We The North: l’importanza delle Finals per i Raptors

We The North: l’importanza delle Finals per i Raptors

I Toronto Raptors hanno raggiunto, per la prima volta nella loro storia, le Finals NBA. Sono molti i significati dietro l’importanza di questo traguardo

di Raffaele Guerini

“It’s over”: pensando a queste parole, la testa di un cestita mostrerà una chiara immagine. Canotta viola, scritta “Toronto”, numero 15. L’immagine di un giovane, giovanissimo Vince Carter che chiude una delle gare di schiacciate più memorabili della storia del basket moderno.

It’s over: è finita, la settimana scorsa, l’attesa dei tifosi Raptors per le Finals NBA. Un’attesa lunga, durata quasi 24 anni: dal 1995 infatti gioca nell’NBA l’ormai unica squadra canadese (i Vancouver Grizzlies, entrati in NBA nella stessa espansione che ha introdotto Toronto, hanno traslocato nel 2001 direzione Tennessee). Una storia peculiare, complessa, fatta di grandi amori e di grandi delusioni.

I Raptors nascono a metà degli anni Novanta, in una NBA ancora dominata dallo strapotere del 23 di Chicago, “Dio travestito da Michael Jordan”. Il nome stesso celebra quegli anni spettacolari, pregni dello show-business che ha portato la NBA ad essere una delle leghe sportive più seguite al mondo: i Raptors non sono altro che la trasposizione su palla a spicchi del film campione d’incassi Jurassic Park. Un tentativo di avvicinare gli allora più piccoli al mondo del basket: lo sport dominante in Canada è uno, si gioca sul ghiaccio e porta il nome di hockey. Difficile che la NBA abbia la stessa risonanza di uno sport che grida “Canada” da ogni lato, così la dirigenza decide di puntare sulla futuribilità della neonata squadra.

I primissimi anni non sono facili: per una squadra nata da un’espansione entrare in competizione con le concorrenti è sempre più difficile. Così per accendere un po’ di entusiasmo a Toronto bisogna attendere due draft: 1997 e 1998. Il primo porta ai Raptors il giovanissimo Tracy McGrady, all’epoca il più giovane giocatore in NBA; il secondo è uno spartiacque fondamentale nel destino della franchigia. È interessante come alla fine la storia si ritrovi sempre: i Golden State Warriors, avversari in questa finale, sono la squadra che forse più di tutte ha segnato l’avvenire di Toronto. Decisi in tutti i modi ad ottenere Antawn Jamison, scambiano la loro quinta scelta al draft 1998 con la quarta di Toronto, Jamison appunto. Il ragazzo che ottengono i Raptors è Vince Carter: guardia originaria della Florida, passato da North Carolina, atleta fuori dal comune.

L’arrivo di Carter segna una svolta nella storia dei Raptors: fino ad allora, erano stati “i canadesi”. Fuori dagli Stati Uniti, in una città che la quasi totalità dei giocatori NBA mai aveva visto, schiacciati dal peso specifico che l’hockey ha in Canada. La nicchia in cui erano stati forzati però non può contenere la personalità e l’atletismo di Carter: a suon di schiacciate, Vinsanity – Air Canada – Half man half amazing (i suoi principali soprannomi) porta Toronto in quel mondo mediatico spettacolare che è la NBA. L’entusiamo che porta in campo è sorprendente, ma può avere le sue ragioni: Michael Jordan si ritirerà a fine stagione e c’è il disperato bisogno di nuove stelle emergenti. Un’eredità che alcuni assegnano anche a Carter (tra gli altri: Bryant, Iverson, Shaq, Garnett sono solo alcune delle stelle dell’epoca) dopo quello Slam Dunk Contest del nuovo millennio.

