Golden State Warriors: basket e bellezza, ovvero il sublime potere estetico del bel gioco

Golden State Warriors: basket e bellezza, ovvero il sublime potere estetico del bel gioco

Il gioco espresso dai Golden State Warriors trascende le categorie tradizionali. In certi momenti è di una bellezza abbagliante, in altre di una semplicità disarmante. La bellezza del gioco come un assoluto e un inganno: finge la semplicità, la naturalezza, ma è il prodotto di un allenamento e di una volontà incessante.

di Massimo Tosatto

Il basket dei Golden State Warriors rovescia i canoni estetici del gioco. Un gioco “bello” è di solito considerato anche ”fragile”, perché tradizionalmente la ricerca della bellezza, contraddice la cattiveria necessaria a vincere. Nella bellezza non c’è “necessità”, bensì “superficialità”. Quel che è bello non è considerato “profondo”, ma “epidermico”, si ferma lì dove c’è l’occhio, non arriva dove la squadra imprime al gioco quella svolta necessaria a vincere.

I caratteri “necessari” a vincere, infatti, sono quelli della durezza, della grinta, la difesa, l’ostinazione, tutte  cose che mal si conciliano con la bellezza. Per vincere devi sbucciarti le ginocchia, macchiare la tua bellezza, graffiarti, farti cicatrici. Per vincere devi soffrire, deformarti, arrivare a un livello pressoché monacale di concentrazione, per costringere te stesso ad andare contro i tuoi istinti, pur di farcela.

Poi, arrivano i Warriors. E scopri che puoi vincere con  un canone di bellezza assoluta, in cui ciascuno può realizzare se stesso nella sua interezza di giocatore e di uomo, senza forzare su di sé istinti che non sono propri.

da bleacherreport.com
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E qui, le cose si mescolano. Se Iguodala o Green vogliono portare avanti la palla, perché no? E se Durant entra nel gioco, perché preoccuparsi del suo impatto, quando l’unica condizione per entrare in questo flusso è di massimizzare le capacità proprie?

Ancora, se Klay segna in uscita dal blocco, allora serviamolo. Se Steph è l’arma più pericolosa, allora lasciamolo tirare. E per sostituire Bogut, perché non un Pachulia, che non salta un elenco del telefono, di Oakland, mica di Los Angeles, ma ha mani educate e pensa prima a passare la palla?

Gli ultimi che hanno vinto con la bellezza in NBA, sono stati i Lakers di Magic. Chiaro, sento i mugugni. E gli Spurs? Perché il gioco degli Spurs è bello, stupendo in certi momenti. Ma manca di quell’autocompiacimento, quella ricerca continua della bellezza che era di quei Lakers. Mentre i Lakers di Kobe, i Bulls di Jordan, pur avvalendosi della straordinaria bellezza del gioco dei loro interpreti, erano squadre intimamente utilitaristiche, dure, grintose, in cui il superfluo era sempre messo da parte.

da Chicacoscene-metropublisher.com
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I lakers di Magic, invece, no. Magic portò nel gioco NBA dei primi anni ’80 una componente estetica che mancava in quel momento. Arrivando da un’era, gli anni ’70, di squadre prettamente utilitaristiche, Magic rovesciò il paradigma del gioco imponendo un’estetica fatta di bellezza pura, giochi di prestigio, che arricchivano la squadra, in ogni componente, massimizzandone il rendimento.

E che i Lakers di Magic e i Warriors di Curry originino da un play, entrambe, non è un caso. Il play è il giocatore che, costituzionalmente, esalta gli altri, oltre a se stesso, e trova un piacere simile a quello di segnare, in un assist al bacio per un alley-oop o un tiro da tre. Magic, parlando di Alley-oop, lo usava regolarmente con Micheal Cooper, mentre nell’NBA di oggi è diventata un’arma molto diffusa in ogni squadra.

Lo showtime, il  contropiede dei Lakers, pur fatto con un Kareem che non correva per niente, era, nel gioco ancora sostanzialmente scevro dalle suggestioni del tiro oltre l’arco di oggi, l’equivalente del balletto che i Golden State Bolshoi mettono in campo ogni sera. E, al netto di una difesa che doveva per forza migliorare nei play-offs, anche tremendamente vincente.

Ma quali sono le caratteristiche della bellezza del gioco? Da cosa origina?

