“James e Wade volevano uccidersi”, David Fizdale ricorda gli anni passati a Miami

“James e Wade volevano uccidersi”, David Fizdale ricorda gli anni passati a Miami

L’ex coach di Grizzlies e Knicks è stato assistente allenatore a Miami per otto anni (dal 2008 al 2016), partecipando a quattro finali NBA e vincendo due titoli. Al microfono di Brian Windhorst (ESPN) ha svelato alcuni retroscena, ricordando quel periodo.

di Leonardo Zeppieri, @TOPlayer3

(Tra parentesi [quadre] le note del traduttore)

Brian Windhorstun sacco di persone ricordano particolarmente quei primi due mesi [i primi due mesi della stagione 2010/2011, la prima di LeBron con gli Heat], perché per qualche ragione odiavano Miami. Anche io ero parte dei media che causavano problemi, davamo “addosso” alla squadra, è vero, ma non stavate andando bene.

David Fizdaleverissimo, eravamo 8-9 [di record]. I tifosi cantavano “bring back Riley”. E qui ho uno dei miei migliori ricordi su Pat Riley. Eravamo 8-9 e c’erano tutte queste voci su di lui che sarebbe tornato ad allenare , Erik Spoelstra ed io eravamo a lavoro sin dalla mattina per cercare di far vincere la squadra. Qualcuno bussa  alla porta, ed è Pat; entra nell’ufficio e noi pensiamo qualcosa come “eccoci, stiamo per essere licenziati, è finita”. Riley si siede “ragazzi, guardo l’allenamento tutti i giorni e voi state facendo tutto nel modo giusto. Fidatevi di me, questa squadra è sul punto di ingranare. E sarà meglio così, perché non ho intenzione di tornare ad allenare, quindi voglio che voi vi rilassiate e vi prepariate, perché questa squadra infilerà una serie di vittorie”. Vincemmo 22 delle successive 23 partite, e la nostra difesa fu incredibile. Non avevamo lavorato affatto sull’attacco per tutto il training camp, è stato il miglior training camp che io abbia mai visto: Udonis [Haslem] e Chris Bosh cercavano di “uccidersi” a vicenda; Dwyane [Wade] e LeBron [James] facevano lo stesso, e fu grandioso. Non li mettevamo mai nella stessa squadra, non mettevamo mai il quintetto titolare insieme. Era come se ogni giorno fosse una guerra, e tutto quello che facemmo fu lavorare sulla nostra difesa, così che il nostro attacco restò molto più indietro. Ma quel training camp fu il motivo per cui vincemmo dei titoli negli anni seguenti. Magari non avrà mostrato i suoi frutti al primo anno [gli Heat persero 4-2 la finale contro i Dallas Mavericks], ma le abitudini che riuscimmo a imporre alla squadra ci tornarono utili per marcare i grandi atleti di OKC [nella finale del 2012] e poi contro il grande movimento di palla degli Spurs l’anno successivo. 

David Fizdale con Erik Spoelstra e Pat Riley, 2013 (zimbio.com)

W: allora perché non siete più tornati lì per i training camp successivi? Quando avete iniziato a vincere siete andati a fare i camp alle Bahamas [ride]

F: [ride] non so perché non siamo tornati lì, ma fu bello andare alla Bahamas. Fu una specie di ricompensa per il lavoro fatto. Ci divertimmo, perché ci allenavamo la mattina, poi facevamo riunione in piscina e tornavamo ad allenarci la sera, prendemmo questa routine e legammo molto tra di noi.

W: due cose fantastiche che ricordo della regular season di quei Miami Heat sono la notte in cui Jeremy Lin…

F: [lo interrompe] lo spegnemmo. Mettemmo fine alla “Linsanity”.

W: esatto. La cosa incredibile è che fui nello spogliatoio [degli Heat] nei dieci giorni precedenti, e i ragazzi andavamo pazzi per quello che stava facendo. Quando segnò quella tripla per battere Toronto i ragazzi ballavano nello spogliatoio, non ci credevano.

F: stava giocando davvero bene.

W: ma poi, quando i Knicks vennero a giocare a Miami, i giocatori degli Heat volevano “ucciderlo”. L’intensità [difensiva] di quel primo quarto era ai livelli di una gara 5 delle Finali.

F: prima giocata della partita: Mario Chalmers gli ruba palla, va a schiacciare e gli si mette davanti pressandolo a tutto campo. Lo raddoppiavamo su tutti i pick and roll, ed eravamo la miglior squadra della Lega nel fare questo.

 

Jeremy Lin contro Norris Cole e Joel Anthony, 2012 (bleacherreport.net)

W: ricordo che Spo dovette chiamare time out dopo 5 minuti nonostante foste in vantaggio, perché i giocatori stavano ansimando per quanto intensa era la loro difesa.

F: erano come leoni, si assicurarono che non potesse fare una buona partita.

W: e questa era una delle cose che ricordavo. L’altra è la serie di 27 vittorie consecutive [nella stagione 2012/2013]. Ora, voi avete ottenuto due anelli, dozzine di grandi vittorie, alcune grandi gare 7, ma [sono convinto che] la massima potenza di quei Miami Heat fu in quella serie di 27 vittorie.

F: ti dirò la parte più clamorosa di tutto ciò; se vai a riguardare quelle partite noti che eravamo in svantaggio nel quarto periodo nella maggior di esse. Giochicchiavamo per i primi tre quarti. Mi ricordo la partita di Cleveland, dove eravamo sotto di ventisette punti, o qualcosa del genere.

