Ma quanto è bello il basket #2: Key-D-Thirtyfive

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Kevin Wayne Durant nasce nel 1988 a Seat Pleasant, Maryland, uno di quei sobborghi poveri di Washington, dove non metteresti piede a meno di non esserci costretto. “C’è qualcosa di scuro e sacro nell’Est” (On the Road, Jack Kerouac), e quel lato scuro Kevin lo conosce fin troppo bene. Abbandonato durante gli anni della prima infanzia dal padre, si rifugia fra le braccia e i consigli di Craig”Big Chucky”Charles, all’epoca allenatore in quella piccola palestra, Recreation Center, dove sua madre decise di iscrivere il piccolo Kevin all’età di sette anni. Craig fu come un secondo padre per quel ragazzino spaventato il cui sogno era quello di giocare a basket. Ed è proprio a lui che Durant ad ogni canestro si rivolge con l’indice al cielo, a quel Chucky che rimase ucciso, vittima di una sparatoria e vittima di quelle strade americane in cui Kevin era nato e cresciuto. A lui sarà dedicato il 35 sulla maglia, per portarlo con sè ad ogni vittoria o sconfitta, “per tenere il suo nome in vita”.

Prodigio fin dalla tenera età, grazie ai suoi 208 cm di altezza ed alle sue infinite braccia, Kevin sceglie l’università del Texas, la cui squadra di basketball rientra per intenderci fra quelle della Division Big 12 della NCAA. Dopo un campionato giocato con le marce altissime, nel 2007 KD si dichiara eleggibile per il Draft NBA, durante cui verrà chiamato con la seconda scelta dagli allora Seattle Supersonics, con cui vincerà il premio MVP per il miglior Rookie per la stagione 2007-2008. Nell’anno successivo, la franchigia si sposta ad Oklahoma City, capitale dello Stato dell’Oklahoma. Qui l’atmosfera è molto simile a quella dei suoi sobborghi natali, con quel qualcosa di sinistro tipico delle zone del midwest, ma con un “palazzetto” dello sport – la famosa Chesapeake Energy Arena – degno di quella che diventerà una delle squadre più temute nella West Conference. Allenato da Scott Brooks e circondato da giocatori come Russel Westbrook e James Harden (che dal 2012 milita negli Houston Rockets), Kevin Durant diventa un fenomeno, in grado di ricoprire entrambi i ruoli di ala piccola e ala grande, con un rilascio e un controllo di palla che anche il suo fenomeno d’infanzia Larry Bird potrebbe invidiargli e con cifre tali da farlo entrare prepotentemente nella storia NBA a fianco di Nowitzki, Nash e R. Miller (50% tiri da due punti, 40% tiri da tre punti, 90 % ai tiri liberi).

Ma tutto questo a KD non basta, perché “senza la parte ossessiva non c’è campione” (Federico Buffa, cit.). E l’ossessione più grande per un giocatore di NBA è rappresentata da un anello al dito. Quell’anello che Durant sfiora durante le Finals NBA del 2012, perdendo contro gli Heat di Lebron James 4 a 1, risultato che non rispecchia in alcun modo la formidabile stagione deli Oklahoma City Thunder, che guidati dal loro numero 35 superano i Lakers di Bryant e i San Antonio Spurs del nostro Ginobili. Non sarà di consolazione l’oro conquistato dal Team Usa durante le Olimpiadi di Londra 2012, nè tantomeno l’ultimo record conquistato da Durant proprio in questi giorni durante la gara contro i Minnesota Timberwolves per massimo di punti (32), assist (12), rimbalzi (10), palle recuperate (4) e stoppate (4) in una partita. Perchè d’ora in poi, l’unico obiettivo sarà quello di battere il numero 6 in maglia rossonera, The King, l’uomo secondo molti destinato un giorno a prendere il posto di Michael Jordan, lui, Lebron James. E se c’è una cosa vera in tutta questa storia, è che due fenomeni così insieme sono letali, e messi contro ancora di più. Ma forse, e dico forse, l’unica sfortuna di un campione come Kevin Durant, perché di campione stiamo parlando, è di essere nato nel posto e al momento sbagliato. Un pò come per Yohan “The Beast” Blake, che sarà sempre di 0”15 dietro a  Usain Bolt.