The Importance of Being Melo: restare a NYC o cambiare aria?

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Waterloo, Caporetto, Leningrado: la storia ci consegna tante disfatte da prendere come esempio. Fra questi illustri riferimenti, nel contesto sportivo e, nella fattispecie, quello cestistico, una menzione rischieranno di prendersela anche i Knicks di quest’anno. Una squadra che tra l’altro è sostanzialmente completa: buon quintetto, anche giovane, una panchina oltre la sufficienza e il nostro Carmelo, uno degli atleti più “amazing” della Lega. Il rovescio più ovvio della medaglia è che questo roster viene a fare la bellezza di 88 milioni di dollari, a cui si sommano i 34 milioni di luxury tax, per un totale di circa 122,5 milioni. Una cifra esorbitante che salta fuori dagli stipendi indicibili di Melo e Stoudemire(!), che si aggirano sui 21,5 milioni all’anno ciascuno. A tutto ciò si aggiunga pure un allenatore, Woodson, che non si è dimostrato all’altezza di poter gestire una franchigia ambiziosa e turbolenta di per sé. Bene, il risultato di quest’anno è stato il nono posto ad Est, con l’eloquente record di 37-45.

In questo scenario desolante, l’imminente free agency di Carmelo Anthony lo rende uno dei bocconcini più appetibili per la sessione estiva di mercato. La domanda se ne valga o meno la pena di rimanere a New York City sorge dunque lecita e spontanea. E a questa, Melo (nativo di Brooklyn) ha già risposto, dichiarandosi pronto anche a ridursi lo stipendio così da poter allestire un roster che possa davvero puntare al titolo già alla prossima stagione, complice anche l’arrivo alla presidenza di Phil Jackson. Già, ma il prodotto di Syracuse non ha considerato che la sua commovente proposta non consentirebbe comunque ai Knicks di fare miracoli, considerato lo stipendio oneroso di Stoudemire (23,4 milioni), i 14,6 milioni che percepirà Chandler e i discutibilissimi 11,5 che avrà il nostro Bargnani.

Oscar Robertson (per i più giovani, si parla di un prossimo 76enne 12 volte All-Star, oro olimpico a Roma nel ’60, decimo marcatore nella storia NBA e condottiero dei Bucks al loro unico titolo nel lontano 1971), la settimana scorsa, non ha potuto fare a meno di dire la sua a proposito del caso Anthony. Il pensiero di Big O è quello dell’appassionato-opportunista medio: perché rinnovare a New York e continuare a predicare nel deserto, quando ci sono squadre di spessore che ti vogliono e ti possono ingaggiare? Effettivamente, tanto semplice quanto logico. Anche intrigante, se vogliamo, quando le pretendenti sono Chicago, Houston e Los Angeles sponda Clippers. C’è da vedere, però, se consideriamo come presa la decisione di cambiare franchigia, quale delle tre suddette strade si mostra più percorribile. Robertson, dal canto suo vede Houston come la più fattibile e promettente.
La premessa che va fatta è che per la stagione prossima il salary cap sarà ancora fermo sui 63,2 milioni, con l’hard cap che si estende fino ai 77. L’hard cap altro non è che la fascia di estensione massima del monte salari, rappresentante il limite oltre il quale si sfocia nel pagamento della luxury tax. Le squadre ivi comprese hanno limitazioni di vario tipo per quanto concerne l’ingaggio di free agent. Dalla stagione 2015/16, il salary cap aumenterà a 66,5 milioni, mentre l’hard cap toccherà addirittura gli 81.

IPOTESI CHICAGO: I Bulls sembrano proprio essersi preparati per prenderlo. Hanno spedito Deng a Cleveland di corsa per liberarsi dei 14 milioni di contratto dell’inglese nella finestra di mercato invernale. Dopo la recente eliminazione con i Wizards hanno poi deciso di tagliare Carlos Boozer, potendo contare sulla clausola amnesty, utilizzabile una sola volta fino al 2016, che permette a una squadra di potersi liberare di uno stipendio ritenuto troppo gravoso sul monte salari, qualora il giocatore non accettasse di essere scambiato. Così, dagli 81 milioni di inizio anno, si è passati ai 70,4 dopo la cessione di Deng e l’innesto di Fredette (anche lui prossimo alla free agency), ai 55,1 milioni se Boozer venisse tagliato con clausola amnesty. Questo permetterebbe ai Bulls di avere ben 22 milioni di spazio salariale per firmare Melo e garantirsi due panchinari (un sesto e un ottavo uomo) per poter davvero puntare al titolo senza dover pagare onerose luxury tax, come quella da 17 milioni di quest’anno. Il quintetto a cui potrebbe aspirare la franchigia dell’Illinois è il seguente.
Anthony – Gibson – Noah – Butler – Rose
Mancano in panchina un paio di lunghi decenti e anche una guardia tiratrice volendo. Al momento, uniche reali alternative sono Dunleavy in luogo di Melo e Augustin in luogo di Derrick Rose. Il problema, ad ogni modo, con una buona gestione del salario di Anthony, può essere ampiamente aggirato.

