Difesa, sorprese e innovazioni per i Golden State Warriors di Steve Kerr

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6 Maggio 2014 “I Golden State Warriors hanno sollevato l’Head Coach Mark Jackson dal suo incarico.” La notizia colpisce il mondo dell’NBA in maniera improvvisa, cogliendo la maggior parte impreparati. Il GM dei Dubs, usciti appena tre giorni prima dai Playoff NBA, sconfitti dai Clippers di Chris Paul, Blake Griffin e Doc Rivers, dichiara: “Non è mai facile compiere una decisione di questo tipo: Mark ha raggiunto grandi risultati in questi tre anni, tra cui quello di alzare il livello di questa squadra rispetto a 36 mesi fa”. “Tuttavia, come organizzazione, semplicemente crediamo che sia meglio muoverci in una direzione diversa in questo momento”. Il 14 Maggio il secondo annuncio: il cinque volte campione NBA Steve Kerr sarà il nuovo allenatore dei GSW; importante lo zampino di Popovich, coach Zen e soprattutto Jeff Van Gundy, persone di cui Steve ha fiducia assoluta, nel convicerlo a prendere questa decisione e a sposare il progetto Warriors. 25 Dicembre 2014 I Warriors di Kerr, dopo 27 partite, guidano la classifica dell’NBA: 23 vittorie e solo 4 sconfitte il loro tabellino di marcia. Solo otto squadre prima di loro nella storia dell’NBA erano riuscite a vincere 21 delle prime 23 partite, e in tre di queste ritroviamo proprio Steve Kerr, nelle vesti di giocatore, che ora, invece, diventa il primo allenatore a raggiungere questo risultato durante la propria stagione di esordio. Che il suo zampino sia stato decisivo? Non è di questo avviso il Verme Dennis Rodman che, con la solita dose di veleno, ha dichiarato riguardo il suo ex compagno di squadra: “Kerr ain’t coaching shit”, ovvero: “Kerr non sta allenando nulla”, continuando: “E’ semplicemente andato in un sistema dove è facile vincere; ha giusto un bel gruppo di bravi assistenti accanto che lo aiutano”. Quanto c’è di vero in questa frase e quali invece sono i meriti di Kerr? Sicuramente Rodman ha esagerato (come oltretutto nel suo stile: chi di Voi non si ricorda le decine di dichiarazioni al limite da parte del cinque volte campione NBA?), ma c’è sicuramente una punta di sfida, di provocazione nelle sue parole. In fondo, i Warriors, grazie anche al lavoro del Reverendo Jackson, ormai si erano già affermati come realtà di primissimo livello nella lega, ma è anche vero che le varie eliminazioni precoci ai Play-Off, ultima quella contro i Clippers che è costata il posto a Jackson, ne hanno evidenziato i limiti. La percentuale di vittoria in RS con coach Jackson – www.eatsport.net Il lavoro di Mark Jackson ha sempre visto buonissimi risultati difensivi: nella stagione 2013-2014 i Warriors si sono classificati terzi nella regular season per efficienza difensiva, con 99.9 punti concessi per 100 possessi avversari, costretti a tirare col 43.6% dal campo (terzo miglior valore della lega a pari merito con OKC, che però ha subito un totale di tiri inferiore).

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Quindi, dal punto di vista difensivo, il compito di Kerr è stato quello di continuare la strada già battuta dal Reverendo, apportando però qualche significativa novità che ha migliorato ancor di più la già ottima media difensiva dei GSW: ad oggi guidano infatti la classifica per minor numero di punti concessi ogni 100 possessi avversari e percentuale concessa (nessuna squadra affrontata finora è riuscita a tirare sopra il 50%).
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La media della lega è 45.2% – www.basketball-reference.com
Inoltre, analizzando le stats avanzate, si nota ancora di più il loro dominio difensivo: concedono appena il 54.3% al ferro (primi nella lega, merito soprattutto di Bogut che concede soltanto il 39.2% agli avversari), il 34.9% tra 5 e 9 piedi (secondi nella lega), e, seppur nella media nella difesa nel midrange, sono quarti per percentuale concessa oltre l’arco (30.8%).
