Father Playoffs – Il basket antico dei Miami Heat

Il gioco del basket si evolve tornando alle sue radici. Tutto quello che si definisce moderno, nel basket di oggi, è il ritorno alle origini del gioco, quando esso era prima di tutto composto di giocatori piccoli e rapidi.

di Massimo Tosatto

“Bill, tu credi che i Sixers vinceranno facilmente?”
“No, io vedo favoriti i Lakers, perché non avranno punti fermi per i Sixers e sarà molto difficile per loro fermarli. La velocità vince sempre sulla potenza”.

  • Bill Russell intervistato prima di gara 6 del 1980

Le poche immagini rimaste degli Original Celtics e dei New York Renassaince, le prime squadre professionistiche di largo successo negli anni ’20-’30, ci mostrano, in pochi minuti, una serie di movimenti che ricordano da vicino quelli di oggi. Gli hand-off, i blocchi, il movimento dentro-fuori del pallone, si riflettono nel movimento fluido dei Miami Heat e, perché no, dei Golden State Warriors.

Nel basket di oggi il giocatore lunghissimo che ha dominato per un quarantennio, non trova cittadinanza. Era la fine degli anni ’40 quando a De Paul George Mikan assorbiva gli insegnamenti di Ron Meyer e dava vita al pivot moderno, da cui, bene o male, tutti i successivi big men fino agli anni ’90, discendono.

Era il basket dei due punti, abbarbicato intorno all’area dei tre secondi, creata a fine anni ’30 per limitare lo strapotere di Leroy Edwards di Kentucky in area e costringerlo ad allontanarsi dal canestro. I grandi uomini, immensi dinosauri, rendevano impossibile avvicinarsi a canestro, e solo altri giocatori simili potevano tirare più in alto, e più da vicino. Iniziava così una corsa all’altezza che sacrificava tutto il resto, fino a far collassare il gioco in un’area sempre più ristretta.

Questa fase termina alla fine degli anni ’90, quando i Detroit Pistons, Bill Laimbeer, e i Bucks di Jack Sikma, schierano i primi lunghi in grado di tirare da tre. Sikma aveva già giocato a Seattle alla fine degli anni ’70, ma solo a Milwawkee, sotto Don Nelson, iniziò a usare il suo tiro con continuità.

Finisce un’era, in NBA, ma soprattutto in Europa, dove i lunghi cominciano a tirare da fuori, a creare spaziature, e per questo, probabilmente, non vengono capiti al loro approdo nella NBA. Ci mettono molto gli americani, e devono perdere le Olimpiadi nel 2004 per comprendere quanto il gioco, fuori dai loro confini, sia cambiato.

D’altronde, solo le Olimpiadi fanno capire agli americani che le cose stanno cambiando.

A fargli cambiare idea è anche Mike D’Antoni, a Phoenix, con un gioco completamente diverso da quello di ogni squadra nella lega. Gioco considerato poco più di una bizzarria, occorre ammetterlo, fino a quando Steve Kerr ai Warriors non riesce a combinare abbastanza difesa da supportare l’attacco e dimostrare, con i titoli, che quello è IL gioco vincente.

Come un fiume carsico quel movimento rapido, che fa tanto Globetrotters per certi aspetti, e tanto Yugoslavia, ma che visto nelle immagini sgranate in bianco e nero ricorda anche i movimenti parossistici dei Rens e dei Celtics, quando ancora il basket si giocava ben sotto il livello del canestro, riemerge dopo decenni in cui si era creduto passato per sempre di moda.

Riemerge naturalmente, senza che un bibliotecario cerchi negli archivi della pallacanestro dei sacri testi. Riemerge invece come pratica quotidiana, viene riscoperto dai giocatori, dagli allenatori, soprattutto se capaci di astrarre dalla visione dominante, in cui il gioco è deciso dai pivot.

È come il cinema muto, per certi aspetti. Quello che aveva successo negli anni ’30 ha successo anche oggi. La torta in faccia di Laurel e Hardy arriva nelle gag di Jerry Lewis e riemerge ancora oggi, con l’immutato successo di un meccanismo eterno. L’arrampicata di Harold Lloyd sul grattacielo come la Mission Impossible di Tom Cruise quando si lancia da un palazzo all’altro.

