Andrew Bynum, storia di talento e speranza

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Lo sappiamo tutti, la NBA non può essere considerata solo uno sport, bensì un piccolo universo fatto di tante storie, di sogni, di talenti e di speranza. Talento e speranza. Queste sono le parole chiave di un uomo in particolare: Andrew Lee Bynum. Nato a Plainsboro il 27 ottobre 1987, il ragazzo si dimostra immediatamente pensato per questo sport, un talento cristallino che lo porta subito in vetta. Nella sua carriera di High School, Bynum viaggia molto, parte da casa sua, West Windsor-Plainsboro, per passare dalla Pennsylvania fino al New Jersey, quando approda alla St. Joseph High School, dove chiude l’ultimo anno con una media di 22 punti, 16 rimbalzi e 5 stoppate. A questo punto della sua vita il ragazzo prodigio ha solo 17 anni e ha davanti a se due strade: frequentare l’Università o rendersi immediatamente eleggibile. È a pochi centimetri dall’iscrizione alla University of Connecticut, ma rinuncia e si rende eleggibile. Per molti questo tipo di scelta sembra scontato, ma se vuoi entrare a far parte del mondo dei grandi, del mondo NBA, devi avere una testa e una personalità non comuni, che poche cose come le università americane ti possono dare. Tant’è. Nel Draft 2005 Andrew Bynum viene selezionato come decima pick assoluta dai Los Angeles Lakers, diventando il più giovane rookie della storia con i suoi 17 anni e 8 mesi. Pochi mesi dopo firma un altro record, diventando il più giovane giocatore a esordire in un match NBA, a 18 anni e 6 giorni. Anche qui le più rosee aspettative si stavano avverando, entra subito in rotazione e gioca una buonissima pallacanestro.

A due mesi dall’esordio affronta il “Big Cactus” Shaq, che vuole intimorire il giovane rookie schiacciandogli in testa e facendolo crollare sul parquet. Una giocata che avrebbe fatto rattrappire quasi tutte le nuove leve, ma non Andrew, che nell’azione successiva riceve in post contro Shaq, lo fa ballare e schiaccia sulla sua sinistra. Insomma nel gennaio 2006 tutti gli addetti ai lavori credevano di avere davanti agli occhi una delle future stelle NBA e dominatori della Lega. Talento e speranza. Successivamente iniziano vari infortuni che lo costringono a stare lontano dal campo per ben 47 partite, riuscirà ad acquisire continuità solamente nella stagione 2011-2012, e in questa stagione sembra di vedere un mostro in campo. Solo per citare un paio di numeri: in un match contro gli Spurs del 2012 cattura trenta, e dico trenta, rimbalzi. Una sorta di piovra. Nello stesso anno, in gara 1 contro i Nuggets porta casa una tripla doppia, mettendo la firma su un altro record: 10 stoppate in una singola gara di playoff. È la consacrazione? No. Infatti nella stagione successiva viene ceduto ai Sixers nella trattativa che ha portato Howard a Los Angeles. Ma perché? Questa domanda molti se la fanno. Certo, Howard è uno dei centri più forti, ma Superman ha tolto il mantello almeno da 3 anni e ha una schiena che da più noia di un motore ingolfato. La risposta sembra arrivare a breve, infatti il ragazzo prodigio di Plainsboro non giocherà nemmeno un minuto, ancora a causa di quelle ginocchia, tanto che a fine stagione verrà lasciato free agent. Così come ai tempi della High School il nostro ragazzo viaggia, stavolta verso Cleveland, franchigia che ha un bisogno disperato di centimetri e di qualcuno di davvero forte da affiancare a Kyrie “Uncle Drew” Irving, con buona pace di Varejao. Indovinate? La prima stagione con i Cavs la passa in infermeria. Ma siamo finalmente arrivati al 2014, Bynum viene riconfermato dalla squadra di Cleveland, in più la franchigia si è portata a casa un’altra prima scelta NBA e le premesse per questa stagione sono piene di speranza, e la squadra è piena di talento. Già. Dopo nove anni di carriera Andrew Lee Bynum, firma un altro record: passare in meno di un anno da avere uno dei contratti più onerosi della squadra ed essere un pezzo pregiato della scacchiera, ad essere relegato in panchina al minimo salariale. E questa volta non viene ceduto per infortuni o problemi simili, ma per le note vicende extra sportive che tutti sappiamo.

Qualcuno potrà dire che sia meglio essere in panchina in questi Pacers, piuttosto che titolare in questi Cavs. Potrei anche essere d’accordo, se non fosse che quello in panchina avrebbe dovuto essere uno dei dominatori della Lega. Ovviamente l’augurio è che possa diventare decisivo per la rotazione di Indiana, ginocchia permettendo. L’augurio più grande lo voglio fare a noi però, amanti di questo bellissimo sport, l’augurio che finalmente si possa vedere in campo quel giocatore che da troppo tempo è solo talento e speranza, non certezza . Quel giocatore che ha scherzato Shaq a due mesi dal suo esordio, che ha risposto “not in my house” per dieci volte in una sola partita di playoff, che sotto quell’espressione un po’ da menefreghista, quasi ebete, nasconde una voglia matta di urlare al mondo che lui non è stato scelto a caso quel giorno del 2005, che non è l’ennesimo errore di valutazione fatto al Draft, che non è solo talento e speranza. Non ci resta che dire in bocca al lupo.

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