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Quali sono state le principali modifiche apportate difensivamente da Kerr? La prima, che più che innovazione la possiamo definire un continuum di quanto già avveniva sotto coach Jackson, è lo switch sui pick&roll. Cos’è lo switch? In italiano significa “scambiare”; nel gergo cestistico si intende scambiare gli uomini impegnati nella difesa di un pick&roll: il difensore del portatore di palla “accetta lo scambio”, marcando quindi il lungo che ha effettuato il blocco, mentre il difensore del lungo marca il portatore di palla, come in questa situazione: La difesa dei GSW accetta lo scambio due volte, prima con Draymond Green e Shaun Livingston, poi con lo stesso Green e Iguodala, e ciò provoca una stagnazione dell’attacco avversario, che si conclude con un tiro da tre dal palleggio ben contestato a 4 secondi dallo scadere dell’orologio dei 24. In questa azione, sempre contro i Mavs, i Warriors accettano tutti i cambi, e l’azione si conclude con una penetrazione di Devin Harris splendidamente difesa da Draymond Green. O ancora: Livingston e Thompson in questa situazione di transizione difensiva, si capiscono alla perfezione, denotando una certa intesa di squadra in materia che è stata definita fondamentale dallo stesso Kerr. Infatti lo switch in difesa o funziona (e bene, arrestando l’attacco avversario), oppure, causa incomprensioni fra i due difensori, o esitazioni della durata anche di mezzo secondo, determina grandi vantaggi per l’attacco, come la possibilità di penetrare facilmente verso il ferro, o di essere libero per un jumper. Al momento i Warriors sono la squadra che più utilizza lo switch, eppure rari sono gli errori, come in questo caso: Q
ui Draymond Green e Curry accennano allo scambio sul pick&pop Nelson-Dirk, ma l’ex Magic coglie l’attimo di incertezza, attaccando il ferro e concludendo senza interferenze altrui il layup. A proposito di questa scelta difensiva, Kerr ha affermato: “Viene naturale ai nostri ragazzi, non è nemmeno qualcosa che proviamo molto in allenamento. Abbiamo giocatori molto intelligenti in squadra”. Le dichiarazioni di Draymond Green aggiungono un altro spunto “Quando qualche squadra accetta gli scambi in difesa, ci sono degli spazi scoperti. Noi non abbiamo vuoti. Questo è il terzo anno per noi insieme”. Ecco lo zampino di coach Jackson, che, nei suoi anni a Oakland, ha lasciato una grande impronta plasmando un gruppo unito e solido che sta vedendo risultati eccelsi con Kerr. Non è un caso che nella passata stagione, l’ultima per Mark Jackson alla guida dei Warriors, essi siano stati la seconda squadra in NBA per percentuale di switch (effettuato nel 26.7% dei casi, dietro ai soli Knicks), e l’esser già esperti di questa scelta difensiva ha portato ai numeri che sono agli occhi di tutti. Draymond continua “Siamo in grado di capirci a vicenda in un attimo, e coach Kerr ci lascia la libertà di fare queste letture di gioco”. Tuttavia ci sono delle limitazioni da porre: infatti lo switch è sì vantaggioso, ma non è possibile effettuarlo sempre, altrimenti si determinano mismatch difficilmente difendibili. Proprio per questo Kerr ha dato indicazione di sfruttare gli scambi sul pick&roll soprattutto negli ultimi secondi dell’attacco avversario, cosicché eventuali situazioni di vantaggio per gli avversari non potrebbero, per mancanza di tempo, essere sfruttate al meglio. Un elemento che aiuta i Dubs nell’effettuare con sistematicità lo scambio in difesa è l’abilità singola e duttilità difensiva dei propri giocatori: ciò lo si può notare già analizzando la starting lineup, che coincide con il quintetto più usato dai Warriors (per 12.9 minuti a partita):
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Curry, sebbene sia ben lungi dall’essere uno specialista, è sicuramente cresciuto molto dal punto di vista difensivo, guadagnandosi meritatamente anche i complimenti dello stesso Kerr: ad oggi concede in media il 37.7% agli avversari, un miglioramento di 6.2 punti (ultima colonna) percentuali rispetto alla media di tiro dell’avversario (seconda colonna a partire da destra):
