Kobe Bryant e la principessa Gianna

Kobe Bryant e la principessa Gianna

La scomparsa di Kobe e Gianna è atroce, ma il loro ricordo durerà per sempre.

di Ario Rossi

La notizia della scomparsa di Kobe Bryant, della sua amata figlia Gianna e delle altre sette persone di quel maledetto elicottero hanno sconvolto tutti. No, non solo noi insonni assidui amanti di NBA. Tutti.

Kobe è l’essenza dello sportivo, del figlio d’arte cresciuto con la palla in mano che in campo non vedeva limiti davanti a sé, o li vedeva solo come un’illusione, giusto per menzionare un suo maestro.

La mentalità di uno sportivo vincente ed affamato ha caratterizzato tutta la carriera di Kobe. La mentalità resta sempre, non cambia con l’arrivo della “pensione”. Gianna ce l’ha quella mentalità, ama ascoltare ogni singolo consiglio del papà e vuole imparare, è la prima a chiedere se ha un dubbio, vuole diventare più forte del papà. Già dalla scorsa stagione Kobe l’aveva portata a qualche partita tra WNBA e NBA, quest’anno è già a tre presenze allo Staples Center. Le prime volte era emozionata, non diceva una parola, rideva e basta con quell’apparecchio dentale alquanto antiestetico. Nelle ultime uscite non vedeva l’ora di incontrare i giocatori, chiedere consigli anche a loro. Gianna vuole diventare la migliore, è la stella di punta della Mamba Sports Academy fondata dal papà.

da Instagram

“Gigi”, come lo stesso Kobe la chiama, ha 13 anni ma vuole crescere in fretta, non ha tempo di giocare con le sue coetanee. Ha bisogno di una palla, vuole andare in palestra ad imparare dagli allenatori. Nelle prime partite della Mamba Academy si vedono già le movenze di un certo Kobe, ma sarà solo un caso…

Kobe e Gianna sono una coppia praticamente inseparabile, vanno insieme dappertutto, ovunque ci sia del basket per poter apprendere qualcosa di nuovo da aggiungere alle sue abilità da cestista. Kobe ha altre tre figlie tra cui una nata solamente qualche mese fa, ma è innegabile che Gianna abbia qualcosa in più: l’amore per la pallacanestro.

Kobe non ammette mai che sua figlia gli assomigli dal punto di vista della mentalità, non vuole regalare nulla a nessuno: lui per arrivare lì ci ha lavorato costantemente per trent’anni, di cui venti in NBA. Sebbene sia sua figlia, Kobe non può assurgere Gianna al suo livello, se non tra qualche anno quando avrà vinto titoli e ricevuto riconoscimenti in giro per il mondo. Kobe beato tra le donne, dalle sorelle alle figlie: ci piace pensare che sia tutto costruito alla perfezione perché un’altra Bryant, stavolta al femminile, segni un’epoca come fece per due decenni il #8 e #24 dei Lakers. Ad una partita WNBA dello scorso maggio i tifosi gli chiedono quando nascerà un maschio per continuare la generazione dei Bryant vincenti, lui risponde adducendo che il cognome è già in buone mani: “Questa signorina qui [indicando Gianna], lei è something else“. L’anno scorso ha poi aperto ad un’eventuale ultima gravidanza di Vanessa scherzando: “Se arriva un maschietto faccio il quintetto perfetto”.

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Da quando si è ritirato, Kobe non ha assistito live a molte partite dei Lakers per un unico grande motivo, la famiglia: segue praticamente tutte le partite di pallavolo di Natalia, la figlia più grande che a dire il vero è più studiosa che sportiva, inoltre è sempre a quelle di Gianna anche perché è l’allenatore della sua Mamba Academy. Oltre a loro, però, trova sempre il tempo da dedicare a sua moglie Vanessa, con cui sta insieme ormai da vent’anni, e alle due bimbe più piccole, Bianka Bella di tre anni e Capri Kobe nata a giugno scorso (dai nomi delle figlie si capisce una volta di più quanto Bryant sia legato all’Italia). Da fuori, sembra il papà che tutti i figli vorrebbero avere: “Non è che non voglio andare alle gare dei Lakers, ma preferisco fare una doccia a B.B. e cantarle le canzoncine che le piacciono. Ho giocato vent’anni e mi sono sempre mancati questi momenti”, ha rivelato lo stesso Kobe al Los Angeles Times pochi mesi fa. Vuole stare il più possibile con la regina e le sue principesse – come spesso soprannomina Vanessa e le sue figlie – quasi per recuperare il tempo impiegato a lavorare in palestra e non a casa dai suoi affetti.

