Dov’è finito il vero Ginobili?

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36 anni e sentirli? Sì. Questa potrebbe essere la risposta, alle prove indiscutibilmente molto opache che il ragazzo da Bahia Blanca sta offrendo in queste Finals 2013.

Eppure, magari c‘è dell’altro: certo l’età, certo tutte le botte che “Il Nasone” ha preso in 17 anni d’attività agonistica, certo la fascite plantare che non gli da sollievo ormai da quasi 2 anni, ma lo stato d’animo di Ginobili ha subito un forte contraccolpo alle olimpiadi di Londra, ed è nella città inglese che torniamo.

È l 11 agosto 2012, è la finale 3°-4° posto nel torneo di basket olimpico, si sfidano la Russia di David Blatt e i ragazzi Argentini. C’è appunto in palio il bronzo, ma per i ragazzi del Sud America c’è molto di più.

Sono conosciuti come la “Generacion dorada”, Ginobili-Scola-Nocioni-Delfino-Prigioni, e per andare ancora più indietro nel tempo Oberto-Hermann-Sconocchini. Sono tutti amici, tutti fratelli sono cresciuti insieme, hanno vinto insieme, il loro carattere e la loro forza di volontà li hanno portati ad essere la nazionale più forte al mondo. Ora quella finale per il bronzo rappresenta la loro ultima partita insieme. Vogliono quel bronzo per l’Argentina, lo vogliono per loro stessi. Manu Ginobili lo vuole più di tutti.

Per essere chiari, nulla contro la Russia, ma non c’era un solo appassionato di basket che quella sera non tifasse per Ginobili e compagni, esclusi gli appassionati russi.

Un fischio assassino di Bill Kennedy (arbitro NBA) in favore di Kirilenko e soci toglie la soddisfazione di salire sul podio all’Argentina.

Ginobili è furente, mai visto cosi arrabbiato: non può, non vuole accettare quel fischio, ma la partita è ormai persa, la generazione d’oro è finita. Ginobili distrutto in panchina lascerà cadere lacrime che non hanno fine, tanto che nessuno riesce a consolarlo. Prima la rabbia, poi lo sconforto, ora la rassegnazione della fine.

Per Ginobili quella è una pagina bruttissima della sua carriera, lui che ha messo sempre davanti a tutto la sua nazionale, lui che non ha mai detto di no ad una convocazione, lui che con -15 e con la neve era il primo ad alzarsi per allenarsi. L’argentino più vincente di sempre, uno dei primi 5 giocatori NBA più decisivi, aveva fallito l’ultimo obiettivo della sua carriera.

Quella sconfitta lo ha segnato: negli Spurs non è più l’uomo decisivo, ora tocca a Parker. Fa più fatica a stare in campo, Popovich ancora si fida di lui, ma difensivamente non è quello di un tempo ed è troppo alterno al tiro, ma passa ancora la palla come nessuno fa.

Sono lontanissimi i tempi del suo esordio nel mondo del grande basket con la Viola di Reggio Calabria, Sono lontani i trionfi con la Kinder Bologna, poi il suo passaggio un po’ a sorpresa in NBA, scelto dagli Spurs, che saranno la sua unica squadra NBA, il rapporto odio-amore con Pop dei primi anni, dove per ogni minimo errore finiva in panca e non si alzava più.

Nel 2005, nella serie di finale più bella degli ultimi 15 anni, in una gara7 che passera alla storia, fu il ragazzo di Bahia Blanca a battere i Pistons e a vincere e l’Anello.

Ora nel 2013, contro gli Heat di Wade e Lebron fa fatica, ma se in un eventuale gara7 servisse un tiro per la partita e per l’anello, fidatevi che coach Pop non avrebbe dubbi a chi affidarlo: 36 anni, argentino, ma con l’anima di Reggio Calabria ed un innata propensione a vincere.

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