Gangs of New York, il racconto del derby della Grande Mela

Gangs of New York, il racconto del derby della Grande Mela

Dal Palaverde al Barclays Center come cambia la pallacanestro a 360°.

di Gianmarco Tonetto

Brooklyn, 25 gennaio. Quale modo migliore per festeggiare il proprio 29 compleanno se non con il derby di New York tra i Nets e i Knicks. 
Lo spettacolo, letteralmente una breathtaking experience, comincia ben prima della partita quando, uscito dalla fermata della metro di Atlantic Avenue salgo le scale e mi trovo davanti lo splendido Barclays Center, con il faccione di D’Angelo Russell che mi sorride sotto i dreadlocks dal maxischermo dell’entrata principale.

Una volta entrato c’è una sola parola per descrivere quello che vedo ed è “WOW”, sia per ciò che viene dedicato a noi media sia per ciò che è a disposizione del pubblico: scale mobili e ascensori sono i mezzi ordinari per spostarsi, ogni tre per due sono presenti chioschi e fast food, se non veri e propri ristoranti, senza dimenticare i vari stores di merchandise dei Nets. Un minimo di esperienza con i palazzetti italiani ce l’ho, ma venendo dalla piccola Treviso potete immaginare quanto tutto questo appartenga per me ad un altro mondo, qualcosa di paragonabile l’avevo trovato soltanto a Berlino quando sono stato alla Mercedes Benz Arena.

Dopo il breve giretto panoramico scendo alla media room, grande più o meno quanto casa mia, che pullula di vita in attesa delle dichiarazioni pregame dei due coach. C’è gente che mangia al buffet, si avete capito bene, c’è un buffet a disposizione dei giornalisti, niente a che vedere con i biscottini che porta la Roberta alle partite della De’ Longhi (grazie Roby!), altri chiacchierano del più o del meno come vecchi amici, altri ancora lavorano al PC.
Iniziano le interviste e il primo a parlare è coach Atkinson il quale afferma che la chiave di serata sarà la fisicità messa in campo, subito dopo è il turno di coach Fizdale che racconta la situazione dei Knicks, non proprio rose e fiori in effetti.
Terminata questa prima press section mi dirigo verso la mia postazione, dalla quale si ha una perfetta visuale sul campo e a disposizione c’è un tablet con le statistiche aggiornate in tempo reale (se penso ai tempi biblici di LNP mi scende una lacrima).

La partita è godibile, soprattutto considerato che i Nets (26-23 prima di stasera) sono sesti ad Est mentre i Knicks penultimi (10-36), ma soprattutto tenendo presente che chi ve la sta raccontando ha una formazione cestistica prettamente europea, ed è quindi abituato a determinate dinamiche. La squadra di New York si porta ben presto in vantaggio in doppia cifra, ma per due volte si fa raggiungere da una pigra Brooklyn che, anche quando sotto di 11 nel secondo periodo, dà comunque l’idea di essere lei a dettare i tempi. Ora io non voglio fare il classico bigotto europeo, anzi italiano, ma in effetti le difese sono tutt’altro che irresistibili da ambo le parti, in pieno stile regular season NBA, a maggior ragione con l’All Star Game alle porte. Nel secondo tempo i Nets decidono di fare la voce grossa, aumentano leggermente la soglia di attenzione nella propria metà campo e in attacco si fanno guidare da una buona regia di Napier e dalla coppia Davis – Pinson particolarmente ispirata a livello realizzativo (36 punti in due). Gli arancioblu non hanno armi da contrapporre e i canestri di Vanleh e Burke non sono sufficienti per restare a galla.

Alla fine il derby parla, com’era prevedibile, la lingua dei bianconeri di Brooklyn che vincono per 109-99 dopo essere stati anche sul +17.
A partita terminata corro giù alla  interview room per ascoltare le parole di Kenny Atkinson, il coach di casa è visibilmente soddisfatto per il risultato ottenuto dai suoi e premia il lavoro a rimbalzo, ammettendo che l’assenza di Kanter ha avuto buon gioco per i Nets. Ma è ciò che ho potuto fare in seguito che ha rappresentato il momento più emozionante della serata: entrare in uno spogliatoio NBA! È il momento infatti delle dichiarazioni dei giocatori direttamente dalla locker room, l’eccitazione è altissima, sembro Charlie quando entra nella fabbrica di Willy Wonka. Parlano a turno Napier, Pinson e Davis spendendo parole sull’unione del gruppo, il merito dei propri compagni e l’importanza del duro lavoro estivo, prestare la dovuta attenzione mi è difficilissimo e mi distraggo con una facilità sorprendente nell’ammirare la perfetta organizzazione di quel luogo.
Pian piano i giocatori se ne vanno e con loro anche i giornalisti, io mi fermo ancora un po’ cercando di assorbire ogni cosa che vedono i miei occhi e ogni tipo di emozione che provo, perché, detto francamente tra noi, chissà se e quando mi ricapiterà di poter vivere nuovamente un’esperienza così.

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