Innanzi tutto dall’avere interpreti con grandi doti tecniche. Nel basket, le mani. Nel calcio, i piedi. Nell’hockey, quel singolare modo in cui si pattina e si colpisce il disco sul ghiaccio.

Secondo: nell’avere giocatori che, pur vincenti, trovino del piacere nel giocare insieme. Posto che Durant avrebbe preso gli stessi soldi altrove, l’idea di giocare in un ambiente tecnico di livello superiore, DEVE averlo sedotto, sapendo che al numero di possessi dei Warriors ci sarebbero sempre stati palloni per lui. E cosa sia questa armonia delle grandissime squadre, lo vediamo in diversi momenti della storia dello sport, in atti che non necessariamente sono acrobatici, ma che spesso, nell’apparente “facilità”, nascondono una sapienza del gioco straordinaria, che appare solo a chi vuole scoprirla.

Così, una delle cose più belle di Pelè, il grande giocatore del Brasile, è il passaggio che fece a Carlos Alberto Parreira nella finale del ’70. La palla arriva sulla sinistra a Jairzinho, poi al centro a Pelè che, senza guardare, passa lentamente a Carlos Alberto, perché, lo sa, lui sta arrivando. Non guarda, Pelè, lui sa che Carlos Alberto arriva come il traghetto sul Rio delle Amazzoni, come il diretto del Paranà. Il gol di Carlos Alberto non è una prodezza del singolo, ma il punto di arrivo di un’orchestra che piega la necessità alla legge della bellezza più pura.

da globo.com - Albertosi cerca di parare il tiro di Carlos Alberto per il quarto gol del Brasile
da globo.com – Albertosi cerca di parare il tiro di Carlos Alberto per il quarto gol del Brasile

Terzo: nell’avere una guida che accetti queste individualità, non come rami storti da piegare alla sua visione di gioco, ma come alberi che crescono e nel loro andare verso l’alto, verso la luce, trovano la loro libertà espressiva. Qui, il connubio è più difficile. Steve Kerr è sicuramente un uomo che ha il carattere giusto per ricomprendere queste individualità. Un uomo cresciuto in medio oriente, in una famiglia di diplomatici, gran lavoratore, giocatore limitato ma capace di capire umilmente, di mettersi nella posizione dello spettatore anche quando al centro del campo.

Kerr è riuscito a far sembrare “facile” e “naturale” qualcosa che è il prodotto di un pensiero cestistico molto raffinato. In questo simile ai grandi allenatori slavi, Nikolic, Novosel, che riuscivano a far sembrare le gesta di Cosic, Dalibagic, Delibasic, il prodotto di una propensione “naturale”, mentre erano il punto di arrivo di allenamenti durissimi, che tiravano fuori il meglio dai loro giocatori.

Perché, quarto, proprio questa voglia di migliorarsi costantemente, di allenarsi, di non accontentarsi, è l’elemento comune di tutte le più grandi squadre. Come i più grandi attori fanno sembrare un colpo di tosse, una balbuzie, un caso, mentre il momento esatto in cui arriva il colpo di tosse sul palco è preparato al secondo, così le più grandi squadre arrivano a trascendere gli allenamenti e il lavoro d’insieme, facendo sembrare un’azione il prodotto del pensiero del momento, invece che il prodotto della ripetizione, dell’intesa costruita attraverso mille errori, cadute e fallimenti, per arrivare a un solo, meraviglioso attimo di bellezza.

E infine, quinto, proprio questo noi andiamo a vedere, questo ineffabile, questa bellezza assoluta che è la bellezza di una squadra, diversa dalla bellezza del gesto singolo e per questo, paradossalmente, ancora più irraggiungibile, unica. La bellezza dei saltimbanchi di Rilke gettati in alto da una necessità naturale, e che cadono su un tappeto di stelle, si contorcono, si girano, solo per il gusto di meravigliare chi guarda.

Ma se non c’è in questa bellezza un po’ di perfidia, un po’ di velenosa cattiveria, ecco che il suo carattere rimane sterile, fine a se stesso. Eros e thanatos, la bellezza erotica che seduce affilata dal gusto della morte degli avversari. La vittoria raggiunta come compimento della bellezza, che nell’attimo in cui ti affascina, ti uccide sconfiggendoti sul campo, ma ti lascia irrimediabilmente conquistato da chi ti infligge il più grande dolore.

Come un amore adolescente, da cui non si guarisce mai del tutto.

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