Il tempo continuo del basket

Il tempo continuo del basket

Il basket si evolve continuamente, senza che vediamo i singoli eventi che lo cambiano. La sconfitta degli Warriors ci ha dato una nuova grande squadra, ma il futuro è già da qualche parte, invisibile, in arrivo.

di Massimo Tosatto

“La storia può essere, deve essere, libertà”
Jacques Le Goff

E così è finito un altro decennio.

Il numero nove da sempre rappresenta quello del passaggio da un’età del basket a un’altra. Nel 1949, la BAA si fuse con la NBA. Nel 1959, i Boston Celtics iniziarono una serie di vittorie che, a parte un 1967 in cui vinsero i Sixers, si concluse, guarda caso, nel 1969. Nel 1979 entrarono in NBA Larry e Magic, per cambiarne per sempre la storia.

Nel 1989 i Lakers abdicarono contro i Pistons, dopo aver finalmente bissato il titolo nell’anno precedente. Nel 1999 gli Spurs ruppero l’egemonia dei Bulls dopo sei vittorie in otto anni. nel 2009, in sordina, esordiva Steph Curry, mentre nel 2019, dopo cinque finali consecutive e un basket cambiato per sempre, i suoi Warriors perdono in finale contro i Raptors e qualcosa, per sempre, finisce.

Ne abbiamo viste di grandi squadre venire e andare, iniziare e finire. Cominciano imponendo il loro basket, salendo come un’ondata nella storia, e finiscono cercando di trattenere con le ultime falangi un po’ della loro grandezza. Finiscono come quegli scalatori che cercano di salire ancora più in alto, oltre quota ottomila. La mano si tende verso l’alto, cerca di afferrare l’ultima pietra, ma inesorabilmente scivolano e cadono in basso.

La storia è così. Mentre davanti agli occhi si dispiega la “grande” storia, sottotraccia, in silenzio, si prepara il futuro. La novità è dapprima invisibile, spesso se ne ride perché non si pensa che potrà ribaltare le gerarchie. Poi, quando inevitabilmente viene a galla, non riesci più a tenerla sott’acqua e vieni travolto dalla forza immane della novità.

Non è detto che questi Warriors siano finiti. C’era l’impressione, prima della finale, che, con la free agency, Klay e KD si sarebbero tolti di mezzo. Ma ora, i loro gravi infortuni rendono difficile pensare che ci sia la coda di squadre alla loro porta. Potrebbero rinnovare per un anno per tornare ed eventualmente rimettersi in forma in un ambiente in cui si trovano bene, e se tornassero, i Warriors potrebbero essere ancora un pericolo per l’anno a venire.

Tuttavia, qualcosa è cambiato, ineluttabilmente. Non puoi opporti al tempo, al fato. A est, Toronto e Milwaukee sono salite sulla spinta di Giannis e Kawhi. Squadre complete, fisiche, forti, che potrebbero crescere ancora nell’anno a venire. Philadelphia ha fatto un all-in che non ha portato dividendi e probabilmente l’anno prossimo perderà Harris e Butler. I Celtics sono implosi, perché quel magico equilibrio che li portò a quasi battere i Cavs, non ha retto al ritorno di due stelle che non sono state viste come tali dai compagni di squadra.

A ovest, i Clippers, con una buona struttura, sono in caccia grossa di free agents. Denver e Portland hanno poche aggiunte da fare per diventare grandi squadre. Houston, come tutte le grandi antagoniste, vivrà di luce riflessa e non riuscirà a vincere. Il destino delle squadre come i Rockets è di essere antagoniste. Sono i Poulidor, i Chiappucci, non i Merckx o gli Indurain. E lo sono così tanto che anche quando i loro avversari si ritirano non riescono a salire oltre, perché il massimo lo hanno dato, nei loro anni migliori, per cercare di battere i campioni, e se perdi quegli anni, tutta la tua vita se ne va con loro.

Ma è cambiato il basket, soprattutto. Dopo i Warriors, nulla sarà più come prima. Non può esserlo. Il tiro da tre è stato declinato in termini nuovi. Gli americani non hanno mai amato il tiro dalla lunga distanza. Per loro il basket è sempre omoni grandi e grossi sotto canestro, tanto che ci è voluto un giocatore scelto al numero 7 nel draft del 2009, dietro a Hasheem Thabeet (uno che ha fatto una media di tre punti a partita) e due scelte di Minnesota: Ricky Rubio e Johnny Flynn.

