Rockets, può bastare il talento?

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-Houston, we have a problem

-What is it?

-It doesn’t matter, it’s nothing

-What’s the problem?

-Nothing!

-Please, state your problem

-You know too damn well, what the problem is!

In molti avrete letto questa (geniale) gag dal titolo “The first woman on the Moon”. Io ho immaginato che una discussione simile sia avvenuta davvero, tra James Harden e Daryl Morey, il GM dei Rockets.

Che carini | sports.cbsimg.net

Il “problema” di cui parla The Beard ha due nomi ed un cognome (anche piuttosto pesanti nel mondo NBA): Kevin Edward McHale. È inutile girarci tanto intorno: l’ex ala dei Celtics è uno dei peggiori allenatori della Lega. Certo, sarebbe bello pensare che un giocatore di assoluto talento, un vincente, nonché Hall of Famer, sia poi diventato un grande coach. E invece no, perché le storie, spesso, non seguono le tappe ideali fissate dalla nostra immaginazione.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare

Prima dell’ovvio j’accuse, riconosciamo anche i meriti di McHale. Intanto i freddi e nudi numeri: nei quattro anni da head coach di Houston ha sempre finito con un record superiore al 50% di vittorie, migliorando ogni anno la percentuale (dal 51,5% del primo anno, fino al 69,6% al momento in cui scriviamo). Evidentissimi sono, inoltre, i miglioramenti di alcuni giocatori sotto la sua gestione. Da Motiejunas allo stesso Harden, passando per Parsons e Berverley, sono in tanti a dovere qualcosa al tre volte compione NBA. Piaccia o meno, ha costruito una squadra da Playoffs (ad Ovest, decisamente dura), avendo a disposizione solamente second round picks e giocatori scartati da altre squadre. Certo, ha avuto Harden (che però ha plasmato lui nel ruolo di starter che Brooks non gli aveva mai concesso) e Howard (in una fase di calo fisico impressionante), ma il resto non è così “speciale”. Nel ruolo di point guard ha avuto prima un giocatore che, quando non risulta dannoso, è perfettamente inutile, come Lin e poi Pat Beverley (scarto di mezza NBA, fuggito in Europa). In ala piccola ha letteralmente cresciuto Chandler Parsons (scelto al secondo giro), salvo poi vederlo partire per Dallas “in cambio” del più diligente (ma meno talentuoso) Trevor Ariza. Nel ruolo di 4 ha costruito Jones, giocatore dal buon Q.I. cestistico, ma undersized e senza qualità precise. La panchina è attualmente formata da: Terry, Dorsey, Brewer (Corey), Papanikolaou, Smith (Josh), Motiejunas (anche se titolare in assenza di Jones), Shved e Canaan. Tolto il 37enne Terry (a fine carriera), gli altri rientrano tutti nella categoria “2nd round picks” o scarti. Riepensandoci, anche Terry va dritto dritto nella categoria scarti.

Un piccolo contributo sulla carriera del McHale giocatore:

 

Come giocano i Rockets (ovvero, il non-sistema di Kevin McHale)

Il playbook di Houston è qualcosa di molto simile ad un libro fatto di pagine bianche, con in copertina la scritta: “Harden Fai Quello Che Vuoi” (sotto, più piccolo, “ogni tanto dalla anche a Dwight”). Facili ironie a parte, l’attacco di Houston si sviluppa in transizione in caso di rimbalzo difensivo o recupero di palla (9,9 steals a partita, primi nella Lega). In questa situazione i Rockets sono nell’elitè NBA: il 18,6% dei loro punti viene da una palla persa avversaria (3° miglior dato). In caso di rientro della difesa o di azione conseguente ad un canestro subito, Houston ha un solo gioco: il pick and roll con Harden da palleggiatore. Il bloccante può variare a seconda delle situazioni; solitamente si alternano Howard, D-Mo e J-Smoove. Quando a bloccare è l’ex Magic, i tre giocatori non coinvolti nel P&R si dispongono sul perimetro (due negli angoli). In questo caso raramente la difesa permette l’alley-oop per Howard, concedendo più spesso lo scarico di Harden sul perimetro; il recivitore preferito dei passaggi dell’ex OKC è infatti Ariza (10,2 a partita), seguito da Motiejunas, Beverley e Terry, con DH12 solamente in 5a posizione. Quando il bloccante è uno tra l’ex Hawks e il lituano, invece, la difesa tende ad aiutare di meno (vista la presenza del numero 5 all’interno dall’area), concedendo la ricezione al lungo dopo il cosidetto “short roll” (il bloccante, invece di rollare fino al ferro, si ferma prima). A questo punto tutto sta nella bravura del Motiejunas di turno nello smistare la palla sul perimetro dopo averla ricevuta. Questa è la situazione ideale per Smith, che ha grande visione di gioco ed eccellenti doti di passatore (certo, poi fa più danni della peste in tutte le altre situazioni, ma bisogna sapersi accontentare). Come si capisce, dunque, molto dell’attacco di Houston dipende dalle percentuali con cui entrano quei tiri da 3. Essendo la prima squadra per triple tentate (33,6 a partita, a +6 dai Blazers secondi!), il discorso si amplifica maggiormente. L’alternativa al P&R centrale di Harden è la palla in post basso per Howard. Più che alternativa, è la più classica delle situazioni-Shaq (dai l’osso al cane, e difenderà la casa), con la piccola differenza che O’Neal spalle a canestro dominava, mentre Dwight è un giocatore di post abbastanza nella media.