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Curry inoltre è il primo a iniziare la fase difensiva, pressando a volte anche a tutto campo il portatore di palla. Tuttavia, a causa del suo fisico esile, non può, a differenza dei suoi compagni, sostenere scambi, se non con guardie (preferibilmente non troppo atletiche). Klay Thompson è emerso come uno dei migliori difensori nello spot di guardia tiratrice della lega, e i numeri che concede parlano chiaro (per citarne una, quarto in tutta la lega per Defensive Rating); la sua crescita però è stata accompagnata dalla sua duttilità, visto che riesce a difendere bene anche le ali piccole come pure i playmaker: la sua difesa su CP3 ai Play-Off fu da antologia. Proprio a proposito Kerr ha dichiarato: “È nelle nostre intenzioni mettere Klay a difendere giocatori come CP3 in determinate situazioni”, a sottolineare non solo la fiducia nel prodotto di Washington State, ma anche la volontà di perseguire in questa direzione, che ha già portato ottimi risultati con Jackson. Bogut è sempre stato il fulcro della difesa dei Warriors, e alle sue condizioni fisiche è legata gran parte delle speranze di titolo per i tifosi Dubs: la sua capacità di rim protection (concede appena il 39.2% al ferro agli avversari, secondo migliore fra i centri nell’NBA, dietro al solo Howard) e la sua incredibile mobilità laterale, sproporzionata rispetto al fisico “mammuthiano”, lo rendono uno dei migliori nel suo ruolo nella propria metà campo, mentre offensivamente è fondamentale grazie alla sua abilità di bloccante e alla capacità di passaggio che ha, inusuale per un centro. La sua assenza durante i passati Play-Off è stata una delle cause principali (se non proprio la “main cause”) dell’eliminazione precoce dei Warriors. Harrison Barnes è una delle migliori sorprese della stagione. Dopo una stagione da rookie in cui aveva fatto intravedere, specie ai Play-Off, sprazzi di talento pazzesco, nell’anno da sophomore si “spense”, risultando una delusione per l’intero pubblico NBA. Ricordiamo che nell’estate 2013 i Warriors acquisirono dalla lista free agent Andre Iguodala, che, forte di un contratto di 12mln annui per 4 anni, fu introdotto nello spot di 3 nello starting lineup da Mark Jackson, con la conseguenza di sfruttare Barnes come go-to-go guy dalla panchina, per cercare di ovviare a quel grosso problema che era la mancanza di produzione offensiva da parte del quintetto delle riserve. Questa scelta però si rivelò infruttuosa per una serie di motivi, determinando un calo di produzione vistoso da parte di HB40. Innanzitutto Barnes non è mai stato un giocatore capace di crearsi un tiro da solo, e le scarse percentuali in situazioni di isolation (27.8% lo scorso anno), il più delle volte contro difesa schierata, ne sono una dimostrazione. La pretesa quindi di trasformarlo in una sorta di Jamal Crawford, che uscisse dalla panca per risolvere i problemi offensivi, è stata la causa del suo declino, prontamente fermato da Kerr con una serie di mosse astute. Fin dal primo allenamento, infatti, il cinque volte campione NBA ha fatto capire a Barnes come muoversi, dove tagliare, dove posizionarsi in campo per inserirsi al meglio nella sua filosofia di gioco. Poi la seconda mossa: inserirlo nel quintetto titolare, portando Iguodala nel ruolo di sesto uomo. In uno dei primi incontri con Barnes, Kerr gli disse: “Abbiamo già diversi realizzatori. Il tuo compito non deve essere questo, ma di difendere e prendere rimbalzi”. La possibilità quindi per Barnes di non avere pressanti responsabilità offensive, alle quali avrebbero provvisto gli altri titolari, ma di concentrarsi su ciò che gli riesce meglio, è stata accolta come manna dal cielo dallo stesso, che sta mettendo su non solo cifre di ben altro spessore rispetto alla passata stagione, ma rivela tutt’altro atteggiamento in campo, molto più combattivo e feroce. Infatti gli Splash Brothers (uniti a Draymond Green che gioca da stretch-four offensivamente) allargano il campo, lasciando spazio per le penetrazioni di Barnes (ove ha una percentuale di realizzazione del 47,8%, con il 76% al ferro), che ha inoltre più spazio a rimbalzo (dove, grazie al suo atletismo, capacità di elevazione e di “second-jump”, è un osso duro per i lunghi avversari, e i circa 2 rimbalzi offensivi per 36 min lo dimostrano), per non parlare della qualità incredibilmente maggiore dei tiri, in
