Jordan o l’inevitabile

Come il GOAT costruì se stesso e divenne il modello del supergiocatore.

di Massimo Tosatto

“Carneade, chi era costui?”
[Don Abbondio]

Michael Jeffrey Jordan non planò sulla NBA come il nuovo Messia. Tanto che i Bulls riuscirono a prenderlo alla 3 del 1984, in un draft leggendario per la quantità di talento. Prima di lui Akeem (al tempo si scriveva così) Olajuwon e Sam Bowie. Se nessuno ha mai dubitato di Hakeem (come si scrive oggi), molti dubbi prendono chi legge il nome di Bowie, che come un Carneade qualunque occupa un posto prestigioso nella storia del gioco, proiettando un puntino d’ombra sul viso illuminato a giorno di Michael Jordan.

Tuttavia, se Bowie non era Jordan, occorre dire che nemmeno Jordan era Jordan. Questo ogni tanto sfugge, agli esegeti di MJ. In un basket dominato dai lunghi, una guardia era una merce considerata meno importante di un centro, per cui la scelta di MJ alla 3 venne considerata sostanzialmente corretta, nulla più.

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Nel 1984 si era appena giocata una delle serie finali più belle di sempre, in cui i Celtics avevano vinto 4-3 contro i Lakers. La rivalità Magic-Bird era al suo apice e ci rimase sino al 1987, quando i Lakers vinsero ancora in finale contro i Celtics, mettendo la parola fine alla seconda grande rivalità che Magic affrontò nella sua carriera, dopo quella iniziale contro i Sixers.

Gli anni ’70 erano stati convulsi, anarchici, in campo politico, culturale, sociale. Anni straordinariamente creativi ma senza una direzione precisa, in cui nessuno riuscì a vincere due titoli consecutivamente, mentre Celtics e Knicks ce la fecero a distanza di uno e due anni.

L’NBA soffrì questa mancanza di focalizzazione, l’assenza di personaggi dominanti, e accolse l’arrivo di Magic e Larry come quello dei salvatori della patria, tanto che proprio la serie dell’84 sancì il ritorno al grande interesse del pubblico.

In quello stesso anno David Stern succedette a Larry O’Brien nel ruolo di commissioner. Stern, un avvocato di New York, fu il grande normalizzatore della vita in NBA, attaccando in modo drastico il consumo di droga e alcool e puntando in modo netto su uno spettacolo che potesse estendersi a tutti gli appassionati.

Tecnicamente, il tiro da tre, dopo una comparsa nella ABA, era stato adottato anche dalla NBA, ma sembrava un elemento del gioco non destinato a impattare. Era un evento casuale, e la maggior parte degli allenatori si aspettava che i grandi centri avrebbero comunque dominato.

I Bulls in cui Jordan scese erano una vera squadra anarcoide di quel periodo, in cui Quintin Daley era il giocatore di maggior classe. Accusato di aver assaltato una donna all’università e beccato diverse volte dalla politica antidroga della NBA, Quintin rappresentava un prodotto tipico del basket di quel tempo. Un talento esagerato ma un uomo difficile da trattare; per capirci, una volta si fece portare una pizza in panchina, durante una partita a San Antonio, attirandosi per sempre il disprezzo di Michael.

Jordan ebbe il merito di non deviare dal suo corso. Lui era nella NBA per giocare e nessuno lo avrebbe distratto. Fu subito Rookie of the Year e si candidò a succedere a Julius Erving come giocatore verticale della lega, vincendo una memorabile gara delle schiacciate contro il suo mentore. Tuttavia, occorre dirlo, non si vedeva ancora cosa sarebbe diventato: molto più del Doc, di Connie Hawkins o di qualsiasi esteta del gioco, un atleta capace come nessuno di caricare sulle proprie spalle l’aspetto sportivo e simbolico della crescita della NBA.

Michael costruì mattone dopo mattone il suo mito. Lavorava indefessamente sul suo stile di gioco, aggiungeva armi offensive, migliorava in difesa e dava forma alla squadra intorno a lui. Nell’85 arrivò John Paxson, un play non molto veloce ma coriaceo e gran tiratore da tre. Nell’87 i Seattle Supersonics fecero lo scambio della vita: Scottie Pippen per Olden Polynice, reduce da una fallimentare stagione a Rimini, ma in cui i Sonics vedevano non si sa che (non bisogna farsi impressionare: in quel draft Dennis Hopson venne scelto alla 3 e Reggie Miller alla 12, confermando che quella del draft è realmente una scienza inesatta).

In quello stesso ’87 i Bulls presero sempre al draft Horace Grant, e con Bill Cartwrigth scambiato per l’idolo di casa Oakley, completarono il quintetto che fu la base dei primi tre titoli.

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In panchina arrivò Phil Jackson, l’allenatore che seppe sussurrare all’orecchio di Michael e di Kobe le parole giuste per farli giocare con gli umani, parole non cestistiche, che avevano a che fare con idee di sé molto alte. Se Jackson non si fosse affacciato a quei Bulls, difficile dire cosa sarebbe successo. La sua calma, la sua cultura, il passato da hippie anni ’70 e da allenatore con molta gavetta gli davano una profondità umana che altri, magari più conosciuti, non possedevano.

