A che punto sono gli Utah Jazz

A che punto sono gli Utah Jazz

Cosa ha portato i Jazz ad essere la squadra attualmente più in forma dell’NBA?

di Andrea Piazza

Mark Cuban, eccentrico proprietario dei Dallas Mavericks, ha recentemente dichiarato di aver cenato con alcuni componenti del roster e di aver concluso che, per il bene della franchigia a lungo termine, in questa parte finale della stagione la squadra debba focalizzarsi sul tanking – lasciamo perdere l’inchiesta effettuata da Sports Illustrated che ha davvero dell’incredibile. Questa trasparenza è costata cara alla franchigia, ma in una lega dove le peggiori 8 squadre si trovano separate da sole due gare, nell’ultima annata in cui il peggior team può avere il 25% di scegliere per primo al Draft, l’outing di Cuban sembra quasi ragionevole.

Ecco perché nessuno si sarebbe scandalizzato se gli Utah Jazz, che in estate hanno perso il proprio giocatore franchigia rimpiazzandolo con Sefolosha, avessero elaborato un ragionamento simile, magari in un mese come quello di dicembre in cui le poche vittorie venivano accolte con un sapore contrastante, in uno scontro social tra il tag di riferimento #TakeNote e quello nuovo ideato da alcuni tifosi, #TankNote.

Il momento che più di ogni altro poteva essere decisivo in questo senso è arrivato un mese fa ad Atlanta: i Jazz erano finalmente al completo dopo mesi travagliati ed erano desiderosi di dare vita ad una striscia di vittorie battendo i derelitti Hawks, ma a fine gara sono usciti dal campo con le ossa rotte, in una partita conclusa con un passivo di 14 punti (104-90). Il trio Gobert-Favors-Rubio continuava a mostrare segni di incompatibilità, la difesa non voleva saperne di tornare ai livelli della passata stagione e la competitività dei singoli stava cominciando a scemare. Tutti questi potevano essere gli ingredienti giusti per cambiamenti drastici alla deadline, mossi in una direzione ben precisa: scambiare qualsiasi giocatore il cui cognome non fosse Mitchell o Gobert per accumulare assets orientati sul lungo termine, con l’obiettivo di diminuire la già poca qualità presente nel roster per scalare di posizioni nella lottery.

Come per magia però, Quin Snyder sembrerebbe aver trovato il bandolo della matassa da un momento all’altro, e i Jazz si sono ritrovati all’All-Star Break con un’incredibile striscia di 11 vittorie consecutive, battendo avversari come Warriors, Spurs e Raptors. La versione attuale della squadra è tornata quel jaggernaut difensivo che tutti si auspicavano prima di ottobre, e l’attacco oltretutto sembra rinvigorito, con alcuni singoli che potrebbero aver fatto un salto di qualità definitivo nel loro gioco.

Il dicembre infernale e l’esplosione di Donovan Mitchell

Gli Utah Jazz sulla carta dovevano rimpiazzare la produzione offensiva di Hayward con Rodney Hood, un esterno che nelle prime tre stagioni a Salt Lake City, fra alti e bassi, era atteso quest’anno ad una consacrazione definitiva, grazie alle maggiori responsabilità offensive e alla possibilità di sbagliare e crescere sotto le ali di un ottimo coaching staff. Il ragazzo aveva tutte le carte in regola per poter essere il go-to-guy della squadra: grande range di tiro, capacità di segnare dal palleggio e di bullizzare i giocatori più piccoli di lui in post sui cambi sistematici delle difese.

Molto presto però Snyder si è accorto che non poteva contare su di lui come prima opzione offensiva. Nelle prime 9 gare da titolare, il ragazzo ha viaggiato a 16 punti di media con il 40% dal campo e il 36% da tre, con una TS% del 53%. Percentuali decisamente basse dovute ad un insieme di elementi: la sua riluttanza a prendersi tiri a campo aperto, la sua incapacità di attaccare il ferro e la conseguente condanna a vivere/morire ogni gara con il suo jumper – quest’ultimo fattore comporta gare da 30 punti come gare da 5 punti.