Flynn è sceso velocemente nell’ade del basket, mentre Rubio è stato storicamente un tiratore inaffidabile, anche se si è ritagliato una carriera ad alto livello tra i Timberwolves e i Jazz.

E Steph non fu nemmeno il rookie dell’anno, lo fu Blake Griffin.

Le due finaliste di quest’anno non avevano prime scelte assolute: questo vuol dire che è sempre più difficile immaginare come sarà il giocatore in futuro, e che sempre di più conta come lavori col giocatore dopo la scelta, non quello che il giocatore stesso si porta dentro.

Ma cosa ci portiamo di questa decade nel magazzino della memoria?

Gli anni dieci del 2000 iniziarono con l’ultimo squillo dei Lakers di Kobe e Pau, in finale sui Celtics dei Big Three. Era la ripetizione della finale del 2008, vinta dai Celtics, che nel 2010 schieravano anche Rasheed Wallace. Una serie durissima, con giocatori come Metta World Peace, Kevin Garnett, Derek Fisher, Kobe Bryant. Un’altra epoca. Solo i Knicks di Mike D’Antoni tiravano più di 2000 triple in stagione, con le altre squadre più posizionate sui 1500-1600.

I Warriors galleggiavano sul fondo della Pacific Division, con Steph al suo primo anno che tirava 380 triple al 43,7%. Una squadra giovane che ebbe il merito, nel 2012, di scegliere Steph su Monta Ellis, e dare una direzione precisa al suo basket.

I Raptors finivano secondi nella Atlantic, ma con record perdente, e Chris Bosh, alla fine del suo contratto, decideva di optare per Miami.

Ma l’evento dell’anno fu la scelta di LeBron. Dopo diverse stagioni a Cleveland, LeBron mise in chiaro che non aveva intenzione di continuare a perdere e si mise sul mercato. Diverse squadre bussarono alla porta, ma solo gli Heat ebbero la sua attenzione. Wade aveva lavorato sottotraccia, convincendo il prescelto a dirigersi verso la Florida.

ESPN

La scelta ebbe i suoi effetti. La formula dei “Big Three”, codificata in nuce dai Bulls di Jordan e poi con maggiore chiarezza dai Celtics a guida Ainge, ebbe negli Heat la sua massima espressione. La gran parte del monte salari se ne andava per i tre grandi, per il resto si poteva, e doveva, spendere il meno possibile, equilibrandosi tra giovani di belle speranze e validi veterani che volevano vincere un titolo.

Quattro finali, due vittorie. Nel 2011 la sconfitta contro i Mavs, nel 2012 la vittoria contro i Thunder di KD, nel 2013 la vittoria in sette partite contro gli Spurs, e il leggendario canestro di Ray Allen che salvò gara 6 per gli Heat, nel 2014 la sconfitta contro gli Spurs.

Nel 2014, LeBron si sentiva pronto per riprodurre quel modello a Cleveland, e decise di tornare sui suoi passi, sparigliando la storia dei Cavs, che si preparavano a una lunga ricostruzione con David Blatt, e avevano appena scelto Andrew Wiggins, la classica guardia ala senza tiro che piace tanto ai Gm americani senza che si capisca perché. LeBron spedì Wiggins a Minnesota per Kevni Love, e con Kyrie e se stesso si apprestò a creare un modello di big three.

Nel frattempo, con pazienza, lavorando sottotraccia, i Warriors avevano costruito la squadra che anche oggi vediamo. Jerry West aveva pescato Klay Thompson nel 2011, e Draymond Green, Harrison Barnes, Festus Ezeli nel 2012. La squadra era completata, Mark Jackson sapeva anche allenarla ma mancava qualcosa, e quel qualcosa lo trovò in Steve Kerr,  un ex giocatore di ruolo, 3 and D, come si dice oggi, che nascondeva sotto la pellaccia da veterano NBA un intelletto cestistico di livello.

Kerr sparigliò le carte. Diede libertà di azione a Steph, costruì gli splash brothers, intuì la capacità tattica di Draymond Green e regalò ai Warriors il gioco che ancora oggi conosciamo.

L’NBA non ama gli innovatori, occorre dirlo. I Sacramento Kings di Adelman, con Stojakovic, o i Suns di D’Antoni, con Steve Nash, non sono mai arrivati alla fine. Ma Kerr e i Warriors possedevano qualcosa in più, che si può definire il fattore X del basket moderno, largamente incompreso dal resto della lega.