Come il tiki taka di Guardiola, nel suo gioco senza baricentro al Barcellona.

Come il cinema muto, come il tiki taka, anche il gioco di Miami necessita di un reagente, di un giocatore superiore agli altri ma in grado di fare da collante, da direttore d’orchestra, non da solista, in grado di esaltarsi nella squadra più che nella necessità di accentrare su di sé il gioco. Jimmy Butler dirige la squadra in campo, vera longa manus del coach, e si vede che si diverte a stare in un ambiente giovane, rilassato ma concentrato, completamente dedito al basket.

Ed è un monumento a Erik Spoelstra il fatto di aver condotto alle finali squadre tanto diverse tra loro, come la Miami dei big three, e questa Miami così radicalmente diversa.

Tanto la Miami di James, Bosh, Wade, si imponeva per la capacità dei singoli fortissimi, quanto questi Miami Heat si impone grazie a un meccanismo inesorabile, puro concentrato cestistico, molto antico e molto moderno al tempo stesso, in cui ciascun talento si incastra perfettamente in un dispositivo senza centro, senza punto focale, ma tenuto su dai punti di connessione, da quel che in apparenza è la sua debolezza, che invece è la sua forza.

È strano che fatichiamo a capirlo. È strano che qualcuno rimpianga gli anni ’70-’80, così concentrati intorno al canestro da essere arrivato al punto da essere immobile. Un wrestling in cui lunghi lentissimi zavorravano i compagni di squadra costretti ad aspettarli, per utilizzare il vantaggio che davano vicino a canestro.

Questo gioco è molto più rapido, arioso, si presta a mille soluzioni diverse. Ormai i tiratori sono in grado di segnare da metà campo con l’uomo addosso e questo costringe le difese a marcarli a otto metri dal canestro, liberando le aree e permettendo un atletismo prima mai visto.

Difendere è molto più difficile, in questa versione del gioco del basket. Il campo si allarga, i tiratori costringono a marcare lontano da canestro e i vecchi duelli rusticani tra giocatori enormi diventano inutili, tanto la migliore percentuale non bilancia il punto in meno del tiro da tre ormai divenuto una certezza.

È controintuitivo. Siamo cresciuti pensando che il basket fosse un gioco di uomini alti, e ci ritroviamo a giocare un basket fatto di piccoli, non solo, in cui i lunghi tradizionali sono dannosi. Vanno bene i 4 in grado di tirare da tre, ma a patto che siano rapidi abbastanza da tornare in difesa, e nella difesa stessa sono comunque delle cambiali pesanti da pagare.

I segnali di questo cambiamento si videro in certi angoli bui della storia del basket, in certi momenti in cui la storia avveniva senza che ce ne rendessimo conto (ma non avviene sempre così la storia? Non ce ne accorgiamo quando è inesorabilmente successa e noi non possiamo che maledire il fatto di non averlo capito?).

Bill Hanzlik, unico giocatore difensivo dei Nuggets negli anni ’80, un bianco di circa due metri con baffoni alla Magnum P.I. (vedi Tom Selleck), doveva coprire gli ampi buchi lasciati da Alex English e Kiki Vandewege. Doug Moe, con i titolari infortunati, lo schierò contro i migliori centri della lega, e Bill non solo resse, ma costrinse i suoi avversari alle peggiori partite dell’anno.

Quello che allora sembrava un enigma, oggi ci appare comprensibile: Bill difendeva come un lungo di oggi. I pivottoni anni ’80 si conoscevano tutti, sapevano come affrontarsi, avevano quasi un tacito accordo su cosa avrebbero fatto. Bill non era uno di loro, poteva giocare in un modo diverso, e questo confondeva i giocatori.

Un altro esempio. Anno 1980. Finale NBA, gara 6. Kareem si infortuna, tutti pensano che i Lakers non abbiano speranze. Nell’intervista prepartita, l’unico a dare per favoriti i Lakers è Bill Russell, per cui i Sixers avranno difficoltà a contrastare il gioco veloce dei piccoli. Magica salta a due, ma non necessariamente giocherà centro. Nominalmente si dirà che sì, sostituì Kareem. Ma la realtà è che gioca da battitore libero, togliendo qualsiasi riferimento ai Sixers.