L’adjustment che ha portato sostanzialmente i Jazz ad essere quelle che sono adesso è avvenuto nel secondo tempo della partita, poi persa, contro i Philadelphia 76ers del 7 novembre: Snyder ha iniziato il terzo periodo inserendo il rookie Donovan Mitchell al posto di Hood, e da quel momento in poi il ragazzo proveniente da Louisville non ha più perso il posto in quintetto.

Mitchell è l’unico rookie dai tempi di Wilt Chamberlain a guidare una squadra in punti segnati in una streak da 10+ vittorie, grazie anche a canestri del genere.

Quella di Mitchell è una delle storie più belle di questa stagione: il ragazzo non doveva dichiararsi al Draft, essere scelto da Utah, giocare in quintetto dall’inizio, diventare il leader in punti segnati della squadra e vincere lo Slam Dunk Contest a febbraio. Era davvero impossibile da pronosticare che un giocatore come lui, entrato nella lega con l’etichetta di grande difensore dotato di buon atletismo e poco più, riuscisse a prendersi una squadra sulle spalle adattandosi così velocemente al gioco dei pro, con una varietà di soluzioni offensive e un istinto clutchness davvero impressionanti per un rookie – nel crunch time viaggia a 30 punti di media per 36 minuti.

“Non sono mai stato uno scorer nella mia vita. Forse l’anno scorso un po’, ma ero solo un buon compagno di squadra che difendeva e faceva le giuste scelte in attacco” – ha dichiarato in un’intervista ad ESPN. Eppure nel suo stile di gioco si notano pochissima costruzione e tanta naturalezza: riesce ad esempio ad attaccare il ferro con un senso degli spazi unico, effettuando quasi sempre la scelta giusta una volta entrato nel pitturato. Matt Harpring, broadcaster tecnico degli Utah Jazz, ha più spesso dichiarato di averlo visto concludere nella restricted area in almeno 300 modi diversi: può infatti attaccare un lungo con un eurostep, effettuare un windmill crossover a-là-Dwyane Wade o fintare di andare a destra per poi concludere con la sinistra – ci sta ancora lavorando, ma è migliorato molto.

Esemplare il canestro del +3 che ha suggellato la vittoria nel finale: finta di andare a sinistra su J.R. Smith, penetrazione verso canestro eludendo sia Kevin Love che LeBron James rimasto immobile, intento a spaventare e allontanare dal ferro Donovan, purtroppo per lui senza successo.

Oltre ad essersi affermato come un ottimo slasher, Spida ha dimostrato di possedere un range di tiro quasi illimitato. Può segnare un pull-up in transizione da tre o dal mid-range, essere efficiente in situazioni di spot-up (1.207 punti per possesso), tirare con velocità e precisione dopo i tantissimi handoff dei suoi compagni di squadra ed eludere il suo marcatore diretto con uno step back a-là-James Harden.

A proposito del movimento copiato al barba, eccolo in azione proprio contro i Rockets.

Se uno si limitasse a guardare le mere statistiche (43% dal campo, 35% da tre), penserebbe di aver di fronte un mangia palloni decisamente poco utile alla causa. Invece, per mancanza di talento intorno a sé, Donovan si ritrova costretto più volte a monopolizzare i possessi di squadra, forzando molte volte anche la giocata per far uscire da momenti difficili i suoi compagni. Se la sua USG% si confermasse a fine stagione su questi numeri (29%), diventerebbe il quarto valore più alto nella storia della lega per una matricola in lizza per lo scoring title – naturalmente da quando la linea del tiro da tre punti è stata adottata nel 1979-80.

