La NBA si ferma, ma non è la prima volta

La NBA si ferma, ma non è la prima volta

Nella storia della NBA, per ben due volte non sono state disputate tutte le gare in programma, ma quanto accaduto nel 1999 e nel 2011 fu ovviamente molto meno preoccupante

di Simone Efosi

E così anche questa stagione NBA avrà un asterisco accanto all’anno di riferimento, ma in tempi recenti era già capitato due volte, anche se mai a causa di una pandemia.

L’ultimo stop in ordine cronologico fu nel 2011 quando a causa di un lockout la stagione NBA subì uno slittamento, con molti dei giocatori a prendere accordi con altre squadre in Europa pur di continuare a giocare. Nei contratti c’erano clausole che consentivano di tornare immediatamente negli States in caso di tip-off della lega massima. La situazione si risolse a dicembre, con più di un mese di ritardo sulla tabella di marcia, quando l’accordo tra la NBA e l’Associazione Giocatori vide finalmente la luce. Tra le cause del disaccordo, l’idea di modificare la struttura del salary cap da parte dei proprietari, per permettere alle squadre “più economicamente deboli” di non accusare problemi che stavano costando perdite serie alla NBA stessa. Soprattutto ai giocatori non andava giù, visto che avrebbero percepito meno in termini di stipendio. Questi ultimi erano in realtà disposti ad un adeguamento, a patto che fosse entro certi limiti, ma i proprietari volevano invece un sistema che consentisse a tutti di competere allo stesso modo.

Non fu affatto facile, il lockout iniziò il 1 luglio 2011 e terminò dopo quasi sei mesi mettendo seriamente in discussione l’inizio della stagione. La NBA accusò i giocatori di essere poco collaborativi nel trovare una soluzione e il clima tra le parti fu effettivamente molto teso.
Dopo aver saltato training camp, preseason e quasi due mesi di regular season, il lockout venne archiviato a dicembre e il giorno di Natale le squadre scesero in campo per le prime gare.

Lockout 1998/99 || Getty Images

Tutta questa situazione fu direttamente figlia del lockout precedente, nel 1998/99, la stagione che Phil Jackson definisce “con l’asterisco accanto”.
I motivi del lockout furono sostanzialmente gli stessi, solo che le parti faticarono molto di più per arrivare a un accordo. Lo sciopero dei giocatori in realtà era nell’aria già da almeno tre stagioni prima, ma di fatto si era riusciti ad evitare sospensioni del campionato per il rotto della cuffia e procedere regolarmente con le gare in programma.

Nel 1999 la questione assunse proporzioni tali che per la prima volta la NBA iniziò a cancellare parte del calendario. Arrivati ormai sotto le feste natalizie, l’allora commisioner David Stern, si disse scettico sul fatto che quell’anno ci sarebbe stato il campionato. L’accordo arrivò invece dopo l’epifania e la NBA iniziò una stranissima stagione da 50 partite, senza All Star Game e dopo la quale la griglia Playoffs appariva strana e insolita per i piazzamenti delle squadre. Inoltre, la stagione partì con una consapevolezza che spense parecchio dell’entusiasmo di molti tifosi:  Michael Jordan annunciò il suo secondo ritiro, innescando lo sgretolamento di quei Chicago Bulls freschi di 3-peat.

Mai prima di quest’anno la NBA aveva interrotto il campionato in corso e siamo sicuri avrebbe preferito si trattasse ancora di questioni salariali, piuttosto che sanitarie, come oggi. E quando riprenderà ci sembrerà tutto insolito e surreale. Come al termine della stagione 1999, quando dopo soli cinque mesi dall’inizio, gli Spurs vennero incoronati come nuovi campioni NBA, con Tim Duncan con la sua telecamera portatile a festeggiare sul parquet del Madison Square Garden, dopo aver battuto i Knicks in una Finale che fu tutto tranne che avvincente.

Duncan al suo primo titolo, dopo il lockout || Bleacher Report
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