L’NBA contro il White Power: le reazioni ai fatti di Charlottesville

L’NBA contro il White Power: le reazioni ai fatti di Charlottesville

I tweet di LeBron James ed Enes Kanter si uniscono al dibattito: si parla di libertà e integrazione razziale nell’America degli estremismi

di Andrea Cassini, @AKCassini

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere una NBA sempre più impegnata sui temi sociali. Una scelta da attribuire alla precisa linea politica del commissioner Adam Silver, intenzionato a lasciare la sua impronta sulla lega – vedasi la complessa decisione di revocare l’All Star Game al North Carolina in seguito all’approvazione della famigerata bathroom bill. A questo si aggiungano stelle della pallacanestro, come LeBron James e Chris Paul – o allenatori come Steve Kerr e Greg Popovich, che si rendono conto di come la propria influenza si estenda ben oltre i confini dello sport, e approfittano dei social network per amplificare la voce della collettività. Se si unisce all’equazione il clima elettrico che imperversa sul suolo americano da mesi, diviso tra estremismi contrastanti, si comprende come l’NBA rivesta un ruolo di primo piano agli occhi dell’opinione pubblica.

I fatti di Ferguson sono ancora freschi nella memoria, con le violenze della polizia nei confronti di sospettati di colore che risvegliano il problema del razzismo – ignorato come il proverbiale elefante nella stanza, ma mai risolto. L’NBA si è mossa da subito in prima linea, sponsorizzando l’educazione civica nelle comunità più degradate, ma la tensione non poteva che crescere con l’elezione a presidente di un personaggio controverso come Donald Trump – contro cui LeBron James e altri si erano già schierati apertamente.

Detto fatto; lo scorso 12 agosto una marcia organizzata da nazionalisti e suprematisti bianchi a Charlottesville, Virginia degenera in massacro quando James Alex Fields Jr. , un ventenne vicino a movimenti neo-nazisti, falcia con una Dodge Charger un fianco del corteo che si muoveva in direzione opposta, quello di protesta. La conta dei danni parla di una vittima e almeno diciannove feriti.

In occasioni come questa i social network diventano la vetrina ideale per i luoghi comuni, poco più di una passerella dove esprimere uno sdegno contenuto. Ma tra le migliaia di tweet qualcuno spicca per il messaggio che trasmette.

Enes Kanter, lungo degli Oklahoma City Thunder, è turco di nascita ma si considera adottato dall’America e dal suo ideale di libertà. Ne sa qualcosa di faccende politiche; lo scorso anno è stato rinnegato da famiglia e paese di nascita, con severe minacce, per aver criticato l’operato del presidente Erdogan. In risposta alle torce tiki scelte come simbolo dai movimenti alt-right , posta l’immagine della statua che campeggia in mare sull’orizzonte di Manhattan: “l’unica torcia di cui abbiamo bisogno è quella della Libertà, ed è più brillante delle vostre”.

Nemmeno LeBron James si esime dal commentare, fedele alla propria missione di role model rivolto in particolare ai più giovani. Nella sua visione, già esposta in occasione dell’immigration ban, è proprio la diversità a rendere grande l’America, insieme a quegli ideali che tengono unite le persone. “Le nuove generazioni si meritano di meglio” ha scritto su Twitter poco dopo l’attentato. Prima ancora, si era interrogato sul motto di Donald Trump e sulla direzione che sta prendendo il paese. “Make America great again”? Una promessa su cui LeBron – insieme a molti altri – nutre sempre più dubbi.

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