post (di solito dopo pick&roll in cui la difesa, accettando lo scambio, permette un mismatch favorevole a HB40) come anche da tre (e quasi esclusivamente in catch&shoot, con percentuali migliorate dal 34,7% al 41,7%) che prende, visto che le attenzioni della difesa sono rivolte verso Curry e Thompson (con cui è in campo per il 58,7% del suo minutaggio), considerati (a ragione) minacce maggiori per la difesa. Infine, la sua duttilità difensiva: contro New Orleans in due possessi consecutivi ha difeso con successo prima Ryan Anderson, ala grande, in post, e subito dopo ha contenuto ottimamente la penetrazione di Austin Rivers, guardia, costringendolo a ripensare il possesso, conclusosi con un pessimo tiro. Proprio per questo motivo Kerr lo sta schierando sì da 3, ma anche da 4, dove “logga” più di un terzo dei suoi minuti, ed è uno dei Warriors più coinvolto negli scambi difensivi. Draymond Green probabilmente è per David Lee quello che fu Lou Gehrig per Wally Pipp: il mancino giocatore di baseball, purtroppo a noi più noto per il morbo cui ha dato il nome, in realtà vera leggenda dell’MBL e degli Yankees, iniziò a giocare titolare (e lo fu per 2130 partite consecutive, record battuto solo nel ’95 e tuttora secondo record assoluto) a seguito di un “banale” mal di testa per Pipp, indiscusso titolare, che per scherzo del destino consigliò proprio lui alla dirigenza l’acquisto del giovane Gehrig, e che perse da allora il suo posto da prima base. Tuttora, nel gergo, dire “Wally Pipped” significa “perdere il posto da titolare”, ed è proprio quanto sta succedendo ai Warriors: David Lee, causa infortunio, è stato sostituito da Draymond nello starting five, e, viste le prestazioni di quest’ultimo, ha perso anche il posto di titolare. Per i più attenti, Dray non è affatto una sorpresa: in RS quando è stato utilizzato si è sempre dimostrato un ottimo backup, soprattutto per le sue qualità difensive, mentre la sua esplosione è avvenuta ai Play-Off, dove si è dimostrato non solo un difensore incredibile, capace di difendere su 4 ruoli, mettendo in difficoltà gente del calibro di (e dalle diverse caratteristiche tecnico-fisiche come) Blake Griffin e CP3, ma anche un interessante elemento offensivo col tiro da tre, seppur con basse percentuali di realizzazione. Ad oggi, dopo 25 partite, sta mettendo su career-high in tutte le categorie, compresa la percentuale da tre (34,5%), meritandosi anche qualche scherzoso “legame familiare” con gli Splash Brothers. Offensivamente non è ovviamente a quei livelli di pericolosità, ma si sta guadagnando con prestazioni su prestazioni il rispetto degli avversari; oltretutto, conoscendo i suoi limiti, evita di strafare, e ciò è sottolineato dalla percentuale dei canestri che fa direttamente su assist dei compagni (84,9%). A rimbalzo, nonostante il fisico (2,01mx104kg) non all’altezza di alcuni suoi avversari pari-ruolo (pensiamo ai 2,10m di Anthony Davis, o ai circa 120kg di Zach Randolph) riesce a far sentire sempre la sua presenza, in particolar modo nella metàcampo offensiva: infatti conquista il 61,8% dei rimbalzi disponibili (meglio di gente come Asik, Gortat e Pekovic) e il 40,1% di rimbalzi contestati (al livello del compagno di squadra Bogut, e meglio di un grande rimbalzista come Vucevic). Infine il gioco di squadra: Draymond si fa sempre notare per altruismo e generosità, come in questa giocata: A fine partita ha dichiarato: “Quell’assist? E’ ciò che facciamo sempre: ognuno conosce i pregi dei propri compagni; io do il mio meglio nella fase difensiva, Mo’ (Marreese Speights, ndr) nella fase offensiva, e quello è il tipo di tiro che sa mettere. Per questo non ci ho pensato due volte a passargli la palla”.
