L’importanza di chiamarsi Manu: se gli Spurs nel 2003 avessero mandato Ginobili a NY?

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mediad.publicbroadcasting.net Sliding doors: potrebbe essere forse questo il sottotitolo di questo mio primo pezzo per BasketInside.com, facendo seguito alla domanda posta qui sopra nel titolo (anche se si tratta, come leggerete, solo di uno spunto). Prima di addentrarsi nella discussione pero’, ci tengo a fornirvi un minimo di contesto, per spiegare da dove questo argomento ed il relativo quesito siano saltati fuori. Come molti di voi sapranno bene ed avranno sperimentato sulla propria pelle, il momento piu’ duro durante le veglie legate alle NBA Finals (soprattutto se, come me, optate per la modalita’ “tutta una tirata”, che non prevede ore di sonno prima della palla a due) e’ quello dell’intervallo lungo a fine secondo quarto. Chi piu’ chi meno infatti, ci si trova tutti a dover fronteggiare la stanchezza della giornata lavorativa ed al ricorrere a qualche espediente per far si che essa non abbia la meglio, soprattutto se non si e’ in compagnia e si assiste alla partita da soli. Ebbene, il mio espediente e’ stato il navigare on-line, vagando un po’ nei meandri del web alla ricerca di tutti i suoi angoli reconditi e non in cui si parli di palla a spicchi. Nell’interminabile half-time di Gara 3, mi sono ritrovato, senza sapere neanche come, a cercare di determinare on-line quale fosse la percezione nell’opinione pubblica oltreoceano dell’importanza di Manu Ginobili nei San Antonio Spurs. Nel far cio’, mi sono imbattuto in una lunga discussione su un forum a stelle e strisce, in cui i supporters (e non) erano stati interpellati qualche anno fa per stabilire dove andasse collocato l’argentino di Bahia Blanca nel novero delle guardie “migliori” all-time della NBA. Evito di dilungarmi nel riferirvi gli stucchevoli dettagli di una discussione telematica di 20+ pagine, il cui andamento avrete sicuramente gia’ intuito da voi: orde di lovers accecati dal loro amore cestistico per El Contusion (quindi raramente obiettivi) contrapposte a compagini di haters del cestista anche noto come El Narigon, tanto imparziali quanto l’attempato galantuomo, che troverete sempre e comunque in ogni palazzetto, il quale, pur non capendo nulla di basket, ad ogni fischio arbitrale sente l’impellente bisogno di alzarsi dalla sua esclusiva sedia per sbraitare e gesticolare all’indirizzo della terna arbitrale… Vi basti sapere che, traendo spunto da questa discussione, ho formalizzato meglio la questione (l’importanza del crack argentino nei neroargento), tentando di immaginare come sarebbero andate le cose se gli Spurs si fossero privati del loro funambolico #20. [Come se servisse un segno del destino, nonche’ un’ulteriore riprova rispetto a cio’ che ero in procinto di affermare, ci tengo a segnalarvi come la stesura di questa prima parte del pezzo sia avvenuta nell’ora precedente alla palla a due di Gara 5]

