I Miami Heat sono ancora i favoriti?

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http://www.h4-entertainment.com “Dulcius ex asperis” Estate 2011. Dopo aver unito le loro forze, Dwyane Wade, LeBron James e Chris Bosh devono fare i conti con la sconfitta. La batosta nelle Finals contro Dallas fa male e fa piovere altre critiche addosso alla squadra, oltre a scatenare la gioia degli Haters. LeBron è un perdente, gli Heat hanno fallito. La stagione comincia solo a Natale, causa Lockout, proprio a casa dei Mavericks. Vittoria, netta. Parte quella che, a fine anno, Wade definirà come “a mission”. Missione completata contro i Thunder, un secco 4-1. Successo bissato l’anno successivo, 4-3 agli Spurs, tra mille difficoltà e con le 2 gare conclusive da consegnare ai posteri. Si può cominciare a parlare di legacy”, per LeBron, per i Big Three, per gli Heat. “It’s all about three-p(H)eat” Miami si è dunque presentata a questa stagione con il chiaro intento (o forse l’obbligo? diciamo “mission” …) di portare a South Beach un’altra finale (sarebbe la 4a consecutiva, gli ultimi a riuscirci? I Boston Celtics ’84-’87) e, soprattutto, un altro banner da issare alla Triple A (gli ultimi a vincerne 3 di fila? I Lakers di Shaq e Kobe). A rinforzare la squadra arrivano Greg Oden (e le sue ginocchia…) e Michael Beasley, di ritorno, dopo che gli Heat spesero per lui la 2a scelta assoluta, nel 2008. La squadra resta di altissimo livello, nonostante l’età che avanza per alcuni e i problemi fisici per altri. A Est la concorrenza iniziale sembrava super aggerrita: i tostissimi Pacers, sempre più maturi e consapevoi dei propri mezzi; i rinnovati Knicks; i Nets dei due “nemici” Pierce e Garnett e i Bulls del ritrovato Derrick Rose, decisi a prendersi una rivincita dopo le eliminazioni subite nel 2011 e nel 2013. Le difficoltà delle due Newyorkesi e il nuovo infortunio di Rose, però, hanno lasciato come unica rivale accreditata Indiana (con i Nets che si sono ripresi e promettono comunque battaglia). A Ovest le avversarie non mancano; Spurs, Thunder e Clippers sembrano avanti a Houston e Golden State, comunque pronte ad impensierire le rivali. Tra Miami e la storia, dunque, sembrano esserci 45 team. Se LeBron James vuole essere considerato il migliore di tutti, due titoli non basteranno di certo (giusto? sbagliato? Meglio non entrare nel merito), per questo la pressione resta comunque altissima. Inoltre, l’esito della stagione potrebbe avere effetti decisivi sulle decisioni dei Big Three , che possono uscire tutti e tre dal contratto, a fine stagione. Se Miami dovesse portare a casa il Larry O’Brian Trophy, sarebbe quasi impossibile una divisione del trio (chi lascerebbe una squadra da 4 finali in 4 anni?). Al contrario, se la stagione dovesse finire in anticipo, le prospettive per la offseason sarebbero assai diverse. LeBron è chiaramente il giocatore che avrebbe più richieste (Cleveland e altre 28 lo vorrebbero) ma anche Wade e soprattutto Bosh sono molto cercati. Potrebbe quindi chiudersi l’era dei Big Three. Per questo, ma non solo, “It’s all about three-p(H)eat”. Indiana Come detto, dunque, i Pacers restano l’avversario più temibile per Miami. Una coppia lunghi difficilmente gestibile per gli Heat “small ball” (ovvero con Battier da 4 e Bosh da 5), una delle migliori difese NBA, una stella nascente come Paul George e tanta, tanta voglia di vendicarsi delle eliminazioni patite nei Playoffs 2012 (4-2) e 2013 (4-3), queste le armi dei ragazzi di Vogel. Oltre a PG24, il vero rebus per Miami resta Roy Hibbert. Spoelstra, di fatto, non ha nessuno che possa matchare con il centro ex Georgetown. Oden, per ora, si è rivelato inefficace, così si è tortati al punto di partenza: Udonis Haslem è tornato nelle rotazioni, a volte partendo anche titolare. “To go full circle”, fare un lungo giro per poi tornare al punto di partenza. E così gli Heat si sono ritrovati in casa il giocatore che cercavano. Cattiveria agonistica, attributi, conoscenza difensiva da un lato, blocchi granitici e jumper sugli scarichi dall’altro hanno permesso a UD di ritrovare il suo posto nel sistema. Oltre a tutto questo, vanno considerate la sua grande propensione alla battaglia e la sua cattiveria agonistica, caratteristiche fondamentali in una serie contro i ruvidi Pacers. “LeBron James is the best player in the world, but we are the best supporting cast in the world” Potremmo dividere la squadra tra Big Three e supporting cast, ma per come è strutturato il sistema di Miami, sarebbe più corretto mettere James su un gradino più alto rispetto a Wade e Bosh, visto che, dei 3, è l’unico che gode di un numero consistente di isolamenti a disposizione (piccola parentesi: la grandezza di LeBron “oscura” un po’ il grandissimo lavoro di tutti gli altri, spesso poco considerati). Partiamo dagli “altri”.

