Father Playoffs – Guerrieri contro Cavalieri

Father Playoffs – Guerrieri contro Cavalieri

I Warriors e i Cavs possiedono nature opposte ai loro nomi. I Warriors sono strafavoriti, ma se i Cavs sapranno reggere l’urto delle loro corse, forse qualcosa possono fare.

di Massimo Tosatto

Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia.

Sun Tzu, l’arte della guerra
La sfida della cavalleria contro la fanteria è, storicamente, lo scontro di due filosofie opposte.

Da un lato la cavalleria, associata alla nobiltà d’animo e di terra, in cui l’uomo, complementare al cavallo, si muove veloce più della fanteria.

Dall’altro la fanteria, i guerrieri, i soldati, che camminano nel fango. Guerrieri con l’arma bianca o i fucili, capaci di muoversi lentamente, ma percorrendo più strada in giorni di cammino.

Se dovessimo tener fede ai significati, Warriors e Cavs dovrebbero scambiarsi i nomi: i Warriors corrono da una parte all’altra del campo, leggeri, veloci, come ussari della cavalleria leggera. I Cavs sono una squadra di soldati agli ordini di un generale, LeBron, che ha ben chiaro come fare le cose.

In partenza, i Warriors dovrebbero vincere 4-0.

I cavalieri godono sempre del favore della storia. Chi non ha desiderato di essere un nobile cavaliere? Chi non ha ammirato le divise da ussari di Harvey Keitel e Keith Carradine nel folgorante Duel, esordio di Ridley Scott? E negli anni ’30 chi non ha pianto di fronte alla morte eroica di Errol Flynn ne “La carica dei 600”, la storia della (solita), eroica sconfitta inglese a Balaclava?

Mentre nessuno voleva essere un umile soldato sottoposto al volere dei superiori, un ridicolo Swejk esposto alle angherie del tempo, un Gassman-Sordi ne “La Grande Guerra”, antieroi che cercano in tutti i modi di svicolare al dovere militare finendo, per paradosso, con una morte eroica.

Però, i soldati, inaspettatamente, spesso, vincono. E vincono per la dote del soldato di saper stare sotto i colpi dei cannoni, abituandosi ai botti come se fossero dei fuochi artificiali. Vincono per la capacità di resistere con poco, nulla, agli urti di forze spesso superiori, e dei soldati ben addestrati, con una volontà caparbia, possono sovvertire anche le battaglie più scontate.

LeBron si è circondato di questi giocatori. Non yes-men, ma gente d’esperienza, duri, abituati a mettercela tutta per vincere. Quelli a cui gli allenatori si rivolgono nei momenti difficili. Un George Hill, uno che ha nei suoi geni San Antonio, un Jeff Green, che forse sta giocando il miglior basket della sua vita, un Kevin Love, che subisce ogni anno critiche e ogni anno è al fianco di LeBron, e JR, Tristan Thompson, Larry Nance Jr, Kyle Korver e Clarkson.

Un gruppo che, vicino ai Warriors, non ha speranza. La cavalleria leggera, che spara palloni molto pesanti, dei Warriors, sembra correre troppo veloce per questi Cavs. Ma questi Cavs possiedono una chiarezza di intenti, una semplicità di temi cestistici, che li rendono una squadra molto difficile da affrontare.

 

da nymag.com
da nymag.com

Gara-1 sarà sicuramente appannaggio dei Warriors. LeBron usa queste partite per osservare, per capire quali contromosse adottare. Studierà gli avversari toccandoli con uno spillo per capire dove si nascondono le debolezze. Proverà qualche stranezza, per disorientare, o illudere i Warriors.

Questo LeBron somiglia sempre di più a uno stratega. Conosce perfettamente sé stesso, e chi ha intorno. Ora è tranquillo perché non ha più giocatori, magari dotati di talento, ma che non entrano perfettamente nello schema che lui ha in mente.

Sa cosa può dargli la sua squadra, e conosce, abbastanza bene, anche i Warriors. È cosciente dell’abisso che li divide, e che su 7 partite la vera forza di una squadra si impone sempre.

Ma sa anche che ha bisogno di trovare tre spiragli, non di più. Tre fessure aperte nella fiducia di una corazzata, restando attaccato fino all’ultimo senza sprecare energie.

Dovrà fare attenzione ai mortali terzi quarti della death lineup, ma se riesce ad arginarli, senza l’ossessione di fare un gioco rapido, simile a quello dei suoi avversari, lì, in quell’attimo, avrà la sua possibilità.

I soldati devono sopportare a testa bassa i colpi dei cannoni, e sui Cavs, trasformati in infantry, di cannonate ne pioveranno. Ma se terranno il colpo, se riusciranno a non arretrare, una possibilità ce l’avranno.

Occorrerà la pazienza, la capacità di non dare appigli agli avversari, la forza e la tranquillità. Mentre per i Warriors bisognerà non illudersi della vittoria facile, non credere di aver già vinto la quarta partita.

Perché con tre spiragli, poi si gioca tutto in gara-7, se ci si arriva, un’altezza a cui LeBron è abituato più di tutti. Non necessariamente perché ne ha giocate di più, ma perché coltiva dentro di sé una consapevolezza personale che nessuno, nella lega e forse nello sport, può eguagliare.

Quella di LeBron è in fondo un’impresa, dobbiamo esserne consci, con tutte le aleatorietà del caso. Dipende da molti fattori, ma quelli che lui controlla, li conosce benissimo. Dall’altro lato, i Warriors hanno la maledizione dei più forti, così favoriti da rischiare le grandi figuracce. Ma le sconfitte sono più facili nelle partite singole, che nelle serie, in cui c’è sempre tempo per recuperare.

Se ci s’illude di essere più forti basta poco per diventare fragili cristalli, a cui un colpo ben assestato provoca una crepa mortale.

Ed è quello che LeBron proverà a fare nella serie finale.

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