NBA, quanti Big Three ti sei persa…

Se la coalizzazione delle super stelle NBA fosse stata sdoganata prima, tanti campioni rimasti a secco avrebbero potuto dare libero sfogo ai loro desideri.

di Marco Morandi

Sotto sotto, tutti i grandi perdenti dell’NBA avrebbero desiderato farlo, ma non ne hanno avuto il fegato.
C’è voluto Danny Ainge, con un’opera di convincimento degna dell’avvocato di OJ Simpson, a riunire tre super giocatori sotto la stessa uniforme: prima tirò a sé Ray Allen e quindi Kevin Garnett, con Paul Pierce che già li aspettava gongolante sul parquet incrociato più famoso al mondo.

http://wagesofwins.com

I Big Three dei Celtics della seconda metà degli anni 2000 hanno aperto un’era non grazie a un ciclo di vittorie (conquistarono solo l’anello del 2008), ma rompendo il sacro sigillo che impediva a star rivali di unire le forze per provare a vincere insieme.

Con il trattato di Boston un nuovo sentiero era stato tracciato, quindi tanto valeva approfittarne e batterlo per benino. Gli unici esperimenti simili e antecedenti al 2007 si verificarono col passaggio di Barkley da Phoenix a Houston nel 1996, e in quel di Los Angeles, sette anni dopo: Karl Malone e Gary Payton si unirono a Shaq e Kobe per un tanto inedito quanto potenzialmente distruttivo assembramento di talenti. Purtroppo ogni testimonianza di come si sia conclusa quella stagione dei Lakers è andata distrutta, ogni ricordo cancellato, tutte le registrazioni smagnetizzate.

Furono i Miami Heat del 2010 i primi a cavalcare l’onda Big Three, issando LeBron James e Chris Bosh sulla nave capitanata da Dwyane Wade; due titoli in quattro anni, prima del ritorno a Cleveland del figliol pr…escelto.
Nel 2012 ci riprovarono i Lakers, stavolta col terzetto Bryant-Nash-Howard; anche qui, gli archivî languono.
L’anno scorso fu Kevin Durant a stupire il mondo annunciando la sua firma con la già funambolica compagine dei Golden State Warriors, che gli valse il suo primo anello non più di due mesi or sono.
Ultima stella del firmamento NBA ad essersi affiancata ad altri top players in cerca del primo titolo è Chris Paul, arrivato alla corte di James Harden e chissà, forse in dolce attesa del piccolo Carmelo da NY.

http://www.twgreatdaily.com

Ma guardando agli anni passati, siamo convinti che per esempio Pat Ewing, eterno sconfitto in maglia Knicks, avrebbe raggiunto molto volentieri MJ ai Bulls già intorno a metà anni ’90; d’altronde, non ce ne vogliano Luc Longley e Bill Wennington, ma la concorrenza sotto canestro a Chicago non era certo quella che fa innamorare i fans. Ve l’immaginate, che meraviglia? Jordan che batte l’uomo, viene chiuso e scarica nel mezzo angolo per il jumper di Ewing, solo rete. Scottie Pippen che dal palleggio pesca il taglio del giamaicano, per l’inchiodata con urlo. E poi i tifosi dei Knicks, iddio solo sa cosa avrebbero saputo organizzare per il ritorno di Ewing da avversario al Madison
O se invece fosse stato Reggie Miller a far comunella con Jordan e Pippen? Avrebbe aggiunto la dimensione del tiro da 3 a un piano ortogonale già abbastanza letale di suo.
Così il povero Spike Lee avrebbe sputato bile su bile mangiandosi il cappello in pieno stile Rockerduck, per la crisi di nervi si sarebbe ritirato dalla cinematografia e He got game sarebbe stato ambientato nel mondo del combattimento tra galli.

Già che ci siamo, pensiamo in grande: i suddetti Ewing e Miller che tirano dentro anche Stockton e Malone in una coalizzazione oltre ogni limite di salary cap (e dove, se non a New York?) per sconfiggere il nemico comune di quegli anni, il solito 23. Sogni mostruosamente proibiti, ché nemmeno il Neri Parenti dei tempi migliori: His Airness avrebbe riassaporato la sconfitta nei Playoffs per la prima volta dalle Jordan Rules dei Bad Boys, e chissà che dopo tale smacco pure lui non avrebbe ceduto e portato alla Città del Vento un paio di fenomeni a caso, tipo Barkley e Kenny Anderson. In buona sostanza, l’All-Star game vero e proprio si sarebbe giocato intorno a fine maggio.

Viaggiando ancora più indietro nel tempo, c’è un giocatore su tutti che incarna lo spirito dell’eterno perdente e che magari si sarebbe trovato meglio sull’altra sponda, quella degli anellati: Elgin Baylor. Nei suoi 14 anni di onorata carriera, rigorosamente in assisa Lakers, giocò ben 8 finali perdendole tutte, 7 delle quali contro i Celtics di Bill Russell. Not one, not two, not three… (cit.)
Va bene una finale persa, chiudiamo un occhio anche per la seconda e la terza, ma dopo la quarta sarà per lo meno balenata nella mente di Baylor l’idea di salutare tutti a L.A. e andare a conoscere di persona il leprecauno dei biancoverdi.

http://www.nssmag.com

L’unico rimasto senza anelli NBA e a cui non ci sentiamo di associare la voglia di mollare tutto e andare a “vincere facile” è Allen Iverson.
The Answer era di natura un uomo solo al comando, già faceva fatica ad accettare un compagno di squadra che si prendesse più di 5 tiri a partita, figuriamoci lasciare i Sixers per fare da secondo gallo nel pollaio di qualcun altro. Ed è giusto così, perché Iverson era il lupo solitario, se vogliamo la vittima predestinata, il piccolo e nero a cui nessuno vuol bene, che può stupire, arrivare dove mai nessuno si sarebbe aspettato arrivasse, financo tirare dietro sé moltitudini di tifosi. Ma non può, per definizione, vincere.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy