2019 NBA Finals: e le stelle stanno a guardare

2019 NBA Finals: e le stelle stanno a guardare

Warriors e Raptors sono squadre vere, non il solito assembramento di stelle, organismi che migliorano i loro giocatori, non prendono solo atleti già diventati grandi

di Massimo Tosatto

I Raptors hanno vinto le finali di Conference di pura forza. Kawhi li ha presi sulle spalle quando, sotto 2-0, sembrava che Milwaukee avesse ormai preso il sopravvento. Ma Kawhi è un giocatore speciale, di quelli necessari per vincere i campionati. Hai un bel dire che il basket è un gioco di squadra, ma con 5 giocatori in campo, non 20, uno nettamente più forte sposta tantissimo.

E in quanti modi è forte Kawhi? È forte in difesa, a rimbalzo, uomo sull’uomo, in attacco, al tiro da fuori, a rimbalzo offensivo. Kawhi è forte ovunque, anche se non lo diresti. Insomma, è alto a malapena due metri, e quando è in campo ha una faccia che non sai se sia in campo o al Mc a sbafarsi un Cheese.

Forse sono così i ragazzi di oggi. Gli manca l’attitudine LeBron, di guidare la squadra in senso fisico e mentale, di battere i pugni sul petto, di farsi vedere superiori. Kawhi è invece uno di quelli che ti si infila sottopelle, sia che tu sia con lui sia che tu sia contro. Si è infilato sottopelle ai Raptors, ha alzato le quotazioni di tutti, soprattutto di Siakam, li ha trainati manco valesse quattro cavalli e li ha portati, sulle sue capaci spalle, avanti.

Si è infilato sottopelle anche ai Bucks, li ha dominati, mentalmente, silenziosamente, li ha demoliti, in un modo che Yannis ancora non conosceva. Aveva un bel sbracciarsi Budenholzer dalla linea laterale, i Bucks da gara-3 sono stati sotto, senza possibilità di salvarsi.

Non hanno fatto molto diversamente i Warriors con i Blazers, in quattro partite. Senza KD e Cousins, gli Splash Brothers e Draymond sono bastati, con Iguodala fino a un certo punto. Alla quinta finale, i muscoli danno fastidio, ma questi tre vanno avanti imperterriti, giocando il loro basket, un basket che possono solo giocare tra di loro, dato che nessuna squadra e nessun altro giocatore potrebbe mai capirli.

Si sono passati la palla come gli Harlem, e in certi momenti i Blazers sembravano i derelitti Washington Generals, gli avversari perennemente sconfitti tra le risate del pubblico. Non suoni offensivo, chiunque avrebbe fatto quella figura.

E Steph ha giocato come non succedeva da tempo. Guardatelo. Ciondola per il campo, non ti fa capire se tirerà da nove metri, entrerà in penetrazione, o passerà. Ovvio che i Warriors hanno giocato meglio senza KD. Si gioca meglio senza KD. Ma KD serve ora, dove nessuno è abituato a stare. KD è l’uomo immarcabile, il cui compito consiste nel tagliare la giugulare dell’avversario quando si arriva al dunque, nell’essere immarcabile 1vs1, il più forte attaccante del mondo.

Ma per averlo devi accettare che la palla rimanga ferma nelle sue mani, che lui  possa scegliere, in un gioco fatto invece di seamless flow, di spostamenti, di giochi di gambe. Kerr sa che KD è fondamentale, ma anche lui gioca a dissimulare, a fingere che non sa bene, che chissà. Tuttavia il VERO giocatore decisivo dei Warriors, e immancabilmente il giocatore che ha cambiato il gioco del decennio, è Steph, e se c’è lui, anche senza KD, si può fare.

Steph e Kawhi parlano poco. LeBron lancia proclami in continuazione, ovunque, Steph e Kawhi spizzicano due parole vaghe al microfono, ma sono letali in campo. È un tipo di leadership molto particolare, moderna, da due persone che più diverse non potrebbero essere.

Steph è sui social media, Kawhi completamente assente. Un uomo timido, introverso, è difficile capire cosa pensa Kawhi. Gioca in silenzio, si allena in un modo pazzesco, per avere quel fisico e quei numeri. Quello che stupisce di Kawhi sono le spalle: larghissime, muscolosissime, il vero punto di forza per lui e per Harden, la massa che gli permette di entrare in area contro gente più grossa di lui ma con un baricentro più alto. Se lo marchi di fianco non riuscirai mai a raggiungere il pallone e lui potrà palleggiare anche leggermente più alto del normale, ma schiacciando il pallone nel palleggio con una ostinazione, una forza, che lo rendono impossibile da fermare.

sportsnet.ca
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Steph sembra giocare con leggerezza, spontaneamente. Ma quanto di quella spontaneità è in realtà il frutto di allenamenti durissimi? Una cosa che in Italia dobbiamo capire è che non esiste il talento, esiste l’allenamento, e solo l’allenamento riesce a tirare fuori il talento. Steph si allena tantissimo per arrivare a tirare fuori quel talento, così tanto che spesso il suo viso non lo esprime.

Conosciamo Steph. Ma in queste ultime partite abbiamo visto uno Steph che ci mancava: il tiratore, lo scorer, finalmente libero dalla necessità di rifornire KD, ha potuto scatenarsi e ricordarci che è lì, non se n’è andato.

La cosa più interessante di queste due squadre, però, è che sono squadre, non assembramenti di stelle. I Warriors si sono formati grazie a una serie di scelte spesso sottovalutate, e aggiungendo giocatori, come Iguodala, capaci di contribuire con intelligenza cestistica oltre i semplici numeri.

I Raptors si sono completati col tempo e con la saggezza di Masai Ujiri, uno che ha fatto dal lato giusto la trade che portò Carmelo ai Knicks, e che ha portato Kawhi e Marc Gasol ai Raptors quest’anno, affidandosi a un coach nuovo ma di grande finezza, Nurse, con Scariolo come assistente.

Squadre, basket vero, tutto il basket NBA fatto di stelle, con cui regolarmente i Knicks e i Lakers hanno disperso un capitale immenso, messi dietro da sistemi di gioco. I Celtics di Ainge, con i primi big three, e di Miami, con LeBron, hanno illuso che le squadre si potessero fare così. E LeBron, anche con successo, ha provato ad applicare la stessa idea a Cleveland.

Invece le squadre si possono ancora fare con i giocatori veri, con la profondità, e i sistemi di gioco, gli allenatori. Ed è un bel basket da vedere, magari meno posh, ma più cestistico, più sincero, qualcosa che può soddisfare i palati in cerca di vero gioco e di una finale da ricordare, come questa potrebbe essere.

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