Father Playoffs – LeBron e Bozo, ovvero come provare a vincere da sfavoriti

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da movietvthegeeks.com

“Il Limoges gioca un anti-basket insopportabile”

Pero Skansi
Quella strana creatura cestistica che sono i Cleveland Cavs, si illudono di poter giocare il basket di Golden State. Cercano di stare dietro alla velocità  dei Warriors, rispondere colpo su colpo, e in questo modo porgono la giugulare alla lama del gioco, che inevitabilmente affonda il colpo.

Ma nella storia del basket ci sarebbe un esempio da cui attingere, una squadra con meno talento e senza speranza che vinse contro avversari più forti venendo meno alla sua natura. È una squadra da questa parte dell’oceano, guidata da un venerabile signore del basket, che prese il timone di quella squadra chiedendo ai suoi giocatori di avere una fiducia cieca nelle sue idee: il Limoges di Bozo Maljkovic nel 1993.

Pero Skansi, che allenava una forte Benetton, marchiò il gioco di Maljkovic come “anti-basket”. Bozo giocava una difesa soffocante, faceva violenza agli istinti di Richard Dacoury, uno degli attaccanti di maggior classe del basket transalpino, e faceva segnare Micheal Young, meraviglioso attaccante visto dominare anche in Italia.

La squadra giocava ai 30 secondi un basket nervosamente insopportabile, i giocatori sputavano sangue in difesa alla Dan Peterson. Sapevano di essere inferiori agli altri, squadre con grandi nomi ex NBA con Cliff Levingston e Sasha Danilovic, ma sapevano che per vincere dovevano dimenticare sé stessi e lasciarsi andare nelle braccia e nella mente di un coach dalle conoscenze superiori.

Questo richiede dimenticare ogni fretta, rassegnarsi a tirare dopo 4-5 passaggi, ribaltare la palla e assolutamente fermare la transizione avversaria.

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Soprattutto richiede che, dopo ogni rimbalzo o rimessa, la palla vada al play, e che questo superi la metà  campo costringendo la difesa avversaria a schierarsi.

Questo è ciò che fanno le squadre più deboli quando devono vincere. Si arroccano, trovano le energie in difesa lottando come Beau Geste in mezzo al Sahara. Se loro vanno forte, tu vai lento. Se loro schiacciano, tu alleggerisci. Non buttare via niente. Sei nel deserto con una riserva d’acqua limitatissima.

Obdulio Varela, Armando Picchi, Dino Meneghin, Richard Dacoury, la storia dello sport è piena di grandi che per vincere mettono le loro cifre in secondo piano, o terzo. Di squadre che non pensano al pronostico e sputano sangue su ogni possesso per impedire che un avversario di maggior talento possa scatenare le sue potenzialità.

I Warriors vogliono che i Cavs tirino subito, fanno una difesa che per 15 secondi è asfissiante. Le difese di questo tipo devi farle lavorare, costringerle a lottare fino al 23°secondo. Le linee di passaggio verticale sono il loro pane, la fretta degli attacchi il loro sogno. Più che andare a rimbalzo d’attacco, devi impedire che la palla esca in fretta, fermare la transizione, mettere sabbia negli ingranaggi.

Non è una cosa immediata, richiede abnegazione mentale, fiducia assoluta, rinuncia ai propri istinti. Ma se i Cavs obbedissero ai propri istinti, perderebbero. Devono inserirsi nei meccanismi dei Warriors, usare l’astuzia di Jago, seminare zizzania.

La lentezza zen. La concentrazione. Lasciare che le cose avvengano, che passino. Fare passaggi non troppo lunghi, perchè sono quelli su cui i Warriors rientrano meglio, scavare punto per punto e non lasciare la transizione, non pensare al rimbalzo ma solo a fermare quella maledetta palla in uscita.

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Per i Cavs è stato troppo facile finora nei playoffs, e la prima partita l’hanno persa di pura hybris. Il sacrificio li attende, partita per partita, minuto per minuto, senza dare mai nulla per scontato. Puntare ai canestri facili, a un gioco da bambini. Se prendi il rimbalzo offensivo aspetta, non andare subito a canestro. Niente contropiedi, non ci sono abbastanza probabilità.

È in fondo un gioco molto simile a quello dei Bulls di Jordan: pochi possessi, difesa asfissiante, lentezza esasperante, palla a Micheal.

D’altronde, non siamo qui per la bellezza. Non siamo a un museo a guardare un quadro. Siamo nel pieno di una commedia umana, dove gli uomini lottano nella polvere per arrivare in alto.

E questo non è che il primo atto.

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