[ESCLUSIVA] Roberto Carmenati: “Dončić a 15 anni l’esordio, a 17 già una stella: ero certo che a Dallas avrebbe fatto benissimo”

Intervista a Roberto Carmenati, osservatore dei Dallas Mavericks. Ha avuto un ruolo importante nel trasferimento di Luka Dončić in NBA. Secondo lo scout, l’Europa è un ottimo bacino per trovare nuovi talenti, grazie ai modelli in stile Real Madrid, che puntano a valorizzare i giovani campioni.

di Mitja Stefancic

Abbiamo intervistato l’ex allenatore dell’Olimpia Milano Roberto Carmenati, che adesso svolge il ruolo di talent scout per i Dallas Mavericks. È tra coloro che, lavorando dietro le quinte, hanno avuto un ruolo fondamentale per portare Luka Dončić in NBA.

Innanzitutto, come si svolge il suo ruolo di osservatore internazionale?

Collaboro con i Dallas Mavericks da quindici anni. Il ruolo di osservatore mi impone di essere costantemente vigile sui talenti presenti in vari campionati europei. Seguo il loro andamento durante le partite, faccio molti ragionamenti anche con le statistiche alla mano, per poi sensibilizzare chi ha il compito di decidere quali sono i nuovi giocatori da portare in quadra, aiutando nelle scelte.

Prima di entrare in questo ruolo ho allenato per molti anni. Sono stato capo allenatore dell’Olimpia Milano e ho allenato a Fabriano, a Napoli. Sono stato anche vice a Livorno e ho avuto una breve esperienza a Trapani. Da una quindicina di anni a questa parte mi dedico invece esclusivamente allo scouting per Dallas Mavericks.

In molti reputano che Lei abbia avuto un ruolo chiave nel trasferimento di Luka Dončić in NBA…

Non solo in base al mio giudizio, ma a detta di tutti, nell’ultimo anno al Real Madrid Dončić era già la principale stella d’Europa. A quel punto però in molti si sono posti il quesito: questo giovane talento quanto potrà essere bravo nella NBA?

Alcune squadre americane hanno avuto dei dubbi, per esempio i Phoenix allenati da Igor Kokoškov, che l’avrebbe voluto in squadra…

Poi cosa è successo?

Phoenix ha preferito giocatori del college americano nonostante il desiderio del coach di averlo nel team. Mi spiego meglio. Nel basket americano ci sono due figure principali: da un lato l’allenatore, che decide chi mettere in campo. Dall’altro il general manager, che decide di più per quanto concerne le scelte dei giocatori – chi mettere sotto contratto per la stagione, compresi i rookie.

Ritornando a Luka, un’altra squadra, Sacramento, era partita inizialmente convinta di prenderlo. Eppure in seguito la scelta finale è stata per Marvin Bagley.

Lei invece ha creduto sin da subito nel talento di Luka…

Il mio ruolo è quello di controllare e monitorare per Dallas i talenti in Europa. Ho seguito Luka regolarmente quando giovanissimo era a Madrid. Ed alla fine ero convintissimo che la scelta di portarlo in società sarebbe stata del tutto azzeccata. Ne ho parlato con il direttore del personale giocatori Ronzone e il GM Donnie Nelson, che ha subito intuito che Luka sarebbe stato il talento su cui puntare…

Rischio poi ampiamente ripagato dalle prestazioni di Luka nell’anno d’esordio in NBA…

Esatto. Il rischio nel prendere un giovane giocatore c’è sempre: in caso di scelte sbagliate possono esserci ripercussioni sulla squadra e sulla società negli anni. Naturalmente c’è in gioco anche la reputazione di chi propone la scelta al GM, aiutandolo a fare la decisione corretta, come del resto anche dello stesso general manager… Talvolta bastano un paio di scelte sbagliate e si è costretti subito a cercare altre squadre con cui collaborare.

Tornando a noi, ho accompagnato Donnie Nelson e Ronzone in una serie di partite per veder Luka all’opera, aiutandoli così a fare la scelta giusta – quella cioè di mettere sotto ingaggio il giocatore sloveno ancora giovanissimo. Nelson ha avuto anche in questa circostanza ragione, come già altre volte in passato. Posso dire che il mio merito – che inizia e si conclude con i compiti previsti dal mio ruolo professionale di scout – è stato quello di aver intravisto in Dončić un ragazzo speciale con una personalità vincente. Non a caso adesso è già un vero leader. Ma, ripeto, ho visto moltissime sue partite, analizzandone l’andamento, le statistiche ecc. Quando ho espresso la mia opinione avevo una posizione ferma: Luka farà benissimo, anzi, all’epoca consideravo che avesse ancora tanto talento inespresso, mentre in Europa già brillava… I fatti hanno confermato la bontà della mia intuizione e del mio ragionamento.

A questo punto sorge spontanea la domanda: ci sono delle differenze nella concezione americana della pallacanestro rispetto a quella europea?

Secondo me la risposta è affermativa: anche se il basket è cambiato molto negli ultimi anni e rimane in perenne evoluzione, continuano a esserci differenze che vanno considerate nelle scelte dei talenti europei da mettere sotto contratto per qualche squadra NBA. Nei campionati europei c’è ancora un autentico gioco di squadra che fa la differenza nelle competizioni: in Eurolega vincono le squadre che hanno dai 5 ai 7 giocatori forti, con ottimi fondamentali, che sanno anche spendersi in difesa e dunque capaci di difendere bene gli avversari. Senza questi requisiti non si alzano i trofei. Viceversa, negli Stati Uniti c’è più individualità: consideriamo LeBron James o Kevin Durant – le squadre vincenti girano intorno a questi giocatori strepitosi, che sono delle vere e proprie superstars. Detto altrimenti, in NBA l’individualità dei singoli rimane più marcata, spesso determinante. E c’è una sorta di gerarchia in squadra (superstars, stars, giocatori di complemento), spesso non riproducibile nelle principali squadre europee.

L’Europa con le sue preziose specificità e il gioco di squadra insomma…

Il basket europeo sta diventando un vero e proprio serbatoio di crescita dei talenti, che poi sovente finiscono per giocare in America. Pensiamo per esempio a Giannis Antetoukompo, Luka Dončić, Nikola Jokić, Rudy Gobert, e tanti altri ancora… Ci sono molte considerazioni da fare per capire il buon livello del basket europeo. Da un lato c’è l’ottimo lavoro svolto già a partire dai livelli giovanili dagli allenatori, dai preparatori e dalle altre figure presenti nel basket contemporaneo. Dall’altro lato c’è un valore aggiunto del basket europeo. Cioè i giovani talenti hanno la possibilità di misurarsi ed avere intorno a sé 3 o 4 compagni veterani, da cui possono imparare moltissimo.

Le società europee come il Real Madrid hanno proprio questo metodo: hanno una squadra composta da 8 veterani con in aggiunta una o due giovani promesse che sfruttano la loro chance per crescere e diventare dei giocatori da quintetto base. Pensiamo proprio a Dončić: ha esordito a 15 anni, a 16 era titolare, poi a 17 anni una stella. Merito se questa stella ha brillato è anche dei compagni di squadra ben più esperti con cui ha giocato nel Real.

Grazie mille della chiacchierata! 

fonte: museodelbasket-milano.it
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