W: e loro ballavano dalla gioia di mettere fine alla vostra striscia di vittorie.

F: sì, e poi Ray Allen e LeBron dissero: no, noi questa la vinciamo. E facemmo un parziale di 27-0 per vincere la partita. Fu incredibile e lo facemmo per varie partite. Credo che [la striscia di vittorie] sia finita a New Orleans, forse?

W: contro Chicago.

F: oh, Chicago, è vero. Spoelstra voleva ucciderli perché non si impegnavano nei primi tre quarti. Dopo quella sconfitta scese un po’ la pressione su di noi, perché ci avvicinavamo al record delle 33 vittorie consecutive e alla fine ci fermammo e ci rilassammo un minuto. Fu un grande periodo.

W: ricordo anche la prima partita a Cleveland, la prima di LeBron da avversario. Peraltro fu la prima di quella serie di 22 vittorie su 23 partite.

F: non la dimenticherò, perché LeBron ed io stavamo parlando vicino alla linea laterale, eravamo a 30 centimetri l’uno dall’altro e una pila da 9 volt volò tra le nostre facce e colpì il terreno di gioco. Ci guardammo e io gli dissi “non starò più vicino a te, perché non la stanno certo lanciando a me!”.

W: ricordo che entrando al palazzo potevi sentirlo sulla pelle, era come uno strato di qualcosa.

F: sì, quel posto era semplicemente fuori di testa. Sai, bruciavano le sue [di LeBron] magliette per le strade.

W: da quella partita ne persero 20 di fila. Buttò giù loro e diede a voi una grossa spinta.

F: fu un periodo difficile per tutta la città, anche economicamente. Per questo li rispetto molto, e quando LeBron tornò da loro per noi fu un duro colpo, un boccone difficile da mandar giù, ma in un’era in cui i giocatori si mettono d’accordo per giocare insieme lui decise semplicemente di tornare a Cleveland anche se non sapeva che tipo di squadra avrebbero avuto, voleva solo tornare lì e cercare di vincere un titolo per la città.

W: credo che quando si trasferì a Miami, quella fosse la decisione giusta. Non solo per gli anelli che ha vinto: ha portato la sua carriera ad un livello superiore. Ha imparato delle cose che si porta dietro ancora adesso. Quando dice “keep the main thing, the main thing”…

F: è un detto di Spo!

W: esatto. Sento il suo “linguaggio-Heat” quando parla. Credo che avrebbe potuto giocare un altro anno a Miami, ma rispetto la sua decisione di tornare a Cleveland. La mia sensazione è che se aveste vinto il terzo titolo sarebbe rimasto, perché Jordan non ne ha mai vinti quattro di fila.

F: sì, sarebbe dovuto restare. Ma sai, vedeva i suoi compagni invecchiare…

W: Dwyane [Wade] nell’ultima stagione saltò parecchie partite

F: sì, fece molta fatica. Sai, è per questo che mi guardo indietro senza rimpianti, lo rispetto molto. Non dev’essere stato facile tornare in una squadra dove il proprietario aveva comprato un’intera pagina di giornale per parlare male di te, i tifosi bruciavano le tue magliette e cose del genere. Devi rispettarlo per questa decisione.

W: pensi mai a come sarebbero potute andare diversamente le cose in quei quattro anni? Insomma, avete vinto due titoli – probabilmente ne avete perso uno che avreste dovuto vincere; non voglio mancare di rispetto a Dallas, ma penso che avreste dovuto vincere quella serie.

Kidd e Nowitzki esultano alla fine di gara 2, 2011 (newyork.cbslocal.com)

F: certamente avremmo potuto vincere. Quella gara 2 fu una partita molto molto importante, se non avessimo iniziato a festeggiare troppo presto ci saremmo dati una grande chance di vincere il titolo. Ma bisogna dare i giusti meriti a loro, erano una squadra completa, del tutto priva di egoismi, con un grande piano partita, grandi veterani in grado di tirare da fuori e un ottimo movimento di palla.

 

W: Marion giocò alla grande, Terry giocò alla grande.

F: sì, e avevano quest’idea di “batterci coi passaggi” e lo hanno fatto, ci hanno battuto con i passaggi, merito di Rick [Carlisle].

W: è un buon punto. Per il modo in cui voi giocavate in difesa, con tutti quei raddoppi, vi si poteva battere passandosi la palla, ma bisognava farlo veramente bene.

F: dovevi essere preciso, ed è quello che fecero. [Contro di noi] non potevi esitare nel passare il pallone, ed è questo che li caratterizzava; erano sempre un passo avanti nel movimento di palla.

W: Perdere quella finale vi ha permesso di vincere le successive due.

F: ci diede la carica giusta. Ricorda che ci fu il lockout e fu un periodo duro, perché non potemmo tornare immediatamente a lavoro, gli allenatori non potevano avere nessuna interazione con i giocatori. E noi eravamo impazienti di ricominciare la stagione. Quello fu l’anno in cui Dwyane disse a LeBron “questa è la tua squadra”, e non dimenticherò mai la faccia di LeBron, che semplicemente lo guardò e gli disse “all right”. E poi ebbe una serie di partite in cui tirò con più del 65% dal campo, fu dominante. Lui e Dwyane decisero di smetterla di tirare molto da tre punti, che sarebbero andati in continuazione dentro l’area, e misero in piedi uno show. Ovviamente anche il sacrificio di Chris Bosh fu fondamentale, impossibile da misurare.

W: grandi ricordi, grazie per averli condivisi con noi.

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