I punti deboli e la difesa

Descritto così, l’attacco dei Rockets sembrerebbe praticamente innarrestabile; uno dei primi due attaccanti del pianeta, un valido giocatore interno e tanti tiratori. Eppure le chance di titolo di Houston quest’anno sono prossime allo zero. Per varie motivazioni. Anzitutto, ad oggi i razzi non hanno lo stretch 4 che tanto gli servirebbe. Certo, Jones e Motiejunas possono segnare sporadicamente qualche tripla e Josh Smith crede di essere la reincarnazione di Reggie Miller (povero Josh…), ma nessuno dei tre è un tiratore affidabile. Più la palla comincerà a scottare (leggi: Playoffs), più le difese si chiuderanno maggiormente in area, lasciando tanti tiri al lituano e i suoi colleghi. Il quintetto piccolo non è una pista percorribile, in quanto i Rockets sono privi di un 3 che possa giocare nello spot di ala grande. Altro problema quello legato alla panchina; a Houston mancano una point guard e un centro di riserva (attualemente Terry gioca tutti i minuti del back-up di Beverley e Dorsey è il sostituto di Howard). Ancora in ottica postseason, la panca dei Rockets non sembra essere attrezzata a dovere. Non avendo alcun sistema, quando Harden è fuori, la squadra di McHale farà tanta fatica a creare buoni tiri in attacco, contro le arcigne difese dei Playoffs. Nella difesa, al contrario, risiede molta della forza di questi Rockets: i ragazzi di McHale hanno infatti il 3° miglior Defensive Ratio della Lega. Dato che non dovrebbe sorprendere troppo, considerando il materiale a disposizione; Beverley è un mastino, Ariza uno dei difensori migliori sugli esterni e Howard, nonostante tutto, un ottimo rim protector (i suoi avversari perdono più di 5 punti percentuali rispetto alla loro media, quando tirano negli ultimi 3 metri contro di lui). Se a questo sommate un Harden motivato a smentire le voci che lo accusavano (giustamente) di essere un clamoroso telepass difensivo, avrete un quadro di quello che può fare la difesa dei Rockets quando motivata. Ancora una volta, qual’è il problema? Semplice. Così come in attacco, anche in difesa i giocatori sono discontinui. Brewer e Smith possono aiutarti moltissimo a vincere una partita, ma dietro l’angolo hanno sempre pronta la prestazione da 19 al tiro, 4 perse e la difesa da campetto in Agosto. Inolte, come detto, Howard il ferro lo protegge, ma solo quando decide lui; essendo un giocatore estremamente umorale, non si può mai essere tranquilli.

Perchè, attualmente, non possono vincere

I Rockets sono attualmente in terza posizione nella Western Conference, in condivisione con Trail Blazers (1-0 nella serie stagionale) e Clippers (0-1). La classifica è davvero corta tra la seconda posizione di Memphis (34-12) e la settima di San Antonio (30-17), ed è quindi impossibile prevedere gli accoppiamenti nei Playoffs. In un ipotetico primo turno, potrebbero forse battere Dallas (2-0 in stagione), o forse potrebbero cavarsela con i Clippers, ma, a nostro parere, difficilmente riuscirebbero ad uscire indenni da una serie con Portland al completo. San Antonio al momento è un’incognita; il record di 30-17 mente incredibilmente sul valore dei campioni NBA, ma riuscirebbero a vincere la serie senza il fattore campo? Infine, crediamo che Memphis sia superiore a Houston strutturalmente, in particolare dopo aver scambiato Prince per Green. Golden State è un capitolo a parte ed è una squadra che i Rockets possono forse battere una volta su dieci, e diciamo forse. In stagione i Warriors hanno già sweeppato la truppa di McHale senza troppi fronzoli (4-0, con uno scarto medio di oltre 15 punti).

Per ultimo, il finale di partita contro Denver, dove i compagni cercano in tutti i modi di negare la tripla doppia al Barba. Fallendo all’ultimo secondo.