Un assaggio del miglioramento offensivo di Draymond dal suo anno da rookie – espngrantland.files.wordpress.com
L’esplosione di Draymond Green pone però Steve Kerr davanti ad un quesito dalla difficile risoluzione: come reintrodurre David Lee, una volta recuperato dall’infortunio? Il veterano ex-Knicks, pur con i suoi difetti, rimane un ottimo giocatore: certo, difensivamente non è affatto una roccia, e soffre molto i giocatori più atletici di lui (i quali, in una lega come l’NBA, diciamo che “non sono rari”), e ai Play-Off tutti questi limiti si sono palesati oltremodo contro la coppia Griffin-DeAndre Jordan. Tuttavia è pur sempre un buonissimo rimbalzista, creativo attaccante dal post, nonché un ottimo bloccante e passatore; queste sue ultime due caratteristiche erano proprio alla base di alcuni schemi offensivi dei Warriors di Jackson, come: e Il doppio screen Bogut-Lee era uno degli schemi di “early offense” preferiti da Jackson, ed effettivamente rimane un gioco praticamente indifendibile, considerando i blocchi granitici dei due lunghi e la mortifera abilità da tre punti di Steph Curry. La sua abilità in post, inoltre era un’arma a doppio taglio: poteva infatti funzionare sia da catalizzatore per la difesa, liberando tiratori sul perimetro (come nel video di sopra), oppure, in caso di mancato raddoppio, era quasi una sentenza, garantendo punti importanti ad un attacco magari in crisi. Il recupero dall’infortunio è finito, e Lee è ritornato in campo lunedì, per la prima volta da novembre: Che ruolo assegnargli? Secondo noi la soluzione è una: usare David Lee come go-to-guy dalla panca. Infatti, nonostante la presenza di giocatori come Iguodala, Livingston e Speights, le riserve dei Warriors hanno sempre un problema consistente: la produzione offensiva. L’avere un giocatore come Lee per il quale puoi giocare possessi in post con successo, è una manna dal cielo, e non è un caso che lo scorso anno il quintetto “4 riserve+1 titolare” col maggiore Offensive rating fu proprio quello con D-Lee. Inoltre non è da sottovalutare il suo utilizzo assieme a Curry e Bogut: premesso infatti che, come già detto, non può sostenere difensivamente gli avversari, quindi Draymond Green deve continuare ad essere il 4 titolare, offensivamente creerebbe una serie di soluzioni, alcune delle quali già illustrate in precedenza, che renderebbero il già ottimo attacco Warriors (4° nella lega, con 108.1 pt segnati ogni 100 possessi), davvero superlativo. Per concludere, quindi, mancano pochi pezzi al puzzle per rendere i Warriors prepotentemente la vera candidata al titolo, ma le prestazioni che stanno mettendo su dimostrano che sono a tutti gli effetti la squadra da battere: il merito di questo salto di qualità va sì a Kerr, abilissimo nel saper migliorare la macchina di coach Jackson, ma anche allo stesso Reverendo, che, pur non avendo mai espresso un gioco di questo livello, è riuscito a creare il gruppo che sta venendo plasmato alla perfezione da Kerr. A noi tutti appassionati dell’NBA non resta che goderci lo spettacolo di Curry&co.

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