Vite da NBA: Wilt Chamberlain – The Big Dipper

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  “Bill Russell helped make my dream a better dream because when you play with the best, you know you have to play your best.”  Bill Russell mi ha aiutato a rendere il mio sogno migliore, perché quando giochi contro il meglio, sai che devi dare del tuo meglio.” www.gamedayr.com Il “piccolo” Wilt Mamma Olivia e papà William danno alla luce un altro figlio, saranno nove alla fine, e decidono di chiamarlo Wilt poiché abitavano in una piccola casa della periferia di Philadelphia, la cui via si chiama Wilton Street. Il piccolo Wilt cresce ad una velocità impressionante, tanto da misurare 1 metro e 80 all’età di 10 anni, ma è molto fragile e rischia di morire a causa di una polmonite. Superate le difficoltà si rende conto di essere un atleta spaventoso, ma il basket proprio non gli piace, lo ritiene un gioco per femminucce e si dedica all’atletica con risultati più che eccellenti; tuttavia, vista la sua altezza smisurata, si lascia convincere per giocare nella squadra del proprio liceo: la “Overbrook High School”. Sceglie questa scuola perché ci andavano i suoi fratelli e rifiuta molte offerte perché adesso è alto 2 metri e 11, e c’è la fila per portarselo dalla propria parte.  Il basket non lo convince ma dal momento che piace alle ragazze, inizia a giocare; un anno più tardi, la prima di una lunga serie di donne con cui si divertirà.

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La carriera liceale Ad Overbrook viene allenato da Cecil Mosenson con il quale, in 3 anni, otterrà un record di 54 vittorie e 3 sconfitte, di cui la prima in finale del campionato di Philadelphia nel suo anno da rookie, ma nei successivi due vincerà tutto ciò che è possibile vincere. Chiuderà la carriera liceale con 37.4 punti a partita con un picco di 90 punti contro Roxborough, mettendo così le basi della Partita con la P maiuscola, che tratteremo più avanti. Durante le vacanze estive viene assunto come cameriere presso il “Kutsher’s Hotel” dove lavora di giorno, e gioca a basket la sera agli ordini di Red Auerbach. Il coach dei Celtics invita l’MVP delle Finals NCAA B.H. Born per far abbassare la cresta a Wilt; il risultato fu di 25-10 per Chamberlain, che porta Born a smettere con la pallacanestro e diventare un designer di trattori. Inutile dire che tutte le università degli Stati Uniti vogliano avere Chamberlain, a cui si accoda lo stesso Auerbach, che lo spinge verso New England per poterlo scegliere al Draft NBA con la “Territorial draft pick”, ma Wilt scarta questa opzione, così come le università del Sud per motivi razziali; scarta UCLA, che lo avrebbe fatto diventare una star del cinema e casa sua, la PENN University che è disposta ad offrire dei diamanti. Alla fine sceglie Kansas University di coach Phog Allen. “Rock Chalk Jayhawk” Phog Allen è l’erede di Naismith, l’inventore di questo gioco meraviglioso, e rivoluziona la pallacanestro come la conosciamo noi. È uno dei motivi che ha spinto Wilt a scegliere Kansas ma ormai si è reso conto che non c’è niente e nessuno in grado di poterlo fermare, neanche la segregazione razziale della città di Lawrence. Chamberlain dichiarerà più tardi che lui stesso ha integrato la città perché nessuno aveva il coraggio di opporsi a questo scherzo della natura. Gira per la città con la sua macchina dove sulla targa compare la scritta “The Big Dipper”, l’Orsa Maggiore, soprannome datogli da un suo compagno liceale: è il re di Kansas.
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Non gioca al primo anno perché le regole dell’epoca lo impediscono, ma con i suoi compagni rookies sconfigge il resto della squadra che lotta per il titolo; Phog Allen ha per le mani un giocatore che non passerà mai più. Nel primo vero anno, Wilt conduce Kansas al torneo NCAA che si svolge a Dallas, città ancora più razzista di Lawrence, dove viene ricoperto di insulti di ogni genere ma arriva in finale contro North Carolina. Coach McGuire fa saltare alla palla a due il suo playmaker Tommy Keams, 1 metro e 75 contro i 2,17 di Wilt: riesce ad entrare così nella psiche di Chamberlain e porta la gara al terzo supplementare abbassando il numero dei possessi e triplicando Wilt costantemente. Kansas sbaglia la rimessa decisiva e vince UNC. La sconfitta più dolorosa della sua carriera. Per assurdo Keams diventerà suo consulente finanziario, mentre McGuire suo coach nella NBA, dove Wilt vorrebbe andare subito, ma le regole impongono di finire gli studi. Opta così per gli Harlem Globetrotters. Vita da Harlem A Kansas aveva conosciuto Goose Tatum, uno dei più grandi Harlem di sempre, che lo convince a giocare con lui e il proprietario dei Globetrotters, Abe Saperstein, gli offre un contratto di 50 mila dollari (oggi circa 400 mila). All’epoca la star NBA Bob Cousy ne guadagna la metà. L’anno di Wilt è il più divertente perché gli Harlem vincono sempre, dopo ogni partita conclude la serata con una donna diversa, e perché gioca con colui che ritiene il più grande di sempre, tale Meadowlark Lemon, che cambia le partite inventandosi siparietti comici in ogni match. Vengono accettati anche al Sud perché ritengono sia uno spettacolo non pericoloso ma il capo della FBI, Edgar Hoover, ha già aperto un file a nome Wilt Chamberlain da quando aveva 16 anni. È un nero troppo pericoloso. Chamberlain conclude il tour con gli Harlem con due partite in Europa a Roma e Mosca, prima di compiere il grande salto verso la NBA.
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“You must understand as a kid of color in those days, the Harlem Globetrotters were like being a movie star”