Il mondo si è accorto della grandezza del suo talento nella partita vinta dai Jazz contro i Pelicans il 1° dicembre, nella quale ha registrato un career high da 41 punti, con percentuali impressionanti sia dal campo (52%) che da tre (50%). La sua super prestazione è arrivata in un momento positivo per la squadra in regular season, che vincendo anche la partita successiva contro gli Wizards aveva una streak in corso di 6 vittorie consecutive, arrivata nonostante l’assenza per infortunio di Rudy Gobert.

Sembrava andare tutto per il verso giusto, ma poi sono arrivate 10 sconfitte nelle successive 13 partite, complice un calendario mensile davvero brutale, il più difficile che una squadra potrà mai affrontare in questa stagione, secondo gli studi di ESPN Stats & Information. Gli strascichi di questo momento negativo si sono protratti anche nel mese successivo, visto che i Jazz hanno perso 5 delle prime 7 partite di gennaio, entrando in un vicolo cieco che sembrava non possedere vie d’uscita.

L’impatto di Gobert e la convivenza con Favors e Rubio

La squadra, apparentemente disunitasi e priva di consapevolezza, ha ritrovato entusiasmo con il ritorno di Rudy Gobert in quintetto, nella partita persa al fotofinish contro i New York Knicks. Durante la winning streak tra fine novembre e inizio dicembre, si stava quasi cominciando a pensare che la squadra di Quin Snyder potesse giocare meglio senza il lungo francese, poiché la sua presenza limitava l’arsenale offensivo di Derrick Favors, meglio da 5 che da 4 insieme al francese. Più in generale, ad inizio stagione Gobert era apparso lento e macchinoso sia in attacco che in difesa, non riuscendo a dare quell’impatto che lo aveva portato l’anno scorso ad essere in lizza sia per il DPOY che per il MIP, oltre a finire in uno dei tre quintetti ALL-NBA – probabilmente si stava trascinando dietro dei problemi al ginocchio e alla spalla che gli stavano limitando i movimenti.

Una volta guarito dall’ultimo infortunio, i Jazz con lui sono diventati completamente un’altra squadra: hanno perso solamente due delle ultime quattordici partite, e hanno attualmente in corso una striscia di 11 (!!!) vittorie consecutive, un’assurdità che nello Utah non capitava dal lontano 2009, quando in panchina si accomodava ancora Jerry Sloan.

In attacco è fondamentale soprattutto quando si tratta di portare blocchi granitici, come nella gif qui sopra. A febbraio il francese sta guidando la lega in screen assists (64).

L’impatto più evidente è stato quello nella metà campo difensiva: lui e la sua banda sono passati dal 23simo posto al primo per Defensive Rating, concedendo agli avversari una bassa percentuale sia dal campo (3° per Opponent Shooting %) che da tre (2° per Opponent 3-Point %). Quello che genera Gobert è una sorta di effetto domino: le sue abilità difensive influenzano anche quelle dei compagni, che concedono pochissimi tiri aperti agli avversari pur sapendo di poter contare sul francese, in caso venissero battuti dal loro avversario diretto.

La squadra, inoltre, con lui in campo difende anche in modo diverso: con Favors da centro, era portata a switchare qualsiasi cosa capitasse sul parquet di gioco per sfruttare i piedi veloci del nativo di Atlanta, mentre con il francese questi cambi non avvengono con la stessa frequenza soprattutto nei pick-and-roll, dove l’esterno passa davanti al blocco per concedere il tiro dal mid-range al suo avversario, costretto a prendersi quel tiro poiché impaurito dall’intimidazione al ferro di Gobzilla.