Latrell Sprewell – exnba.com
Forse non tutti se lo ricordano, ma a fine stagione 2003, si e’ insistentemente parlato nell’ambiente NBA di una trade cha avrebbe portato Manu a calcare il palcoscenico della Grande Mela, e Latrell Sprewell in neroargento. Gli Spurs infatti erano estremamente interessati al #8 dei Knicks, che sarebbe poi finito ai Minnesota Timberwolves, e la franchigia newyorkese era disposta a parlarne se sul piatto fosse stata messa una “contropartita equa”, che a loro detta avrebbe incluso Ginobili. A onor del vero, c’e’ da dire come il fatto che fosse stato chiesto loro non significhi affatto che gli Spurs avrebbero seriamente considerato il privarsi della loro esplosiva guardia fresca di Mondiale FIBA (quello che ancora resta un duro colpo da digerire per US Basketball: Indianapolis 2002) e di primo titolo NBA conquistati. Non a caso infatti lo scambio non ando’ in porto, ma se ne discusse per un po’, talmente insistentemente che persino i quotidiani cartacei italiani riportavano trafiletti a riguardo. Sebbene come detto si trattasse piu’ di fantamercato che di altro, proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se gli Spurs si fossero davvero privati di Manu. Come sarebbero state influenzate le stagioni successive? Saremmo stati qui a parlare di dinastia ad oggi?
Manu Ginobili ad Indianapolis 2002 – fiba.com
Premesso che spesso questo tipo di interrogativi perdono il tempo che trovano, in questo caso puo’ valer la pena fare una riflessione a riguardo. Pur considerando la maestria di questa franchigia nell’assemblare una Squadra che possa definirsi tale (se non addirittura “La Squadra”, visto il tipo di pallacanestro che sono stati in grado di offrirci in queste Finals), la loro capacita’ di programmazione ed il fatto che la loro strategia abbia fatto si che le sue fondamenta non siano esclusivamente i singoli ma piuttosto uno straordinario collettivo (Boris Diaw e Patty Mills vi dicono qualcosa?), e che probabilmente, fossero state fatte scelte diverse all’epoca (come privarsi di El Narigon, similmente ad esempio alla rinuncia qualche anno piu’ in la’ ad un altro argentino come Luis Scola che nel breve termine sembro’ un abbaglio della dirigenza neroargento) ne sarebbero seguite altre sempre tese a ribilanciare il tutto, volte ai medesimi obiettivi e pensate per il medio o lungo termine, non si puo’ ignorare il ruolo chiave che Manu abbia avuto nei successi della franchigia. Se chiedete a me, quindi, la risposta alla domanda di cui sopra e’: “No”. O meglio: “Non cosi tanto”. Mi spiego: secondo la mia modesta opinione, Ginobili e’ stato un fattore cruciale nel far si che la squadra allenata da Popovich sia stata cosi vincente nel corso degli anni. Per sua stessa ammissione, infatti, e’ noto come il coach, nelle prime stagioni in cui si sia trovato ad avere a che fare con la spericolata guardia in questione non abbia nascosto come spesso e volentieri l’ex numero 6 della Virtus Bologna lo facesse agitare per usare un eufemismo.
Manu Ginobili schiaccia, 9 anni e una chioma fa – http://i.cdn.turner.com/
Cio’ detto, quella vena di sana recklessness si e’ rivelata essere elemento fondamentale nel fornire un pizzico di imprevedibilita’ al sistema Spurs, con le due parti in questione (lo spericolato Manu da una parte e Pop ed il suo sistema dall’altra) intelligenti abbastanza da venirsi incontro per contribuire a formare una combo letale capace di conciliare ordine e caos ordinato. Per supportare la tesi, basta guardare indietro al 2005, la prima serie di finale a seguito di questa ventilata trade (ah, per la cronaca: questa volta gli Speroni hanno vinto in un anno pari!), nella quale fu proprio l’argentino a scatenarsi ed a contribuire drammaticamente, insieme a Big Shot Rob Robert Horry, alla vittoria del terzo anello Spurs nel giro di 6 anni. Emanuel riusci piu’ di una volta a spostare gli equilibri, tanto da meritarsi seria considerazione per il titolo di MVP delle finali (con piu’ di un mugugno suscitato sul fatto che la Lega non fosse ancora pronta ad assegnarlo ad un giocatore di scuola FIBA quando il premio fu dato a Timoteo). Proprio grazie all’enorme considerazione nei suoi confronti, aveva fatto davvero male vederlo soccombere (ovviamente sportivamente parlando) nelle finali dello scorso anno, in cui, complice una forma fisica che non lo aveva supportato nell’arco dell’intera stagione, era apparso nelle battute finali insolitamente poco lucido. Come sempre nella sua carriera, e come accade sempre nel caso dei grandi campioni che possano realmente essere definiti tali, ci e’ voluto poco prima che si risollevasse. Non e’ stato un caso infatti che, nel momento del bisogno (sotto di 16 in casa nella decisiva Gara 5 dopo un avvio da brividi), sia stato proprio lui a caricarsi l’intera squadra sulle spalle, suonando la carica e rimettendo l’incontro sulla giusta carreggiata per gli Speroni. Tagliando corto sulle parole, se ancora non l’avete vista, date uno sguardo a questa: [youtube http://www.youtube.com/watch?v=BwL8OWhEsts?list=PLlVlyGVtvuVkgYAk5-4HabqwNp7WZu7QZ] Per chiudere, puo’ essere significativo ed utile fare ricorso alle parole di questa notte di RC Buford: “We embody him,” Buford said. “He’s given us the personality. We are the beneficiaries of what he’s given us.” di Valerio D’Angelo (http://plus.google.com/+ValerioDAngelo/about)

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