“Dovete immaginare di essere un ragazzo di colore in quei giorni, gli Harlem Globetrotters era come essere una stella del cinema” I primi anni NBA Lo scelgono i Philadelphia Warriors grazie alla scelta territoriale introdotta nel 1955 da Eddie Gottlieb, affinchè i campioni nativi di una città giocassero per la propria terra qualora fossero in una università che non comprendeva franchigie NBA nello stesso stato. Wilt è il primo in assoluto nel 1959 ad essere selezionato, poiché era nato a Philadelphia. All’esordio contro i Knicks segna 43 punti e prende 28 rimbalzi, nessuno si è mai vagamente avvicinato ad una prestazione del genere, ed alla quarta partita si scontra per la prima volta contro Bill Russell, il giocatore più vincente di sempre: “The Big Collision”. Sarà il vero problema di Chamberlain: su 8 serie di playoff, ne perderà 7, e su quattro Gare 7 ne perderà altrettante. Ciò nonostante, nella prima stagione NBA Wilt vince il premio di MVP, Rookie dell’anno (unico assieme a Wes Unseld) e MVP dell’All-Star Game, mantenendo una media di 37 punti e 26 rimbalzi a partita; ma in finale contro Boston perde in 6 gare dop
o averne saltate due per essersi infortunato alla mano, tirando un pugno ad Unseld che lo tratteneva in continuazione. La frustrazione è tale che decide di ritirarsi! Poi Gottlieb gli offre 100 mila dollari in 3 anni e gli fa cambiare idea; colleziona valanghe di record come i 55 rimbalzi catturati in una singola partita. Sì esatto, 55. Tornano in finale ma perdono ancora, questa volta contro i Syracuse Nationals. Wilt non si ritira, ma pretende un cambio di allenatore e Gottlieb gli regala McGuire, colui che lo aveva battuto con North Carolina.

