L’Europa è meglio della D-League!

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Nei college statunitensi se si sceglie di giocare a basket lo si fa con un solo obiettivo: arrivare in NBA. Obiettivo difficile per quanto suggestivo. Coloro cui non riesce il salto diretto college-professionismo, per raggiungere l’NBA possono poi giocare nella NBA Developmental league (più conosciuta come D-League) sperando di mettersi in mostra e di essere chiamati da una qualche franchigia. La stagione 2011/12 è stata ad esempio la stagione NBA in cui c’è stato il maggior numero di chiamate dalla D-League ma tale numero (50) resta comunque basso se si pensa che include anche giocatori NBA che, alle prese con un qualche infortunio, vengono spediti in D-League a ritrovare il ritmo partita salvo poi tornare nel roster delle loro squadre di appartenenza oppure i giocatori che hanno firmato un contratto decadale per poi essere riassegnati in D-League. Insomma dei 50 “prescelti”, solo una minima parte restare fattivamente in NBA.

La parte peggiore per un giocatore che resta in America e gioca in D-League resta senza dubbio l’ingaggio che varia tra i $12mila e i $24mila dollari. Cifre certamente non vertiginose. Ad esempio, semplicemente scegliendo di volare oltreoceano la media degli ingaggi si alza a $65mila dollari che, a seconda del Paese di destinazione che si sceglie, può anche alzarsi fino a partire da $100mila dollari a salire. MA scegliere l’Europa non conviene solo per la differenza tra gli ingaggi ma anche perché solitamente i ricavi qui ottenuti sono praticamente esentasse: spesso sono gli stessi club a provvedere a pagare le tasse nel Paese in cui giocano, fornendo in più benefits come la macchina per gli spostamenti e l’alloggio, senza contare che gli statunitensi che giocano oltreoceano hanno poi delle agevolazioni fiscali dal governo americano.

Ciò nonostante i giocatori continuano a propendere per restare in D-League aspettando quella piccola possibilità di giocare in NBA. Ci sono diversi motivi che li spingono a rimanere nel paese natio ma certamente per inseguire un sogno questi ragazzi a fine carriera avranno perso un’ingente somma di denaro. Lungi da me voler biasimare qualcuno che sceglie di inseguire un sogno piuttosto che il denaro ma credo che per un giocatore sia altrettanto importante leggere le statistiche: le possibilità di essere chiamati (e di restare) in NBA sono estremamente limitate. Il problema di fondo è che ci sono molti buoni giocatori di basket nel mondo e solo un determinato numero di posti a disposizione in NBA, mentre ci sono un sacco di opportunità all’estero. Ci sono un sacco di giocatori di medio livello che guadagnano molti soldi (a volte anche troppi per quel che danno) qui in Europa.

Sono dell’avviso che sia l’Europa la scelta migliore per un giocatore che abbia fallito di essere selezionato nel draft. Il primo è meramente economico “guadagna $100mila dollari netti l’anno per 10 anni di carriera e poi torna in patria a goderti il frutto del tuo talento e lavoro”. Facciamo un esempio in termini prettamente economici: guadagnando $100mila dollari l’anno in Europa dopo 10 anni di carriera si sarebbe milionari, viceversa dopo 10 in D-League a $24mila dollari a stagione si sarebbe guadagnato $240mila dollari ovvero solo un quarto della cifra precedente. Una cifra di $760mila dollari cambia decisamente la vita! Non voglio dire che l’unica cosa che un giocatore deve guardare nella sua carriera professionale sia il denaro ma certamente è un aspetto molto importante da valutare nel prendere una decisione. Il secondo squisitamente tecnico dato che in Europa ci sono grandi possibilità di migliorare la fase difensiva in cui spesso peccano i giovani giocatori universitari e di contro si può sfruttare il proprio maggior atletismo per mettersi in evidenza e spingere anche in tal senso lo sviluppo delle nuove leve nel Vecchio Continente creando, nel lungo periodo, dei giocatori più competitivi anche sotto questo punto di vista. Quello che invece dovrebbero evitare quei giocatori che non sono dotati di talento sopraffino sarebbe di giocare in D-League fino a 30 anni quando, con ogni probabilità, non si troverà neanche più spazio in un roster di D-League perché rimpiazzato da un giocatore più giovane.

A contribuire a questa situazione c’è sicuramente il falso mito che chi lascia gli States non può più arrivare in NBA. Falso! Le vie per essere selezionati ci sono eccome e un sacco di giocatori che giocano in Europa durante la stagione tornano poi negli States in estate per disputare la NBA Summer League. Quello è il momento migliore per mettersi in mostra e far colpo su un qualche GM e ottenere quindi un contratto continuando ad avere uno stipendio che li aspetta altrove nel caso in cui vada male.

Ci sono certamente giocatori che hanno famiglia e non vogliono lasciare gli Stati Uniti e ci sono giocatori che ci pensano proprio a lasciare gli States e adattarsi a vivere in un altro Paese: per loro senza ombra di dubbio la soluzione migliore resta la D-League. Per tutti coloro che non hanno famiglia e non si oppongono ad andare all’estero, sono i numeri a fare la differenza ed indicare la strada professionale da seguire: l’EUROPA!

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