NBA, permetti un lento? Anzi, due

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Cos’hanno in comune Harden, Lillard, James, Doncic, Antetokounmpo, Curry, Embiid e Jokic?
Semplice, sono tutti validi candidati al prossimo titolo di MVP.
Ma due di loro, Doncic e Jokic, possiedono un’altra caratteristica che li distingue dal gruppo: la lentezza.

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In una lega in cui il pace cresce quasi costantemente da oltre 10 anni a questa parte, fa specie che a dominare in quel modo siano due giocatori così lenti, il cui atteggiamento in campo a tratti rasenta l’apatia.
La tecnica cestistica eccellente e un movimento di piedi che farebbe invidia al Muhammad Ali dei tempi d’oro bastano e avanzano alla coppia di giovani arrivati da Oltreoceano, per sfiorare la tripla doppia di media con oltre 27 punti a testa. E hanno trovato entrambi il modo a loro più congeniale per crearsi lo spazio di tiro, nonostante la lentezza: lo sloveno “più giovane di sempre a…” s’è specializzato nello step-back da 8/9 metri, mentre il serbo, che può comunque tirare sopra alla testa di molti avversari, per evitare complicazioni ha inventato una sorta di terzo tempo all’indietro.
Poi ci sarebbe anche la componente difensiva, in cui entrambi sono gravemente deficitarii e che di fatto rimane l’unico ostacolo che li separa dalla vittoria del titolo di miglior giocatore.

Non è un caso che i due siano slavi. Dalla scuola jugoslava sono sì usciti cestisti rapidi come Djordjevic e Dragic, ma buona parte dei fenomeni balcanici è storicamente molto tecnica e poco veloce: Divac, Kukoc, financo Danilovic non è che facesse della velocità la sua arma principale, e poi Dejan Bodiroga… la quintessenza del giocatore che ti mette col c*lo per terra andando a 2 all’ora, e se ci fosse andato ne avrebbe messi a sedere tanti anche negli Stati Uniti.
In Europa siamo più abituati al gioco lento e tecnico, vederlo trasposto in NBA crea effettivamente un contrasto con i “cosce grosse tutto sprint faccio canestro a 360°” (cit. Spike Lee) che si trovano in America. Lungi da noi appoggiare la teoria secondo cui i cestisti americani non abbiano capacità tecniche; diciamo solo che queste, nei casi eccellenti, si coniugano a doti fisico-atletiche sopra la media, le quali nella maggior parte dei casi mancano alle stelle di area FIBA.
Lentezza e forma fisica discutibile vanno spesso a braccetto, ma se il binomio accompagna Jokic sin dalla tenera età, non si può certo dire che Doncic ai tempi del Real Madrid fosse sovrappeso. Eppure, rapido nel vero senso del termine non lo è mai stato.

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Ma Luka e Nikola non sono gli unici due a bassi giri e contemporaneamente difficili da contenere: Joe Ingles è forse ancora più lento dei sopradetti aspiranti MVP, e in questa stagione sta tirando con la miglior percentuale reale della storia NBA, 73,2%.
L’australiano, non a caso soprannominato Slo-Mo Joe, è per molti il vero deus ex machina che sta dietro allo strabiliante record di Utah e a 33 primavere sta vivendo (manco a dirlo) il suo miglior anno al tiro, dal basso dei 12 punti di media a uscita.
Sarà anche grazie alla sua lentezza, che detiene il record di gare consecutive giocate (384) tra i giocatori in attività? Può essere, d’altronde chi va piano…

Abbiamo detto dei giocatori lenti provenienti dall’area FIBA, ma anche qualche americano non scherza: a Kyle Anderson manca un tiro da tre affidabile e non sarà mai una superstar, ma a parte questo ha dimostrato di poter stare in NBA nonostante la lentezza a tratti esasperante. E a proposito di gare consecutive giocate, il record ogni tempo (1192) è di un altro fulmine di guerra, AC Green.
Il giocatore americano con il miglior rapporto qualità/lentezza è però il Professore, al secolo Andre Miller: ritiratosi nel 2016, è stato forse l’ultimo playmaker vecchio stampo, un troppo sottovalutato concentrato di tecnica sopraffina, unito alla capacità di leggere la partita come pochi hanno saputo fare; e sempre al suo ritmo soporifero, dalla prima all’ultima stagione.

Doncic e Jokic fanno della lentezza una loro arma: in un mondo dove tutti corrono loro passeggiano, quasi anestetizzano la gara, e se provassero ad andare ai ritmi degli altri non troverebbero lo spazio per illuminare il gioco. Invece se la prendono comoda, e così facendo ci permettono di godere dei loro talenti con tutta calma.