Kobe tratta Vanessa come fosse quella ragazza di 17 anni a cui lui mandava i fiori a scuola o che andava a prendere una volta che aveva terminato le lezioni. Certo, pure loro hanno avuto qualche “caduta” arrivando ad un passo dal divorzio, ma anche da quelle situazioni alla fine si sono ripresi, insieme, e ora sono più uniti che mai. Molto timida da sempre, non ha mai cercato i riflettori, anche quando venne attaccata sia dai media sia dai genitori di Kobe perché vedevano il matrimonio solamente come la possibilità per lei di sistemarsi insieme ad una star. Invece ha dimostrato per venti lunghi anni che l’amore di quel primo incontro in un set video di Snoop Dogg – a fine anni ’90 Kobe voleva provare la strada del rap – non è mai svanito, anzi si è rinforzato con il passare del tempo.

mynorthwest.com

Kobe qualche giorno fa ha detto che alcune star della WNBA potrebbero benissimo stare in NBA. Una provocazione, per tanti motivi. Ma anche un’apertura che lui voleva verso il mondo femminile, perché la pallacanestro è sempre pallacanestro, indipendentemente da chi la gioca. E si torna a Gianna, perché lui la vede già scorrazzare per i parquet della lega femminile americana, casomai passando prima per quelle Huskies di UConn che Gianna ammira tanto fin da quando ha assistito ad una loro partita.

Torniamo all’inizio, alla curiosa Gianna, quella che fa domande assai specifiche al papà, anche nei momenti più delicati del match. Non domande generali, ma domande particolari sulla pallacanestro e su azioni in specifico. Gianna sta studiando, deve migliorare su ogni aspetto. Non ha tempo. Il papà non si fa mai trovare impreparato, dà una risposta esaustiva ad ogni richiesta della figlia: Kobe non può non sapere, Kobe ha cambiato la pallacanestro negli ultimi vent’anni! “Lei è anche davvero aggressiva quando gioca, uhhh se è aggressiva”, aveva detto Kobe ad uno show televisivo dello scorso dicembre.

FLASH! “Ti ci abituerai ti ci abituerai 
si comincia sempre così da una fotografia

Domenica, quando ancora non si era certi delle notizia, me ne ero già convinto: non era possibile, ma Kobe non c’era più. E lì subito due flash: lui e Gianna all’ultima partita vista dal vivo allo Staples Center, e lì a fianco la sua ultima partita da giocatore, quando ne segnò 60 contro gli Utah Jazz.

Quella partita fu uno show con i suoi compagni che lo cercavano insistentemente e tirò qualcosa come 50 volte dal campo. Ma alla fine vinse una partita in cui i Lakers, nettamente inferiori ai Jazz, erano sempre stati in svantaggio.

L’altra fotografia è quella di lui e Gianna, una ragazzina che voleva diventare la più forte, non si accontentava di essere la “figlia di Kobe”. A 13 anni sei nel limbo tra bambina e ragazza, e così era anche nei suoi comportamenti: da una parte una ragazza che chiede al papà ogni segreto del mestiere, che vuole capire, che vuole crescere con gli insegnamenti giusti; dall’altra una bambina che vuole la foto con Doncic oppure dice apertamente a Trae Young che è il suo giocatore preferito della NBA attuale.

Kobe e Gianna hanno iniziato un viaggio diverso, insieme ad altre sette persone che erano collegate alla pallacanestro: tre famiglie distrutte (più quella del pilota) per una fatalità che si poteva forse evitare.

La linea cestistica dei Bryant si è interrotta fatalmente con la morte di maestro ed allieva in un colpo solo. A pensar male si potrebbe dire che Qualcuno non volesse vedere un altro Bryant dominare la Pallacanestro…

Associated Press

La notizia, lo shock, il nodo alla gola, allo stomaco, alle gambe. Il pianto. La reazione alla perdita di una persona cara spesso si esprime così, sebbene ognuno l’abbia vissuta a modo suo. Ma lo sport è questo, ti fa sembrare di conoscere una persona che non hai mai incontrato, che forse hai anche detestato a livello sportivo, ma che hai riconosciuto come uno dei più grandi, uno dei rivoluzionari, di quelli che ne nasce uno e segna la sua (e tua) generazione. Bradley Beal ha definito perfettamente quello che Kobe ha fatto per noi che siamo cresciuti con le sue gesta: “He was our Jordan”.

Non è più fisicamente con noi, ma siamo sicuri che quella cattiveria agonistica, quella maniacale cura dei dettagli, quello sguardo sicuro di chi sa che realizzerà il suo sogno, sono tutti elementi che fanno parte di quell’eterna eredità che il #24 ha lasciato in questa generazione di sportivi, e sarà di ispirazione per quelle future.

Gli eroi vanno e vengono, ma le leggende resteranno per sempre.

Ciao Kobe, ciao principessa Gianna.

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