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Anno di grazia 1962 Wilt è talmente superiore rispetto agli altri che non ritiene necessario allenarsi, o meglio, si allena quando ha voglia; gioca a Philadelphia ma vive a New York in una villa vicino a Central Park, tanto per rendere l’idea. Vuole superare i suoi record e si mette in testa di voler segnare 4000 punti in una stagione, e in una settimana di marzo esagera. Domenica contro i Knicks 67, martedì contro St.Louis di Bob Pettit 65, Mercoledì contro Chicago di Bellamy, rookie dell’anno, 62 e 12 stoppate tutte a Bellamy, giovedì si “rilassa” e si consola (sapete come) e raggiunge nel pomeriggio Hershey, Pennsylvania. Si sente bene e prima della partita va alla sala giochi e non sbaglia un colpo. Inizia la partita contro i Knicks ma dopo il primo quarto  l’unico fotografo della partita se ne va perché ne ha abbastanza; l’unica testimonianza di quella che sarà una partita leggendaria è la radiocronaca. Il centro titolare dei Knicks, Phil Jordan, è infortunato, e la sua riserva commette il terzo fallo dopo 10 minuti. Wilt sarà marcato da avversari di 1.90 per metà partita, ma è diventato anche efficiente ai liberi perché da quest’anno li batte dal basso: chiuderà con 28/32. Alla fine del terzo quarto Wilt ne ha 69 a referto e la partita non esiste più; New York non vuole entrare nella storia e fa fallo su tutti i compagni di Chamberlain che giocano per lui. È storia! Chamberlain segna i punti numero 99 e 100 della sua partita ed arriva un’invasione di campo che sospende la gara. Tra il pubblico è presente anche Paul Vathis, premio Pulitzer dello stesso anno, che ha la macchinetta fotografica in macchina; la prende e immortala Wilt nell’istantanea che tutti conosciamo.
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“Ai cento punti non ci pensavo proprio, ma quando ho segnato nove tiri liberi di fila, ho immaginato che forse il record dalla lunetta potevo farlo.” Trionfi e delusioni Chamberlain è nettamente il più forte di tutti ma non vince fino al 1967, e vince perché rispetta il suo allenatore, Alex Hannum, e perché è convinto che i suoi compagni sono forti, per i quali è disposto a passare la palla e far vedere che è lui il più grande e non Russell, che al contrario è il più vincente di sempre perché ha sempre giocato per i compagni. Wilt fa fuori Bill ai Playoffs e vince il titolo in finale contro San Francisco. Dopo aver dimostrato di essere il più grande, quando lo ha voluto, torna il vecchio Wilt che distrugge lo spogliatoio fino al punto di chiedere la cessione ai Lakers, perché c’è Hollywood e lui si considera perfetto per quella vita; anche a Los Angeles continua la sua collezione di donne, che a suo dire saranno oltre 20 mila. Con i Lakers però la musica non cambia più di tanto: si arriva in Finale Playoffs contro i Boston Celtics, Gara 7 in casa al Forum, in una partita che doveva essere vinta: peccato che Russell, visti i palloncini sul tetto del palazzo pronti a piovere sul campo per i festeggiamenti, ha deciso che non sarebbero mai scesi. Jerry West viene nominato MVP nonostante la sconfitta (primo e unico nella storia), ma Wilt perde ancora: l’anno dopo ancora Gara 7, questa volta al Madison contro i Knicks ed è ancora sconfitta per mano di Willis Reed, che infortunatosi in Gara 5 alla coscia destra, rientra per l’ultimo atto zoppicante e mette i primi due tiri con Wilt che lo marca a 5 metri di distanza, guidando la rimonta. Chamberlain perde ancora. Russell se lo sarebbe mangiato Reed, ma a Wilt mancava quella stessa cattiveria agonistica, è un gentiluomo sul parquet ed è forse per questo che non ha vinto quanto avrebbe dovuto. Vince finalmente nel 1973, anno in cui i suoi Lakers collezionano 33 vittorie consecutive, ma nell’estate seguente si ritira, questa volta definitivamente.
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Esageratamente Wilt Allena San Diego nella ABA, si dedica alla pallavolo e fa altre centomila cose a Los Angeles dove ha costruito una casa a dir poco avveniristica in cui ha inserito un semaforo per il consueto via vai di donne. In pieno stile Chamberlain. Nel 1980 Wilt gioca al campetto di UCLA come suo solito, ma questa volta c’è Magic Johnson che fischia due/tre cose che non gli vanno a genio: “No more layups in this gym!” Johnson MVP delle finali non la vede più, Wilt ha 41 anni e cancella il dominatore della NBA. Gli offrono un contratto i Lakers, e poi anche Cleveland quando di anni ne avrà 50, ma rifiuta perché non vuole stare seduto in panchina; già, perché nella sua carriera non è mai uscito dal campo ed ha avuto una media di 48.1 minuti a partita compresi anche i supplementari.  Nel 1997 viene inserito nei 50 giocatori più grandi di sempre, tra cui è come una calamita, tutti sono attratti da lui, dal più grande; poi tornò a Lawrence, a Kansas dove nessuno voleva lasciare il palazzo come 40 anni prima, perché lui è Wilt; infine onorò il ritiro della maglia del suo avversario più grande, Bill Russell. Wilt se ne andò una mattina di ottobre all’età di 63 anni per un attacco di cuore. Nessuno come lui. Nessuno sarà mai come lui. Per sempre Wilt “the Stilt” Chamberlain.  

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