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Nel ruolo di play gli Heat schierano da 3 anni a questa parte Mario Chalmers, giocatore dal talento limitato, ma con attributi da vendere (caratteristica che accomuna moltissimi nel roster), mani veloci e buonissimo tiro da 3, che ne fanno il giocatore perfetto per quel sistema. Molto sottovalutato come giocatore di pick and roll. Completa il quntetto, come detto, Haslem o, a volte, uno tra Oden e Battier, giocatori con caratteristiche molto diverse. Alla prima scelta nel draft 2007, Spoelstra chiede non più di 10-15 minuti di presenza nel pitturato e a rimbalzo, cosa che nessun altro può garantire (il fatto che l’unico che possa farlo sia un giocatore fisicamente inafidabile, costituisce un problema non da poco). Shane Battier è invece lo “stretch 4” sul quale è stato costruito il successo della squadra della Florida. Con lui e Bosh contemporaneamente in campo, Miami gioca il famoso “5 fuori”, con il campo completamente aperto per James e Wade, situazione che ha portato molte squadre ad imitare l’attacco degli Heat o, quantomeno, a prenderne spunto. A completare la rotazione troviamo l’evergreen Ray Allen, Norris Cole (atleta di rilievo) e il capitolo a parte, Chris Andersen. A seguire alcuni giocatori che entrano ed escono dalle rotazioni, ma che, al momento, sembrano più fuori che dentro. Toney Douglas, arrivato nello scambio che ha portato Joel Anthony a Boston, è partito titolare varie volte, ma solo per l’assenza di Wade; quando Flash c’è, lui difficilmente vede il campo. Rashard Lewis, che aveva avuto minuti importanti a inizio stagione, è stato prima accantonato da Spoelstra e poi ripescato nelle ultime settimane. James Jones potrebbe invece prendere parte del minutaggio che era di Mike Miller lo scorso anno, approfittando anche della discesa di Shane Battier. Infine, Michael Beasley, autore di alcune ottime prestazioni, ma poco funzionale al sistema e ritenuto difensivamente incapace di intendere e di volere. A turno, tutti potranno portare il proprio mattoncino alla causa, a seconda di avversari, infortuni e prestazioni di chi, attualmente, è più avanti di loro nelle rotazioni.   The Birdman (36 anni e non sentirli)
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Capitolo a parte, ovviamente, per Chris Andersen e la sua seconda vita cestistica. Dopo essere stato al centro di vicende abbastanza controverse (e non andrei oltre…), è arrivato a stagione in corso, dando una grande mano agli Heat per la conquista del secondo titolo consecutivo. Che fosse un giocatore di energia lo sapevano tutti, ma quasi nessuno poteva immaginare che il suo impatto potesse essere così grande. Ottimo roller sul pick and roll, difensore rapido di piedi (qualità decisamente apprezzata in Florida) e molto verticale, ha saputo ritagliarsi uno spazio importante, senza mai uscire dalle rotazioni. Qui mentre ricorda ad Hansbrough che quell’area è sua.     “Everybody is a playmaker, everybody is!” Non essendo l’attacco di Miami qualcosa di preconfezionato (per capirci, non è la Triple Post Offense (o Triangolo), non è la Princeton Offense e non è nemmeno il “run and gun” di D’Antoni) in molti hanno provato ad inventare un nome che potesse calzare a quel sistema. Uno che penso rappresenti molto bene quello che Erick Spoelstra ha messo in piedi va sotto il nome di “pace and space”, letteralmente “ritmo e spazio”. Ritmo, quello che gli Heat spingono sempre e comunque grazie a Cole e Chalmers, veloci e capaci di giocare dei drag (P&R in situazioni di