IPOTESI HOUSTON: Prima che Chicago tagliasse Boozer, effettivamente Big O avrebbe avuto ragione, l’ipotesi Texas sarebbe stata la migliore. I Rockets al momento hanno un monte stipendi di 59 milioni, il che vuol dire che Melo ne potrebbe prendere fino a 18 all’anno e soprattutto potrebbe giocare in un quintetto stellare. Cosa che non sottintende che possa andar bene, perché conviene sempre cercare un certo equilibrio fra tanti talenti. Ma Harden, Melo e Howard rischierebbero di diventare i nuovi big three dell’NBA, dove realmente tutti e tre gli elementi siano di spessore. Inutile dire che le porte delle Finals potrebbero facilmente spalancarsi con un’oculata gestione e qui potrebbe cascare l’asino. Per non incorrere in fastidiose luxury tax, le opzioni sarebbero quelle di scambiare Lin e Asik, o di liberare Garcia (se lui vuole), Hamilton e Parsons per ritagliare altri 3 milioni da poter dare a Melo, arrivando a 15. In questa ultima ipotesi, il quintetto dei Rockets per l’anno venturo potrebbe somigliare a questo:
Anthony – Asik (Motiejunas) – Howard – Harden – Beverley (Lin)
Le uniche pecche potrebbero solo essere le amnesie difensive in cui incappano spesso i più talentuosi. Il resto è tutto grasso che cola.

IPOTESI CLIPPERS: Questa, al pari di Houston, rischierebbe addirittura di creare un’era con l’arrivo di Melo. Ma con i dovuti ritocchi. La situazione salariale (per non parlare di quella societaria), infatti, non è delle migliori. Anzi, dopo le trade di quest’anno, è la peggiore. I Clippers partivano da un monte stipendi di 75 milioni, ma con gli innesti di Davis, Turkoglu e Granger, si è toccato quota 110 circa. I tre suddetti però erano tutti all’ultimo anno: di conseguenza a Los Angeles si possono liberare facilmente del turco, mentre per Granger e Davis c’è la player option, che rimette nelle loro stesse mani la scelta se rimanere o no ancora in California. Nel caso in cui entrambi partissero, ci sarebbe ancora la player option di Collison e la free agency di Hollins. In totale, se i Clippers riuscissero a far partire tutti quelli in scadenza, opzioni permettendo, il monte salari ritornerebbe ai 75 milioni. A quel punto, per far spazio a Melo, occorrerebbe una trade, ma solo Paul (18 milioni) e Griffin (16) sono quelli che più si avvicinano agli oltre 21 di Anthony. Pertanto la cosa risulterebbe molto complicata. L’unico spiraglio possibile è che i Clippers allestiscano una trade a più squadre per levarsi dal groppone qualche stipendio pesante (ad esempio i 10 milioni di Jordan e i 5 di Crawford, provando a trattenere a quel punto Davis) per far spazio salariale a Melo. Prendendo quest’ultima ipotesi in considerazione, il quintetto fiabesco che ne risulterebbe è il seguente.
Anthony – Griffin – Davis – Redick – Paul
Panchina sempre decente con Collison e Barnes, che però ha bisogno di almeno un altro elemento di livello considerevole per puntare realmente in alto.

Nella prospettiva di una sempre più probabile conferma di James a South Beach, i riflettori saranno probabilmente tutti puntati su Melo. La sua destinazione per la prossima stagione diverrebbe la nuova telenovela estiva. Specialmente perché, a differenza di LeBron, sono tante le squadre che potrebbero aggiudicarselo: basti pensare a Boston che con le scadenze di quest’estate si ritaglia 20 milioni di spazio salariale. Starà a Anthony, dunque, scegliere se essere il bravo capitano che non abbandona mai la nave o far predominare l’inesorabile voglia di primeggiare, forte delle proprie capacità, per vincere altrove e incidere il suo nome nell’albo d’oro di questo sport. Più di quanto non abbia già fatto.

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