Da Pinterest.com

Perché allora la mitologia del big man ha retto così a lungo?

Non è difficile capirlo. Il big man era la faccia della lega. E lo era in modo molto profondo. Tradizionalmente, da Mikan in poi, le età della lega si sono contate sulla base dei big men dominanti. Wilt, Bill Russell, Kareem, Moses Malone, Hakeem. Il centro rappresenta Ercole, l’eroe che si prende sulle spalle la squadra. La squadra necessita di un big man per vincere.

Alla fine degli anni ’80 non è più così. Kevin Duckworth e Bill Laimbeer sono dei centri di valore medio basso nella storia della NBA, eppure giocano in squadre finaliste. I centri dei Bulls vincenti sono Bill Cartwright, Luc Longley e Will Perdue, giocatori mediocri, buoni per la difesa. Solo Hakeem porta i Rockets alla vittoria, in mancanza di Micheal Jordan negli anni ‘90.

Ciononostante, fatica ad affermarsi il gioco moderno in NBA. Pur con buoni tiratori da tre, i Bulls sono comunque una squadra ancora basata sul gioco intorno all’area. Jordan gioca in penetrazione, quasi in una sfida costante a fermarlo nel suo tentativo di raggiungere il canestro. Deve ancora svilupparsi il gioco per cui è bene allontanarsi dal canestro.

Divac, appena arrivato ai Lakers dopo Kareem, in un allenamento segna da fuori, e Kareem lo porta sotto canestro come un bambino a cui si spiega come si deve giocare. Ma Kareem aveva torto, non poteva capire in che direzione stesse andando il basket.

E in che direzione ci è chiaro oggi: stava tornando alle origini, si stava ripiegando su sé stesso come lo spazio einsteniano. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si ricrea incessantemente. Quello che credevamo finito torna, riemerge dopo decenni come un fiume carsico rimasto a lungo sottoterra.

Negli Heat, come già nei Warriors, ritorna quel basket primevo fatto di velocità, ribaltamenti, blocchi, fatto da giocatori rapidi, bassi, relativamente, in grado di muoversi come un lungo tradizionale non potrebbe. I grandi lunghi nel basket di oggi, sono estinti, ormai da anni. Rimangono come figure mitiche per noi che li vedemmo e fummo affascinati dal loro movimento ieratico, lento, come di grandi dirigibili, o di balene nel mare.

Ma come l’evoluzione ha deciso che i dinosauri non potevano esistere, così il basket ha decretato la fine dei grandi giocatori semoventi. E il meteorite che ne ha decretato la fine è il tiro da tre punti, all’inizio visto come una cosa da circo, un evento fortuito della partita, che col tempo è diventato l’elemento più importante del gioco, il centro che non è più al centro.

È come il passaggio da Tolomeo a Copernico, la fine della teoria geocentrica per passare a quella eliocentrica. Non c’è più posto per l’altra, il mondo cambia completamente, senza che nulla, esteriormente, sembri mutare.

E più andiamo avanti, più questo concetto si estremizza. I Miami Heat stanno benissimo in campo senza lunghi, difendono ugualmente bene. Myers Leonard è un impiccio, e Bam Adebayo, che in un altro tempo sarebbe stato un’ala piccola, gioca come centro.

Tutto si ribalta nel basket di oggi, ma, a ben vedere, tutto torna “normale”. Questo era il basket degli inizi, il basket dei Rens e dei Celtics, ed è il basket che puoi vedere giocare da tutti gli atleti, anche se questi, atleti, sono, in media, straordinari.

Inutile dolersi per un tempo della nostra vita ormai passato. Siamo avanti, qui, e siamo al contempo alle radici, in un tempo del basket che è oggi e al tempo stesso ieri, più simile a sé stesso di quanto mai creda, e in grado di meravigliarci come sempre, in fondo, ha fatto.

 

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