Poi sì, c’era la triangolo, Winter e Bach, va bene tutto, ma c’era la capacità di Phil Jackson di parlare mettendo al centro il giocatore più importante, dandogli la responsabilità che per tanto lui stesso aveva cercato.

Michael raggiunse la sua prima finale dopo 6 stagioni nella NBA.

Molto era successo in quegli anni. I Lakers e i Celtics avevano esaurito la loro spinta propulsiva. I Bad Boys di Detroit avevano ostruito il passo dei Bulls, vincendo due titoli con Daly in panchina. Clyde Drexler e i Blazers si erano affacciati ai piani alti della lega e in finale ci arrivavano centri come Duckworth e Laimbeer.

Quando MIchael incontrò in finale nel ’91 James Worthy, suo ex compagno a North Carolina di soli due anni più vecchio, Worthy era alla sua settima finale in nove anni di NBA. Chiaro, la differenza consisteva nel fatto che Worthy giocava nei Lakers, nel sistema di Magic, sotto Pat Riley (Dunleavy al tempo).

Michael non avrebbe potuto fare lo stesso. Pur essendo un grandissimo giocatore, Worthy poteva stare nell’ombra di Magic e Kareem. Michael no. Per lui fu meglio approdare in una squadra derelitta e prendere su di sé il compito immane di innalzarla, piuttosto che arrivare nei Lakers grandissimi dei primi anni ’80 e accettare di vivere all’ombra di Magic.

Molti altri ebbero lo stesso destino: Charles Barkley languì nei Sixers in declino, Stockton e Malone dovettero costruire un duo formidabile a Utah e sviluppare il proprio gioco per anni, Pat Ewing, scelto nell’83, attese anche lui i ’90 per arrivare in finale, Hakeem, pur giocando una finale nell’86, attese la metà degli anni ’90 per vincere davvero, in assenza di Michael.

Ma mentre tutti erano impegnati a giocare, Michael faceva altro. L’industria dello sport era alla disperata ricerca di icone, di figure che potessero fungere da ambasciatori dei brand, vecchi e nuovi, e nessuno come Michael poteva incarnare la nuova generazione.

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Michael era un passo avanti rispetto a Larry e Magic. Anche se entrambi erano entrati in campagne pubblicitarie, nessuno incarnò un brand come MJ con la Nike, diventando in certi momenti più grande dello sport che rappresentava. Michael fu lo sportivo nuovo, specie fuori dal campo, distribuendo la sua immagine iconica con un potenziale di mercato sino ad allora mai visto.

E la sua immagine corrispondeva allo strapotere in campo. Michael portò in campo una mentalità mai vista prima. Quando l’esplosività non fu più quella dei primi anni, cominciò a espandere il tiro e i movimenti spalle a canestro. Dopo aver tirato da tre 52 volte nel suo anno da rookie, passò a fare più di 200 tiri a stagione da oltre l’arco arrivando al 42% su 260 tiri nel ‘95/’96.

E proprio questa metamorfosi dice molto sul giocatore e sull’uomo con la mentalità di ferro, che lavorò su se stesso, non accontentandosi di essere quello che tutti si aspettavano.

Mettere le aspettative su di sé molto più in alto di quello che gli altri pensavano fu la sfida vincente di Michael. Non era tanto quello che gli altri si attendevano da lui, quanto quel lui si attendeva da sé, a fare la differenza.

Michael Jordan fu lo scultore di se stesso. Altrimenti non avrebbe dato il meglio di sé a 34/35 anni, portando l’orizzonte del gioco a un’età a cui si pensava che, inesorabilmente, arrivasse il declino.

Per farlo, però, dovette “affidarsi”, lasciarsi anche portare, da Phil Jackson, da Scottie Pippen, da John Paxson, da Luc Longley, da tutti quei giocatori forti e meno forti di cui si circondò. Perché qui sta, in fondo, il segreto della grandezza, che non è di fare tutto da soli, ma di farsi attorniare, di stare in un gruppo, in cui la tua stella può brillare più forte proprio in conseguenza dello stare “con”, non dello stare “fuori”.

Il che non intaccò in nulla la straordinaria solitudine di Michael. Deve aver invidiato a Magic e Larry quel senso di intimità che si possiede solo perché ci si è incontrati al più alto livello per anni. Né Magic né Larry sono mai stati “soli”, anche se Magic, in particolare, ha avuto una vita più lunga ad altissimo livello. È il tipo di conoscenza che esiste tra Borg e McEnroe, tra Evert e Navratilova, e che discende dal fatto che ognuno dei due ha vinto contro l’altro, e questa vittoria, anche solitaria, ti mette allo stesso livello, ti eleva per sempre all’altezza dell’altro.

Michael no, lui è stato troppo forte. Non ha mai perso in finale, quindi né Barkley, né Stockton, né Malone o Kemp possono stare al suo livello. Jordan è un solitario alla Kobe, un monaco del gioco che ha richiesto a sé stesso più di quanto gli altri richiedessero mai a lui. E questo lo ha reso incredibilmente solo, circondato dall’aura del più grande, che ancora oggi getta un’ombra su tutti i possibili pretendenti al trono di GOAT.

E forse era l’unico a poterlo sopportare senza impazzire, questo peso, anzi a volerlo su di sé, come Atlante che regge il peso del mondo.

Buon compleanno, Michael.

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