transizione) per entrare velocemente nell’attacco. Spazio, quello che i giocatori interpretano magistralmente, rispettando sempre le giuste distanze (spaziature, per fare un po’ i fighi) che non permettono facili aiuti e recuperi alle difese avversarie. Da qui la frase di Spoelstra che da il titolo a questo paragrafo. Per giocare questo sistema bisogna passarsi la palla e bisogna farlo tanto e bene (Miami è la 4a squadra migliore per percentuale di tiri da 3 assistiti). Quindi, ricapitolando, tiratori, lunghi rapidi e abbastanza versatili , buoniottimi passatori e un secondo violino di livello come Wade, intorno a una stella. Come dite? Sembra proprio il sistema perfetto per LeBron James? Si, lo è. Applausi per Spo. “Offense sells tickets, defense wins championships” Abbiamo (giustamente) celebrato l’efficiente sistema offensivo di Miami, vale ora la pena spendere due parole per quello che gli Heat fanno nella metacampo difensiva. La loro difesa parte dal loro attacco, “the best defense is good offense” è solito ripetere il protetto di Pat Riley. Segnare spesso, molto banalmente, da meno occasioni di contropiede agli avversari (attualemente Miami è la miglior squadra per percentuale al tiro (50,3%) e quella che subisce meno stoppate, appena 3 a partita). A metacampo la difesa ha un solo credo: aggressività, a volte a livelli estremi. E quindi uscite forti se non addirittura raddoppi sui pick and roll, situazioni che si risolvono spesso in palle perse per gli avversari (Heat 2° in recuperi nella Lega, 9 a partita) che si trasformano spesso in schiacciate di James e Wade (Miami segna il 18,9% dei suoi punti “off turnovers”, primi nella NBA). Per fare una buona difesa, accanto ad un gran sistema, servono anche grandi difensori. Oltre a LeBron (il più versatile e completo), troviamo specialisti del calibro di Shane Battier e Udonis Haslem (tra i migliori nella Lega nel prendere sfondamenti), rapinatori veri e proprio come Mario Chalmers e Dwyane Wade (difensore molto migliore di quanto non gliene sia dato credito), atleti verticali come Andersen e un giocatore cresciuto moltissimo sotto questo aspetto come Bosh, molto migliorato dal punto di vista tecnico. Ok, ma sono o no i favoriti? La domanda alla quale questo articolo si proponeva di rispondere, semplicemente, non ha una vera e propria risposta. Miami resta ovviamente fra le favorite (e, attualemente, è anche più in salute di Indiana), ma ci sono troppo squadre per decretarne una migliore delle altre. Se da un lato gli Spurs continuano a dominare la Regular Season, dall’altro sembrano comunque vecchi e il record che hanno contro i Top Team non va a loro favore (in particolare 0-4 contro OKC). I Clippers sono intriganti, ma hanno dei limiti precisi (come d’altronde Pacers e Warriors). I Thunder restano pieni di talento e atletismo, ma sembra sempre mancare quel qualcosa in più (Harden?) e offensivamente sono troppo legati a Westbrook, che può farli crollare da un momento all’altro. La verità è che ci stiamo affacciando ad una delle più belle e incerte postseason degi ultimi anni, che, oltre ad assegnare il trofeo più prestigioso, decreterà anche mosse di mercato di giocatori, allenatori e GM. Ci sarà da divertirsi, come sempre. P.S. Le citazioni in grasseto che danno il titolo ad alcuni paragrafi sono, rispettivamente, di: Alex Ferguson, LeBron James, Chris Bosh ed Erick Spoelstra. L’altra frase non è attribuita a nessuno in particolare e viene considerata di uso comune nello sport.

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