A game without borders – La reazione della NBA al travel ban

Popovich, Kerr, LeBron. Le voci più influenti della NBA criticano il provvedimento di Trump; che direzione prenderà la lega sotto il nuovo presidente?

di Andrea Cassini, @AKCassini

Di ritorno dalla trasferta in Canada contro i Toronto Raptors, i Milwaukee Bucks covavano un dubbio: Thon Maker potrà rincasare col resto della squadra in Wisconsin? Poche le miglia di distanza, quelle dei Grandi Laghi, e in mezzo all’acqua un confine. Su quel confine il travel ban appena firmato da Donald Trump: vietare o limitare l’accesso agli Stati Uniti a persone appartenenti a nazioni “sensibili” del mondo islamico. Il Sudan è nell’elenco. Thon Maker ci è nato, prima di emigrare come rifugiato in Australia e da lì spostarsi in America, per giocare a pallacanestro. Alla frontiera nessun problema, il passaporto australiano lo esonera dal ban. Inoltre il giudice federale di Seattle rema contro l’attuazione, ha annullato la revoca di sessantamila visti; c’è ancora margine per parlarne e per polemizzare.

I dirigenti dei Bucks intanto hanno tirato un sospiro di sollievo. Ora tocca a quelli dei Lakers preoccuparsi: Luol Deng è cittadino britannico ma di origine sudanese. Il suo luogo di nascita oggi appartiene al South Sudan, paese appena nato e fragilissimo, che sfuggirebbe alle grinfie del ban. Ma vale la pena di affidarsi a fogli di carta e cavilli burocratici per mettere in campo un giocatore professionista? Alexander Lasry, vicepresidente dei Bucks, è convinto di no. “Thon Maker è un simbolo di ciò che rende grande l’America e della fiducia che gli immigrati ripongono nel nostro paese” ha detto, e c’è da credere che la parafrasi del celebre motto di Trump non sia casuale.

L’NBA non resta a guardare. Più dei giochi politici ha a cuore l’umore dei suoi owner, quelli che riforniscono di soldi il sistema, e ha un’immagine da difendere, quella che ha dipinto Adam Silver: progressista, democratica, aperta alle minoranze e ad ogni angolo del globo. Il portavoce Mike Bass ha chiesto ufficialmente lumi al Dipartimento di Stato su come il travel ban influirà sulle faccende della lega; per ora nessuna risposta è stata resa nota. Oltre ai problemi di visto per gli atleti già sotto contratto, ai piani alti si preoccupano del reclutamento. Il numero di internationals sui parquet americani è in costante aumento. Alcuni fanno la differenza sul campo, come il lettone Porzingis, altri servono come testa di ponte per espandere il prodotto su nuovi mercati.

CBSSports

Il proposito è che tutti i ragazzini del mondo ammirino in tv quelle arene da ventimila persone convinti che un giorno, al centro del palcoscenico, potrebbero esserci loro. L’Africa, nonostante sia devota al calcio, è un terreno fertile. Il fenomeno Joel Embiid viene dal Camerun e come lui tanti altri raccolti dai sobborghi e messi su un aereo grazie ai camp del programma Basketball Without Borders, con lo stesso Deng , Luc Mbah a Moute e Al-Farouq Aminu che s’impegnano attivamente nel lo scouting, fedeli alle loro origini.

“This notion we have that wherever you grow up — whether in London or Beijing or Johannesburg or Paris — that if you’re the very best basketball player you’re going to come together and play in this one league. So we pay a lot of attention to things that potentially impact borders and, I think as a sport, we are also very focused on principles and values. That includes inclusion and diversity and respect for others.”

Così si espresse Adam Silver qualche mese fa, commentando l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Oggi gli fa eco Mike Bass su una questione più vicina ai loro confini. “The NBA is a global league, and we are proud to attract the very best players from around the world.”

Ma quando si parla di sport, più degli scambi tra esperti di diplomazia fanno notizia le dichiarazioni di chi non ha peli sulla lingua. Che piaccia o meno, gli uomini di sport e intrattenimento sono i nuovi intellettuali, quelli che dispongono della cassa di risonanza giusta per influenzare l’opinione pubblica. Gregg Popovich ha catalizzato l’attenzione con l’ennesima tirata anti-Trump prendendo spunto dalle Women’s march dello scorso gennaio. “Non si può credere a nulla che esca dalla sua bocca”, questo il fulcro del suo discorso. Più di recente è tornato su un problema a lui caro, quello delle disuguaglianze razziali, in occasione del Black History Month. Una questione tutt’altro che risolta agli occhi del coach degli Spurs: “se sei nato bianco hai automaticamente un vantaggio mostruoso – in termini di educazione, economia, cultura, e su tutti gli ostacoli che esistono in questa società”. La discrepanza sale a un livello nazionale, ha chiosato, ora che alla Casa Bianca siede un presidente che ha cavalcato proprio questo concetto.

Steve Kerr ne ha approfittato per rilanciare. Il coach dei Warriors non ne parla spesso ma il padre Malcolm morì in un attacco terroristico a Beirut, nel 1984. La prospettiva dell’immigration ban gli è parsa abbastanza grave da rispolverare il ricordo. “Bloccare le frontiere per combattere il terrorismo va contro tutti i principi sui quali si fonda il nostro paese” ha dichiarato. “Faremo crescere paura e terrore ottenendo il risultato opposto. È un’idea orribile”.

USA Today

Ma fino a che punto potrà spingersi l’opposizione della NBA all’America di Trump? Principi e valori, aveva detto Silver commentando il voto sul Brexit, ma quando si tratta di affari raramente pagano dividendi. La discrepanza è evidente. Mentre Trump parla di un muro da costruire sulla frontiera meridionale, l’NBA fa il tutto esaurito a Città del Messico e si fa strada l’idea di un torneo di metà stagione da organizzare oltre il confine, o addirittura di istituire un expansion team nella capitale. Si noti che fino a qualche anno la città soggetto dell’ipotesi era Londra, oggi il trattamento riservato alla Gran Bretagna è più freddo. L’All Star Game che si disputerà tra pochi giorni è stato rimosso dal North Carolina in disaccordo con la legge HB2 sull’utilizzo dei bagni pubblici per transgender, una decisione che ha raccolto consensi, ma in un’America repubblicana altri stati potrebbero promuovere regolamenti simili, compresa la Louisiana scelta come sostituto. Come il paese frammentato alle urne, anche il board of governors della lega porta in seno le sue divergenze. Alcuni membri sono generosi e affezionati sponsor della campagna repubblicana: Julianna Holt, CEO degli Spurs, James Dolan dei Knicks, il proprietario dei Magic Rich DeVos la cui nuora Betsy è stata appena nominata Segretario dell’Istruzione. Parleranno meno di Popovich e Kerr, ma i loro biglietti da visita sono eloquenti.

Nell’attesa di capire in che modo il travel ban influenzerà gli spostamenti dei giocatori, l’impressione è che Silver dovrà fare un passo indietro nelle sue mire espansionistiche. Il terreno sotto i suoi piedi non è più stabile. Proporsi come la lega delle minoranze, degli internationals, degli africani, delle partite in Europa e in Cina potrebbe ritorcerglisi contro. Forse non vedremo più la sigla NBA associata a campagne contro la diffusione delle armi da fuoco, o coinvolta nella promozione del dialogo tra forze dell’ordine e comunità di colore. Ma le voci dei protagonisti restano libere, per non essere solo un mattone nel muro. “Un pensiero sul travel ban?”, hanno chiesto a Kyle Lowry. “Bulls**t”. “Vuoi provare a esprimerlo senza parolacce?” “No”.

 

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