Le cose però cambiano quando Gobert e Favors sono costretti a giocare insieme, soprattutto in attacco. Non sono due lunghi che aprono il campo o che hanno ampio range di tiro – Favors ha un buon tiro dal midrange ma in post non spicca così come il suo compagno di reparto -, quindi hanno bisogno di avere tanti tiratori attorno per rendere al meglio. E se a loro due si aggiunge pure Ricky Rubio, uno che in carriera non ha mai superato il 34% da tre (registrato nel suo rookie year), i concetti di spacing vanno a tutti a farsi benedire. Il terzetto composto da Gobert-Favors-Rubio, infatti, nei 237 minuti condivisi insieme prima del 19 gennaio (data del rientro dall’infortunio del primo), ha registrato un NetRtg ampiamente negativo (-15.9). Quin Snyder faceva giocare insieme questa 3 Man Lineup nei primi minuti del 1° e 3° quarto, dove sistematicamente gli avversari prendevano il largo e accumulavano un margine difficilmente colmabile per la squadra.

L’esperimento si pensava ormai fosse ampiamente fallito, ma nelle ultime 11 gare questo terzetto ha improvvisamente capito come giocare assieme, registrando in 120 minuti una differenza canestri positiva (29.4) oltre che ad un OffRtg (121.0) e DefRtg (91.6) impensabili fino a poco fa. Merito degli adjustments effettuati dal coaching staff dei Jazz, che ha esplorato vie diverse per fargli occupare spazi migliori.

Nella prima clip, i due lunghi si trovano oltre il gomito e la distanza fra loro è minima. Nella seconda clip, Gobert è alto mentre Favors è vicino all’angolo sinistro, permettendo così a Rubio di avere più spazio di manovra nel pitturato.

Non è un caso che in questo momento il livello di gioco di Derrick Favors e Ricky Rubio ha toccato picchi altissimi. L’ex New Jersey Nets sta viaggiando a 12.8 punti, 8.8 rimbalzi, 1.1 steals e 1.1 stoppate di media in soli 28 minuti di media. Questi numeri, proiettati su 36 minuti, lo avvicinano ad una doppia-doppia da 16 e 11. Sta dominando il pitturato giocando nominalmente da stretch-4, per poi effettuare tagli backdoor letali, dando così un’altra variante al suo gioco che prima si basava su soli pick-and-roll giocati da bloccante.

Lo spagnolo invece, sembra aver ritrovato la fiducia delle prime partite di regular season, grazie a delle linee guida impartitegli dallo staff che gli hanno permesso di aumentare a dismisura la sua produzione offensiva (18.9 punti, 7.6 assist, 5.4 rimbalzi, 63% nella restricted area, 51% dal midrange e 59% nelle triple provate non dagli angoli). Ad esempio, adesso tiene il palleggio aperto più a lungo, che unito ai suoi splendidi movimenti gli permette di esplorare diversi scenari: quando gioca il PnR con Gobert può arrivare più facilmente nel pitturato perché con lui l’aiuto della difesa è meno aggressivo, e non è un caso che proprio nell’ultimo periodo stia attaccando il ferro con continuità – gli hanno anche vietato di prendersi triple ‘above the break’, e non è un male visti i suoi pessimi risultati.

L’ascesa di Joe Ingles e Royce O’Neale, la presa di Jae Crowder

Anche i comprimari dei Jazz hanno dovuto alzare il loro livello di gioco per rilanciare la stagione di Utah. Ingles e O’Neale sono due chiari esempi di come il player devolpment, dall’insediamento di Quin Snyder sulla panchina dei mormoni, funzioni alla meraviglia, con giocatori considerati inadatti alla pallacanestro moderna diventati dei role player che moltissime squadre vorrebbero avere.

L’australiano, la cui storia è ormai nota a tutti, è migliorato notevolmente nel corso della sua esperienza a Salt Lake City: prima si è costruirito la nomea di glue-guy e tiratore affidabile in catch-and-shoot, ora è diventato uno che crea addirittura per gli altri, segnando layup e floater dal midrange. Ha portato elevato ancora di più il tiro da tre punti (45%, secondo per percentuali dietro a Klay Thompson) e la sua difesa, diventando anche una point guard aggiuntiva quando Rubio o Mitchell non condividono con lui il parquet di gioco. Negli anni passati, quando giocava il pick-and-roll con un lungo, penetrava in area e il 90% delle volte passava la palla, mentre adesso ha imparato ad attaccare il ferro per dare maggiore imprevedibilità al suo gioco.

Se le medie di Ingles non saranno sicuramente sostenibili sul lungo termine – 15.9 punti dalla sconfitta con gli Hawks e 54% da tre nelle ultime 11 partite -, l’impatto dell’undrafted rookie O’Neale pensiamo possa rimanere su livelli simili fino al termine della regular season. Lo scouting dei Jazz ha scovato questo giocatore in Spagna, un settimo scorer (7.5 punti) di una squadra arrivata settima nel suo campionato. Ad inizio stagione si pensava potesse essere solo un discreto difensore, ma nel corso di questi mesi è migliorato a tal punto da conquistarsi persino un posto nello starting-5 nelle ultime partite, complice l’infortunio di Ricky Rubio. Oltre alla versatilità difensiva, riesce a fornire alla causa anche un buon tiro dall’arco e una discreta visione di gioco, che ben s’inseriscono nell’advanced offense di Quin Snyder. Per capire la sua importanza all’interno della squadra, ci possiamo affidare anche al FATS Calculator di NBA Math: i Jazz con lui in campo giocano come una squadra da 59 vittorie, mentre con lui in panchina come una da 34 vittorie.

La pulizia difensiva con la quale impedisce prima la penetrazione e poi il tiro a Kyle Anderson è di pregevole fattura.

In tutto ciò, alla deadline i Jazz sono riusciti ad aggiungere un altro giocatore di sistema, Jae Crowder, perdendo sostanzialmente solo la produzione offensiva di Rodney Hood – Joe Johnson era ormai ai margini del progetto. Dopo mesi disastrosi a Cleveland, per la sua felicità è tornato finalmente in un sistema che può esaltare le sue caratteristiche, come Brad Stevens a Boston era riuscito a fare. Nelle sue prime tre partite, ha dimostrato subito di poter essere il miglior tagliante a roster, grazie al suo buon QI e alla sua grande forza unita ad buon atletismo. Snyder ha già fatto intendere di volerlo utilizzare principalmente come stretch-4, puntando anche su un rilancio delle sue percentuali dall’arco (32% da tre in stagione), ma più in generale Jae è un giocatore capace di ricoprire 4 ruoli in entrambe le metà campo; Utah può ora permettersi di chiudere le gare con un quintetto difensivamente asfissiante composto da Rubio-Mitchell-Ingles-Crowder e Gobert, funzionale anche in attacco.

Tutti questo ha portato la squadra a rilanciare le proprie ambizioni stagionali, in un finale di RS che si presenta sulla carta decisamente favorevole: secondo 538 infatti, i Jazz avranno uno dei calendari più facili di tutta l’NBA, il più facile in assoluto tra le squadre in lotta Playoffs ad Ovest. La percentuale di accedere alla postseason secondo questi analysts è altissima nonostante il decimo posto attuale (87%) e il record secondo molti addetti ai lavori dovrebbe assestarsi intorno alle 45 W.

Il sistema Jazz è una solida realtà da un paio di anni, e andare ai Playoffs evitando gli ultimi due seed potrebbe anche regalare qualche possibilità di upset. Scegliendo la via della competitività a scapito di quella del tanking, l’obiettivo dei Jazz da qui alle prossime 3 stagioni sarà quello di attrarre un terzo grande nome da affiancare a Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Non sarà facile, considerando anche lo small market nel quale la franchigia orbita, ma l’ascesa mediatica di Mitchell potrebbe convincere un giocatore di fascia medio-alta a sposare il progetto tecnico di Snyder, per provare a far diventare una potenziale contender un team che vuole evitare di essere in futuro una mera comparsa in postseason.

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