene attenzione a non manifestarli, per evitare che un entusiasta commissario politico pensasse di segnalarli a qualche tribunale in cerca di traditori. Da Stalin fino a Gorbacev, solo Gomelsky, l’allenatore dell’ASK Riga del 1958 prima vincitrice della Coppa dei Campioni, e dell’URSS vincitore contro gli Stati Uniti nel 1988, veleggiò tra le maglie strette del potere sovietico riuscendo a sopravvivere, persino alla sconfitta olimpica dell’80 con l’Italia.

Ma nel 1973, una giovane Jugoslavia, guidata da Mirko Novosel in panchina, con Cosic, Slavnic, Dalipagic, in campo, battè la Spagna che aveva eliminato l’URSS, mettendo fine a vent’anni di dominio sovietico. Escludendo gli Stati Uniti, gli anni ’70 furono il decennio di uno scontro a tutto campo tra URSS e Jugoslavia che, per chi ricorda il carattere e il volto scavato nella pietra del Maresciallo Tito, il suo sorriso sornione fissato dall’iconografia di partito, gli occhi come fessure imperscrutabili, assumeva il connotato di una lotta tra il gigante e il topolino, in cui il furbo topolino slavo sempre vinceva grazie all’astuzia.

Ma gli anni ’70 finalmente videro anche l’Italia salire la classifica europea. Un gruppo di grandi allenatori: Primo, Taurisano, Gamba, Zorzi, Guerrieri, portò una ventata nuova nel nostro basket, formò giocatori, mise idee in un motore dotato di un entusiasmo che non avrà più. Non succede tutto subito. Bisogna aspettare il 1983, la rissa di Nantes con la Jugoslavia, frustrata di non batterci più facilmente, con un giovane Petrovic in panchina a guardare Kicanovic menare calci come un karateka.

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Ma la squadra del 1983, fatta di uomini che in campionato se le suonavano di santa ragione e non se le mandavano a dire nemmeno in spogliatoio, era troppo forte per scomporsi. Romeo Sacchetti, il bambino nato in un campo profughi di Altamura, si rivelò in una squadra guidata dal carisma di Dino Meneghin, il fosforo di Marzorati e Caglieris, i punti di Antonello Riva e la classe di Renato Villalta.

Tuttavia, durò poco. I lituani, che da poco avevano riscoperto un grande spirito nazionalista, allevarono un gruppo pazzesco, con un giocatore divino: Arvydas Sabonis, che guiderà la squadra al titolo nel 1985 dopo aver distrutto l’Italia in semifinale.

Gli anni ’80 presentarono un’accelerazione della storia cestistica che i contemporanei non capirono subito. In Grecia, un epigono di Frank Lubin, Nikos Galis, tornò dagli Stati Uniti, dove era nato e cresciuto a hamburger e Tzatziki in quel di Union City, New Jersey, per fondare praticamente il basket greco. Con una nidiata favolosa e spinto dal tifo pazzesco del Pireo, i greci vinsero il titolo nel 1987 in una finale tiratissima contro un’Unione Sovietica agli ultimi colpi.

L’Europa conosciuta per 45 anni, infatti, stava per rompersi a una velocità inimmaginabile. Riuscimmo a malapena a vedere i riflessi della più grande Nazionale di sempre, la Jugoslavia degli anni ’90, quando, nel 1991, tutto si sfaldò. In una finale surreale a Roma, Jure Zdovz, il forte play-guardia sloveno, non scese in campo perché i carri armati serbi erano alle porte di Lubiana. La Jugoslavia, la più grande scuola cestistica del mondo occidentale, morì in quella finale, e dalla sua fine germogliarono due squadre fortissime, Croazia e Serbia, e altre 4 in grado di dare del filo da torcere a tutti.

La fine della cortina di ferro, infatti, significò la nascita di una decina di stati. Ma nel 1993, una Germania ancora non di Nowitzki, vinse un Europeo guidata da un altro grande girovago del basket: Svetislav Pesic. La Germania di Pesic approfittò, come l’Egitto di Paratore, di un periodo di interregno, di frammentazione, e riuscì a infilare una squadra volitiva ma nulla più, nell’elenco dei vincitori dell’Europeo.

Dopo, la Serbia, sotto il nome di Jugoslavia, vinse due titoli di fila, seguita dall’Italia di Tanjevic. Boscia si era costruito buona parte di quella squadra a Trieste, accettando di retrocedere due volte per costruire giocatori fondamentali per quella vittoria, come Fucka e De Pol.

Nessuna squadra dominò gli anni successivi. Jugoslavia, Lituania, Grecia si succedettero, mentre una grande Spagna era sempre sul punto di esplodere, ma falliva all’ultimo. Nel 2007, a Madrid, la finale contro la Russia di David Blatt sembrava una formalità. Ma quel giorno, curiosamente, il 12 settembre, si giocava a Mosca un’altra finale, quella dell’Europeo di pallavolo tra la favoritissima Russia e la Spagna di Andrea Anastasi. In un incrocio magico, le squadre sfavorite vinsero, creando due campioni in trasferta e l’impressione che ogni paese avesse organizzato l’Europeo sbagliato.

Dall’edizione successiva, la Spagna si consegnò all’unico allenatore che sia riuscito a mettere insieme i giocatori, piegando il loro orgoglio all’intelligenza di un uomo, oltre che del tecnico: Sergio Scariolo. Gli Europei del 2009 e del 2011 furono della Spagna. Curiosamente, quando si affidarono a un altro, come nel 2013, gli spagnoli uscirono sconfitti.

Garbajosa si è spinto a dire che la sua Spagna meriterebbe di essere considerata tra le grandi d’Europa, come URSS e Jugoslavia, per le sue vittorie. Inaspettatamente, con la crescita dell’irredentismo catalano, la Spagna somiglia sempre di più a quelle nazioni ibride che dominarono la scena europea del basket, ma che, al loro apice cestistico, si sciolsero per le spinte periferiche delle etnie locali.

Non sarà così per la Spagna, è certo. Quel che è ancora più certo è che questa Spagna in transizione, concentrata intorno ai Gasol, è ancora lì tra le pretendenti, mentre l’Italia si affida alla sapienza di Ettore Messina per trovare il bandolo di una squadra alla ricerca della propria identità, e forse ci renderebbe felici se ci restituisse un po’ di dignità.

All’orizzonte si profila già il prossimo allenatore dell’Italia: un bambino nato in un campo profughi di Altamura nel 1953, da una famiglia di ritorno in una terra che non conosceva. Romeo Sacchetti concentra in sé molte storie, da uomo e da giocatore. Forse non aveva il fisico migliore per giocare, eppure è stato l’ala più forte degli anni ’80. Da allenatore ha combattuto per imporre la sua idea di basket, ne ha pagato le conseguenze, ma anche riscosso i suoi dividendi.

Il basket intreccia lo sport e la vita, la storia dentro e fuori dal campo. I lati del rettangolo di gioco non sono dei muri impermeabili, non riescono a tenere fuori le tragedie che travolgono le vite di tutti. Ma come la storia sottrae, la storia concede, senza che ci sia un apparente collegamento, nella cecità della fortuna umana.

Così sottrae al piccolo Zdovz la finale in quella che poteva essere la squadra più grande di sempre, ma concede al figlio di un profugo nato nel nulla di guidare la nazionale del paese in cui il caso, o il cuore, gli hanno concesso di nascere.

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