Oklahoma City Thunder, quando il draft diventa gioco d’azzardo

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oukingpen.wordpress.com Oklahoma City, Oklahoma. Casa dei Thunder dal 2008, dopo il trasferimento da Seattle e il conseguente cambio di nome, mantenendo roster e staff tecnico. La nuova dirigenza, quindi, eredita una squadra tutt’altro che in forma, ma tuttavia con margini di miglioramento strabilianti, e un asso nella manica che in seguito avrebbe fatto scintille, tale Kevin Durant.

okcthunderpolska.pl
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Il nuovo GM, Sam Presti, direttamente dai San Antonio Spurs, è l’uomo giusto su cui puntare, vista l’esperienza fatta in Texas alla corte di Popovich, e la mentalità vincente che ha acquisito negli anni. Proprio per Presti, i Thunder sono considerati una costola dei più datati Spurs. Ma come si dice, alle volte l’allievo supera il maestro: Oklahoma City, sulla base di un campione ancora acerbo come Durant, viene modellata nel tempo attraverso i Draft futuri. Operazione delicata questa, ma che paga, sia dal punto di vista del gioco, che sul lato economico, riuscendo a costruire in pochi anni una squadra giovane e competitiva. Il Draft 2008 regala subito buone speranze: alla 4 OKC sceglie Russell Westbrook, scelta facile sicuramente. Meno facile è la loro seconda scelta, la 24esima del Draft, con Serge Ibaka, ai tempi un’incognita ma con un grande atletismo e fisicità. Altra grande chiamata,ma anche questa annunciata, Harden alla 3. Il barba, che partendo dalla panchina cambiava le partite. Ed ecco che i Thunder sono diventati una grande squadra, contendente al titolo. Ma in 4 si sta stretti, soprattutto in una franchigia che guarda con moltissima attenzione la soglia del salary cap e che non è in grado di fare sacrifici economici. Piuttosto si è disposti a “sacrifici umani”, nel senso che uno tra Ibaka e Harden dev’essere ceduto. La facilità con cui i Thunder si sbarazzano di Harden è incredibile. D’altronde è la cosa più giusta da fare tatticamente ed economicamente, ma nessun’altra franchigia avrebbe il coraggio di fare un operazione del genere (oltre i sopracitati Spurs). I fatti tuttavia parlano da soli: i Thunder, nonostante la dipartita del barba, non hanno risentito della mancanza di uno scorer dalla panchina, e a rimpiazzarlo c’era un Kevin Martin un pò spento per i suoi standard. Dalla scelta tra Harden e Ibaka è un vero clinic su come gestire una franchigia sia da fuori (vedi Presti), che da dentro il campo (vedi Durant e i suoi numeri). Da quel momento in poi, però, la gestione dei talenti all’interno della squadra diventa scottante. Ma i Thunder, come da copione, continuano nella loro politica sui giovani, ancora puntanto ai Draft. Il 2011 e il 2012 propongono alla franchigia scelte ben lontane dalle prime, in due draft si talentuosi in generale, ma altrettanto corti. La bravura della dirigenza è ormai nota e l’occhio lungo degli addetti porta a casa Reggie Jackson prima, e Jeremy Lamb assieme a Perry Jones dopo. A primo impatto giocatori del tutto normali, se non fossimo in Oklahoma, dove la squadra è costruita come un puzzle, e i tre citati sembrano proprio essere i pezzi mancanti, da tenere da parte per il momento giusto nella loro crescita. Ma c’è un punto cruciale nel lavoro del GM, che, quasi giocando d’azzardo, ha sempre visto un riscontro positivo dai draft. L’azzardo, però, è il modo più rischioso di “giocare”, e spingere troppo sull’acceleratore a volte non paga come sperato.
newpittsburghcourieronline.com
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L’attenzione nel preservare Durant e Westbrook come unici trascinatori della squadra sembra anch’essa eccessiva, e il 2013, regala un draft si spoglio di talenti, ma anche equilibrato, almeno fino alla fine del primo giro. Proprio qui si manifestano le scelte estreme di Presti, che con una scelta alta, la 12, punta su un centro neozelandese dalla stazza invidiabile, ma con mani da falegname e una tecnica tutta da inventare. La scelta ovviamente rispecchia la filosofia della franchigia, di puntare al contorno. Con un Perkins in quelle condizioni, però,  e un Collison non più giovanissimo, Ibaka è chiamato a fare un duro lavoro sotto le plance, e di certo Steven Adams non può dare un apporto straordinario viste le sue evidenti lacune offensive. 12esima scelta dicevamo, con ancora in attesa di una chiamata gente come Olynyk, ma anche Antetokounmpo o Muhammad, che magari non sono i più funzionali alla squadra, ma portano quell’estro che a volte serve più della compostezza per puntare in alto. Ma che sia l’ennesima scommessa vinta da Presti? In effetti tutte le altre scelte azzeccate non possono essere un caso.

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