Brook on the water, Giannis in the sky

Brook on the water, Giannis in the sky

L’incontro tra Brook Lopez, coach Budenholzer e Giannis Antetokounmpo ha regalato una seconda carriera al centro di Stanford.

di Domenico Laudando
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La narrativa cestistica corrente ha un canovaccio ben preciso quando l’oggetto del racconto è il centro di ruolo, inteso come quello old school che sgomita a rimbalzo, porta blocchi e che non è concepito per avere una dimensione perimetrale. Una storia senza lieto fine che trova origine nei tempi di grande fulgore, di grande richiesta da parte delle squadre che intorno a questo possente esemplare da parquet costruivano dinastie, per poi andare a svanire nel buio di un declino senza riscatto per queste figure totemiche, in via d’estinzione come i dinosauri, si parli di quelli veri o di quelli che, rifiutando l’evoluzione, si abbandonano alla nostalgia di tempi ormai andati. Ma l’evoluzione, si sa, ha un forte senso dell’ironia e non chiude la porta in faccia a nessun tipo antropologico, al limite lo sfida a trovare contromisure alle proprie leggi in costante trasformazione. E quale più grande ironia di quella espressa da un personaggio che si è perfettamente calato nell’era moderna fatta di ”eterna velocità onnipresente” pur continuando a trasmettere una sensazione di mitezza in ogni suo gesto?

Questa storia è diversa, Brook Lopez si è ribellato con saggezza a un destino che accomuna quelli appartenenti alla categoria “Dwight Howard”, e che sembrava stesse per contrassegnare la sua carriera, prima dell’incontro con due geni del gioco: coach Mike Budenholzer, nella concezione cerebrale e Giannis Antetokounmpo, nella sfaccettatura atletica del termine. Non che qualcuno avesse mai dubitato della cifra tecnica del centro da Stanford, la cui reputazione era comunque costantemente insidiata da chi gli imputava una certa fragilità sul piano agonistico, teoria che aveva pieno diritto di cittadinanza. Il problema era che Brook, pur facendo segnare numeri di tutto rispetto, sembrava esprimersi sempre ben lontano dai confini della propria area di responsabilità all’interno del sistema Nets, cosa che ha sempre dissuaso la dirigenza di Brooklyn dall’affidargli le chiavi della franchigia, preferendo a questa opzione quello scempio amministrativo perpetrato nel 2013 dove Garnett e compagnia cantante andarono a svernare nel Jersey in cambio, sostanzialmente, del lustro futuro della squadra di Prokhorov.

E se la chiave fosse cambiargli area di responsabilità? Giocando con le parole: se la chiave fosse uscire dall’area del tiro da 2?

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A livello di simbolismo, si dovesse scegliere un’immagine a cui associare lo spettacolo rutilante della NBA moderna tra la tranquillità di un lago svizzero e il furore di un incendio che travolge qualsiasi cosa sul suo cammino, sarebbe facile puntare il dito sull’opzione numero 2. Se da una parte il fuoco può avere funzione purificatrice che eleva tutte le cose ad un grado maggiore di perfezione, dall’altra lascia una lunga scia di devastazione tra chi non ha saputo cavalcarlo. Ma che succede quando i due simboli di cui sopra vengono messi sullo stesso piano?

Era il dicembre del 1971 quando i Deep Purple, da poco stabilitisi nei pressi del lago di Ginevra in uno studio di registrazione mobile posto all’interno del Casinò di Montreaux, assistettero alla terrificante suggestione pirotecnica delle fiamme che divamparono dallo stesso Casinò, vittima di un fan di Frank Zappa che in preda all’esaltazione sparò un razzo segnaletico nell’edificio. Dalla struttura, posta più interna rispetto ai confini del lago, una nuvola di fumo si diresse verso il cielo specchiandosi nel lago, in una serenità inquietante se comparata al panico generato dall’incendio solo qualche chilometro più il la. Il fuoco distrusse l’edificio, il fuoco ispirò la creazione di Smoke on the water, baluardo della produzione musicale della band inglese. L’immagine riflessa del fumo sull’acqua, che sembrava dover rimanere lì per l’eternità si dissolse, rivelando che il lago era ancora lì al suo posto, ma non era più lo stesso agli occhi di chi lo guardava.

Ora, a meno che qualcuno non glielo chieda, non sappiamo se coach Budenholzer sia o meno un fan di Frank Zappa, ma questi Bucks sono un bell’incendio con uno sbocco concreto e positivo. Questo grazie alla capacità di smuovere le acque del gioco di Brook Lopez, arrivato alle porte di questa stagione in parabola discendente, alla ricerca di un contratto ben lontano dalle cifre monstre guadagnate negli anni precedenti, che però sa fare quel paio di cose che a Milwaukee servivano come il pane: ottimo rim protector e tra i più abili a favorire i rimbalzi dei compagni con granitici tagliafuori, caratteristica molto utile nella squadra di Antetokounmpo. Si poneva solo il dilemma su come farlo coesistere col greco nella metà campo offensiva e, più in generale, come tenerlo in campo sui 28 metri vista la lentezza e il poco atletismo che strideva con una lega popolata da assetati di velocità.

Due dilemmi, una risposta: per lui il campo sarà più corto. Già nelle due stagioni ai Lakers il gemello di Robin aveva mostrato l’ampliamento del proprio raggio d’azione mettendo su un tiro da tre degno di nota, preso anche con una certa leggerezza all’interno di una squadra dalle scarse ambizioni. Impossibile chiedergli di fare su e giù per i 28 metri a quei ritmi, ma sulla distanza accorciata di 20 era già più fattibile. Se fino all’anno scorso avreste sentito Lopez camminare a passo medio e ciondolante pregando i compagni di andare più piano, ora il suo arrivo elegante a traino dell’ingresso nel gioco d’attacco talvolta costituisce lo schema stesso, avendo il diritto di sparare dalla lunga distanza una volta raggiunta quella piazzola dopo qualche secondo dell’azione. Da qui a credere che uno di 2.13 con un fare indolente potesse giocare con costanza coi piedi fuori dall’arco ce ne passava. In realtà è diventato uno dei segreti della franchigia del Wisconsin e, dopo la partita di domenica scorso contro i Cavaliers, il centro con più triple segnate in una stagione a quota 176.

Questo il suo manifesto anti-futurista. Che percorrano gli altri tutto il campo, lui fa valere il suo diritto alla pigrizia, mai come nel suo caso foriera di produttività. Appicca tu l’incendio lì in mezzo, Giannis, che oltre la coltre di fumo troverai Brook a far calare il silenzio. Fermo come il lago.

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