Lakers, il titolo passa dalla JR Redemption

Lakers, il titolo passa dalla JR Redemption

La guardia ex Cavs chiuderà la stagione ai Lakers.

di La Redazione

È ufficiale: Rob Pelinka porta lo scudiero J.R. Smith alla corte di LeBron James, a Los Angeles, colmando così lo slot lasciato vuoto da Avery Bradley che ha deciso di non partire per Orlando per poter rimanere accanto al figlio, affetto da problemi respiratori cronici.

Oltreoceano gli analisti hanno formato due fazioni contrapposte sulla bontà di tale operazione da parte dei Los Angeles Lakers, domandandosi se l’arrivo di Smith possa effettivamente colmare il vuoto lasciato dalla guardia di Tacoma che, nelle ultime 17 partite, aveva segnato almeno 10 punti in 12 di esse, con un onesto 36% dalla lunga distanza. Era inoltre uno dei migliori difensori sulla palla della squadra, capace di braccare i portatori di palla avversari, facendo così perdere il ritmo in attacco delle squadre avversarie e facilitando contropiedi e transizioni. Talento che si è rivelato particolarmente incisivo con i Los Angeles Clippers di Kawhi Leonard e Paul George, nel derby della Città degli angeli dell’8 marzo: Bradley ha segnato ben 24 punti con un ottimo 6-12 dall’arco, oltre a 2 palle rubate.
È chiaro, pertanto, che tale perdita peserà sui gialloviola, in quelli che si presenteranno come i Playoffs più eccitanti e combattuti degli ultimi anni, se non di sempre.

Ma come può J.R. Smith aiutare LeBron e Anthony Davis a raggiungere il tanto agognato anello?
Gli analisti tendono a ricordare con troppa facilità la figuraccia di J.R. in Gara 1 delle Finals 2018, quando Smith, inconsapevole della situazione di parità tra le due squadre, buttò totalmente all’aria l’occasione di infilare il game-winner contro la corazzata dei Golden State Warriors. Inoltre, pur ammettendo che la carriera del prodotto della St. Benedict’s Prep sia costellata da errori madornali, essi vengono peraltro controbilanciati da prestazioni storiche ingiustamente passate in secondo piano con il maturare del tempo. Si pensi, a titolo esemplificativo, a Gara 3 del 2016, contro i Golden State Warriors (con GSW in vantaggio sui Cavs 2-0), dove J.R. mise a referto una prestazione eroica, con 5 triple infilate a fronte di 10 tentate, oltre al rimanere attaccato con le unghie e con i denti, sul lato difensivo del campo, a due mostri sacri chiamati Steph Curry e Klay Thompson. Altra serie memorabile da riportare alla memoria è quella giocata sempre contro gli Warriors l’anno precedente: J.R. giocò da vero e proprio spartano, senza mai mollare ai colpi degli Splash Brothers, nonostante una Cleveland orfana di Kyrie Irving e Kevin Love.
Recentemente, Paul Pierce ha criticato su ESPN la scelta dei Lakers, sostenendo che Smith potrebbe senz’altro rivelarsi di aiuto, rimanendo salve le difficoltà di inserimento in squadra. Sorvolando sulla nota fallibilità di “The Truth” in qualità di analista, in questo ragionamento manca un punto chiave: l’amicizia che intercorre tra Smith e il giocatore migliore al mondo, che di fatto è anche il principale playmaker dei Los Angeles Lakers, insieme al conseguente senso di responsabilità che ricadrà su J.R., dovuto proprio alla prestazione del 2018.

Smith, quindi, rappresenta proprio ciò di cui necessita James in questo momento. Una shooting guard che sia più adatta ad un ruolo di supporto – motivo per cui, presumibilmente, J.R. è stato preferito a Jamal Crawford, al di là del non eccellente tiro dalla lunga di quest’ultimo – che sappia tirare, con particolare riguardo agli appostamenti sul perimetro per i catch & shot, penetrare e difendere, ma ancora capace di sapersi creare il tiro da solo.

È proprio qua che si comprende perché la scelta del Re e Pelinka sia ricaduta su J.R. Smith: guardando oltre l’orizzonte della mera analisi statistica, adatta più per giocatori monodimensionali come Kyle Korver, J.R. rimane un giocatore dall’enorme talento cristallino – ricordiamo che è stato uno degli ultimi giocatori a fare il salto dall’high school al basketball professionistico. Un pure-hooper, un cestista puro, che si può concretamente giudicare solo tramite l’eye-test. La cui fluidità di movimento in campo va ben oltre il moderno concetto di giocatore di ruolo estremamente specializzato. Probabilmente J.R. Smith è un giocatore che avrebbe riscosso molto più successo a Rucker Park, che non su un campo NBA; ma è proprio questo che ne aumenta il valore, a dispetto dei suoi 35 anni suonati. J.R. non sarà un giocatore dall’elevato IQ cestistico, né tantomeno avrà più l’atletismo di un tempo, ma se Frank Vogel opterà per dargli il semaforo verde, senza legarlo ad eccessivi tecnicismi, a dargli i palloni che scottano ci penserà LeBron James, e state pur certi che un giocatore come lui non si tirerà indietro da alcuna responsabilità e tenterà la sorte, perché è questo che fanno i giocatori da titolo. Con ciò non si vuole affermare che J.R. giocherà 20 minuti a partita, e presumibilmente neanche 15, senza considerare che non sarà possibile vederlo giocare ai livelli di Avery Bradley, ma potrà senz’altro apportare una maggiore esperienza e versatilità di Alex Caruso – rivelatosi ormai baluardo difensivo dei Lakers – e di Caldwell-Pope, giocatore sì talentuoso, ma incostante, difendendo quando conta e tirando quando servirà del sangue freddo.

 

di Riccardo Pisani

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