Il tiro da tre diventa la parte fondamentale del gioco. I movimenti senza palla dei tiratori, le abilità di passatori dei lunghi, la capacità di penetrare fin sotto canestro, mettono in difficoltà difese abituate a focalizzarsi su uno o due attaccanti e ingaggiare con loro duelli rusticani.

OAKLAND, CA - MAY 10: Draymond Green #23 high fives teammates Klay Thompson #11 and Stephen Curry #30 of the Golden State Warriors while facing the San Antonio Spurs in Game Three of the Western Conference Semifinals during the 2013 NBA Playoffs on May 10, 2013 at Oracle Arena in Oakland, California. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, user is consenting to the terms and conditions of Getty Images License Agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 2013 NBAE (Photo by Rocky Widner/NBAE via Getty Images)

I Warriors tolgono i punti di riferimento. Mettono un quintetto senza lunghi, con Green in centro, e spaccano in due le partite grazie alla loro velocità. Il basket moderno si scatena in tutta la sua bellezza. I grandi giocatori, abituati a tiranneggiare la squadra, fronteggiano un gioco in cui la grandezza è annegata nel gruppo, e ciò la rende quasi imbattibile.

Gli anni dal 2015 al 2018 vedono in finale Cavs e Warriors, con una sola vittoria dei Cavs. LeBron cerca di ergersi contro l’ondata gialloblu quasi da solo. Riesce a scegliersi un allenatore, Tyronn Lue, che segue i suoi diktat dalla panchina e diventa, LeBron, l’allenatore (mica tanto) occulto della squadra.

Dopo la sconfitta in finale nel 2016, KD, che finalmente si è stufato di attendere che Westbrook si schianti contro le difese, decide di passare dal lato oscuro, o chiaro, della forza, e si accomoda ai Warriors, rendendoli virtualmente imbattibili.

I Raptors, nel frattempo, iniziano una lenta risalita. Prendono Lowry e si sistemano come point guard. Tengono DeMar DeRozan, e cambiano Bryan Colangelo con Masai Ujiri, il gm di Denver che era dal lato giusto del telefono quando Dolan chiamò per scambiare tutti i Knicks per Anthony e JR Smith.

Masai è un GM furbo. Conosce il basket, ha un suo programma. Sceglie bene, ha coraggio negli scambi. Nel 2018 il suo capolavoro. Kawhi Leonard, la stella degli Spurs, MVP delle finali 2014 e fuori da un anno per un infortunio, non vuole più saperne di San Antonio. Per lui, Masai è disposto a dare DeMar, la sua stella, e a prendersi anche Danny Green. Nello stesso momento, lascia andare Casey per Nick Nurse, un allenatore con una lunga gavetta anche nella lega di sviluppo.

Un leggero make-up a metà stagione, scambiando Valanciunas per Marc Gasol, e la squadra è fatta.

Sulla serie finale si può dire di tutto. Gli infortuni di KD e Klay, il destino che si è accanito sui Warriors, ma nulla è più sviante di un’illusione. Kawhi è l’uomo del destino. Quello che ha interrotto le finali degli Heat con una mostruosa serie nel 2014 e che ha sconfitto i Warriors nel 2019. Sembra abbonato a queste imprese, Leonard.

Così si sono chiusi gli anni 10 del 2000. Negli anni siamo passati da personaggi “larger than life”, gente come Kobe, LeBron, a giocatori integralmente, o integralisticamente, cestistici, Steph, Kawhi. Da un basket costruito sulle stelle, a un basket costruito sui giocatori, squadre profonde con molte riserve. Da un basket che tirava da tre 15 volte a partita, a un basket in cui è normale tirare da tre 30 volte a partita.

La svolta impressa dai Warriors è arrivata all’improvviso, grazie a un proprietario che, per la sua formazione nella Silicon Valley, non ha paura di provare strade nuove. Ma è arrivata anche grazie alla sapienza di Jerry West, all’ennesima scelta giusta della sua carriera.

La bellezza del basket consiste nel regalare sempre qualcosa di nuovo. Sul pianeta NBA atterrano continuamente giocatori in grado di cambiare la percezione del gioco. Il nuovo decennio è arrivato prima del previsto, ma arrivano sempre prima del previsto, i decenni. Cerchi di tenerli indietro, ma sai benissimo che non puoi che caderci, lasciarti trascinare dal flusso, e sbucare in un tempo in cui tutto è diverso da prima.

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