Domantas Sabonis ha spiccato il volo

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NBA, anno 2018, quasi 2019:

  • un giovane rookie sloveno classe 1999 fa ballare la hula a diverse difese NBA.
  • un montenegrino con un grande talento offensivo sta reggendo praticamente da solo gli Orlando Magic.
  • un trentenne italiano è protagonista in cima alla Western Conference.
  • uno spagnolo in Tennessee lo imita, da bandiera della propria franchigia.
  • un greco ha in mano la Eastern Conference, e molto presto forse l’intera Lega.
  • un serbo imperversa a Denver regalando magie.
  • un francese è giocatore difensivo dell’anno.
  • un lettone infortunato è la più grande speranza della Grande Mela cestistica.
  • infine, un lituano è uno dei giocatori più utili dell’intera Lega.
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Potrebbe sembrare l’inizio della classica barzelletta, ma non è così: tanta Europa sta facendo tanto e bene oltreoceano, in particolare i lunghi.

Quando si pensa al lungo di stampo europeo, il primo che viene in mente è, ovviamente, Arvydas Sabonis. Il Principe del Baltico era un giocatore incredibile, poi diventato un simbolo dell’Europa cestistica, poichè in pochi andavano oltreoceano e si facevano rispettare. Quasi vent’anni dopo la situazione è radicalmente cambiata, ma quel cognome che riconduce alla maestosità è ancora lì; se sei figlio di una leggenda vivente, e soprattutto molto più di un semplice giocatore di basket, pressioni, aspettative, paragoni sono all’ordine del giorno.

Mentre il padre prima di approdare negli USA ha dovuto aspettare anni, causa anche regime e Guerra Fredda, Domantas negli Stati Uniti ci è nato e poi ci è tornato per andare al College. Superati record di precocità in Spagna (più giovane di sempre ad esordire in ACB, a 17 anni, 5 mesi e 10 giorni), va al college a Gonzaga. Viene scelto al Draft dai Magic, ma subito scambiato insieme a Oladipo e Ilyasova ai Thunder, per Serge Ibaka. Un anno solo, dimenticato fuori dalla linea dei tre punti, e il rischio di essere additato come un bidone; poi la trade per Paul George, con lui e il compagno di merende Oladipo spediti a Indianapolis.

Due anni dopo, Oladipo è la stella della squadra e Sabonis è uno dei giocatori più “funzionali” della Lega.

Come è potuto succedere?

Se i Pacers sembravano poter essere in mezzo a una strada dopo la partenza di Larry Bird, la trade George-Oladipo/Sabonis li ha invece rinvigoriti: via la primadonna scontenta, dentro due giocatori talentuosi in cerca di riscatto. Oladipo, tornando nello stato dove aveva furoreggiato al College, ha raggiunto vette mai viste, tanto da vincere il premio di giocatore più migliorato e guadagnarsi la convocazione per l’All Star Game. Domantas, che ha solo 22 anni, è nella sua scia: anche lui è attualmente in lizza come giocatore più migliorato.

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Già nella stagione scorsa, approfittando dei problemi fisici di Myles Turner, Domantas era riuscito fin da subito a ritagliarsi minuti: se ai Thunder veniva utilizzato come ricevitore sugli scarichi oltre la linea da tre punti, con l’area occupata da Steven Adams, Coach McMillan lo ha rimesso al centro del pitturato, facendo leva sulla sua ottima intelligenza cestistica, posizionamento, mobilità e capacità di far praticamente sempre la cosa giusta. Ai Pacers Sabonis inizia e conclude, può svariare e mettersi al servizio della squadra, senza disdegnare la conclusione; attualmente è il 9° giocatore NBA per PER, la statistica tanto cara riguardante l’efficenza, pur non essendo il classico centro che gonfia le statistiche sotto canestro: il suo gioco è fatti di semiganci, primi passi, seconde opportunità da rimbalzo offensivo, ricevitore dopo un pick’n roll, ed il fatto di partire nel secondo quintetto, con Cory Joseph e Tyreke Evans a dargli manforte come esterni dietro, in attesa del rientro a pieno regime di Oladipo, aiuta i Pacers ad avere sempre un riferimento di spessore nel pitturato durante la partita.  In aggiunta, ha tirato 6 volte da tre punti in stagione, sbagliando una sola volta; altro aspetto che una qualsiasi difesa deve considerare.

Sinora ha messo a segno 11 doppie-doppie, una partita da 30 punti (12 su 12 dal campo contro i Knicks, in soli 21 minuti), ed ha una media di 14,5 punti e 10,1 rimbalzi e 3,3 assist in 24,8 minuti, in piena corsa come sesto uomo dell’anno, o giocatore più migliorato.

Essere additato come “figlio di” è un’investitura che non si toglierà mai di dosso, ma di questo passo potrà lasciare un segno indelebile anche lui nella Lega, continuando a glorificare un movimento ed una nazione cestistica partiti proprio dalle mani di suo padre.