Father Playoffs: The NBA Endgame

Father Playoffs: The NBA Endgame

La serie finale 2019 è un esercizio di fachirismo, in cui i giocatori svaniscono grazie a infortuni di ogni tipo, ma sopravvivono a se stessi per tornare a vincere.

di Massimo Tosatto

“Lo temi, lo eviti, il destino arriva comunque”
Thanos, “Avengers: Infinity War”

 

La strada per la conquista del terzo titolo di fila è quanto mai ripida per i Warriors. Gli dei del basket gli hanno messo di fronte una squadra giovane e in salute, i Raptors, che recuperano con l’entusiasmo quel che gli manca in esperienza. In più li sottopongono a una serie di prove pazzesche. È come se avere i Warriors al completo fosse troppo facile per loro, e gli dei del basket non potessero accettare di farli vincere con troppa facilità.

L’infortunio di Cousins, poi quello di Durant, facevano pensare che, già contro i Rockets, le loro speranze fossero eclissate. I Warriors, tuttavia, da grande squadra, hanno scavato dentro le loro risorse. Green, Thompson e Curry si  sono moltiplicati, apparendo in diverse posizioni del campo nello stesso momento. Le difese li hanno inutilmente inseguiti, senza riuscire a capirci nulla.

Nel terzo quarto di gara 2, poi, la squadra del tiro da tre ha fatto un parziale di 18-0 con due tiri da tre e sei canestri ottenuti contro una difesa preoccupatissima del tiro, ma che si faceva fregare da dei blocchi tipo Jugoslavia anni ’80, e lasciava due facili ai Warriors.

Il che racconta come i Warriors siano una squadra di puro basket, dall’intelligenza cestistica infinita, capace di modellarsi, di adattarsi contro chiunque. In gara-1 sono stati distrutti da Gasol e Siakam. In gara-2 Cousins è stato un fattore non solo in attacco ma anche, se non soprattutto, in difesa. Bogut, entrato nell’ultimo quarto, ha segnato un canestro di tocco su un lob di Green con una difesa incapace di capire cosa stava succedendo.

È che l’aria si sta rarefacendo. In gara-1 i Warriors hanno aspettato, cercato di capire, hanno perfino perso di poco, contro una squadra con cui, ricordiamolo, in RS non hanno vinto. In gara-2 sono entrati con le idee più chiare. La difesa ha alzato il livello. Siakam e Gasol hanno sentito che sono in finale, Van Vleet, paradossalmente, no, galleggia su un entusiasmo, su un fuoco, che lo fa giocare al 110%.

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I Raptors sono una squadra forte, ben allenata. Leonard sta giocando come un robot su un fisico che forse non ne ha così tanto come sembra. Potrebbe avere un piccolo infortunio, si fa battere sul palleggio di Cousins e gioca gli ultimi minuti da esausto, senza letteralmente fiato. L’impressione è che se non c’è lui, i Raptors siano senza la mente che muove la squadra.

Kawhi non è LeBron. Un grandissimo giocatore, ma poco vocale. Gioca moltissimo nei primi tre quarti e non riesce a incidere negli ultimi minuti. Quanto potrà giocare ancora su una gamba sola? A Toronto ce l’ha messa tutta, ma riuscirà a fare ancora tutte le partite?

E poi, c’è l’ombra di KD. Durant rientrerà? E Klay? Il suo fastidio sarà troppo o recupererà entro gara-3, o gara-4?

L’impressione è che giocatori come Green e Iguodala abbiano molto basket nelle mani, e siano gli elementi imprescindibili della squadra, l’architrave intellettuale, a cui ora si è aggiunto, con meraviglia, un DeMarcus Cousins con mani da grande passatore.

E Steph? Steph cammina per il campo portandosi dietro il miglior difensore, distraendolo dai raddoppi, facendolo sbattere sui blocchi e tirando relativamente male. Ma è la natura dei Warriors. Steph non è il play solito, lo sappiamo, ma è parte del cervello e dell’idea di basket diffuso nell’atmosfera rarefatta dei Warriors. Ha fatto passaggi illuminanti, ha difeso, fatto lavoro sporco, e dimostrato cosa vuol dire avere la mentalità vincente.

Sull’ultima azione, dopo il tiro da tre di VanVleet, ha preso palla e ha palleggiato, passato a Livingston che l’ha quasi persa, il quale ha dato a Iguodala, che, libero, ha segnato.

Quante volte, per le grandi squadre, sentiamo dire i “quasi”? Avevano “quasi” perso palla. Avevano “quasi” subito il canestro. E per le squadre un gradino sotto, invece, quanti “quasi”. “quasi” segnato, “quasi” vinto. Il “quasi” goal nel calcio è diventato una statistica a sé, l’emblema della squadra a cui manca qualcosa per vincere.

Nulla è detto in questa serie. Sarà ancora lunga e durissima. I giocatori migliori sono bersaglio come mai prima del destino, piegati da infortuni che raccontano quanto questi anni, specie per i Warriors, siano stati lunghi e usuranti.

Nel frattempo, Zeus, seduto a guardare, si domanda come riprendere il suo potere. È silenzioso, lontano. Lavora nell’ombra, seduto su una pietra alza il sopracciglio e il suo silenzio fa più rumore che se parlasse. LeBron aspetta paziente dopo otto anni in cui è sempre arrivato alle finali, convitato di pietra di un banchetto a cui vuole assolutamente tornare.

Manca il suo carisma, anche se non lo ammetteremo mai. Non c’è in questa serie un giocatore in grado di accumulare l’odio come faceva lui, di portarlo sulle spalle come una montagna fino alla fine. Leonard non lo è, Curry neppure. Parlano poco, sono corretti, gli tiri fuori le parole a scatti. Nulla come l’eloquio di LeBron, studiato, guardato, interpretato in ogni attimo. Anche malinteso, frainteso, usato per scopi che nemmeno lui pensava. Eccessivo, per certi aspetti un Mohammed Alì moderno, forse l’unico cosciente del suo ruolo come giocatore fuori e dentro dal campo.

Forse solo KD possiede quel carisma, e se rientrerà sentiremo il suo tuono. Sicuramente KD giocherà, anche azzoppato. Non accetterà di perdere l’ultima cavalcata della squadra che ha reso grande. E a quel punto avremo davvero, da entrambe le parti, due squadre esauste, che già adesso hanno esaurito le forze, ma forse, nei Warriors, il martello di Thor che può decidere tutto.

Più che una finale, un film di zombie, un endgame, destinato a rifondare la lega sulle sue macerie.

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