L’entusiasmo che accompagna la squadra, però, si rispecchia nei risultati solo in parte: i Raptors arrivano ai Playoff per la prima volta nel 2000, per essere subito eliminati dai New York Knicks di Ewing e Sprewell. Nel 2001, risultato inverso e Raptors che accedono al secondo turno dei Playoff: dall’altro lato, i Philadelphia 76ers. Ancora una volta la storia ritorna a far parlare di sé: in quella serie, i Raptors se la giocano fino agli ultimi secondi, ma il tiro di Carter sulla sirena non schiaffeggia la retina e consegna la vittoria ai Sixers; nel 2018, un tiro di Kawhi Leonard da posizione uguale ma sul lato opposto del campo regala ai Raptors il passaggio alle finali di Conference, proprio contro Philadelphia. Giustizia divina? Forse più lecito parlare di destino, perché nel 2019 i riferimenti al 2001 sono molteplici. Chi fu l’autore del passaggio per Carter, in quella Gara-7? Un certo Dell Curry, padre di Seth e Steph. Quest’ultimo era un bambino all’epoca, ma che già si allenava col padre e con Carter nel centro di allenamento dei Raptors.

Le stagioni successive diventano via via però un problema: gli infortuni dimezzeranno le forze dei Raptors, con lo stesso Carter martellato dalla sfortuna. Qualcosa si rompe nel rapporto tra l’uomo-franchigia e la nuova dirigenza, portando al divorzio durante la stagione 2004-2005. In seguito, i Raptors si innamoreranno di altri giocatori, attesi al varco dall’eredità pesantissima di quegli anni gloriosi: Chris Bosh, anche lui dimenticato dalla dea bendata e troppo spesso in infermeria; DeMar DeRozan, che non riesce nell’impresa tanto attesa di portare i suoi alle Finals di Conference. Toronto nel mentre cresce a livello di popolarità, soprattutto grazie al sostegno di uno dei suoi cittadini più illustri, il rapper Drake, che ne diventa “Global Ambassador”.

L’estate 2018 segna, per l’ennesima volta, un cambio di rotta: licenziato il Coach dell’Anno Dwayne Casey, il posto in panchina lo prende Nick Nurse. Il roster però subisce il cambiamento più radicale: DeRozan, idolo dei tifosi, viene ceduto tramite trade ai San Antonio Spurs, che spediscono a Toronto Kahwi Leonard. Tanti, in Canada, sono scettici. Non solo DeRozan era un beniamino, ma Leonard rientra da una stagione piuttosto nuvolosa, dove ha giocato poco ma ha creato molte discussioni sul proprio stato di salute effettivo. Il suo contratto scade inoltre nel 2019: riusciranno i Raptors a convincerlo a restare? Per molti, difficilmente.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, sapete come è andata la stagione: gioco da leader e medie da star per Leonard, alchimia in campo decisamente trovata grazie a maturazioni importanti (Pascal Siakam) e acquisti di peso (Marc Gasol). I Playoff sono un trionfo, la prima della classe Milwaukee è sconfitta e Leonard ha dimostrato a tutta la NBA il tipo di giocatore che ancora è.

A Toronto l’entusiasmo è travolgente: un fattore sono quei tifosi cresciuti con la squadra. I bambini del 1995, ancora non del tutto legati al mondo del baskteball, sono cresciuti con i Raptors. Hanno vissuto le gioie, le sconfitte, le perdite e le risalite: tutto con la zampa del dinosauro sul cuore. Per molti già l’accesso alle Finals NBA è un traguardo fondamentale, il punto più alto della loro vita da tifosi. Per questo vedere Drake esultare a bordo campo può infastidire, ma non si può biasimare: lui ha portato Toronto al centro della cultura hip-hop, una città che dal nulla ora invece è caput mundi. Come la squadra, anche lui si è dovuto costruire da zero una carriera arrivata al vertice. Non è solo pallacanestro: dietro a quelle esultanze, c’è la rivincita di una città, di una nazione che spesso si è trovata all’ombra dello scomodo vicino.

Quindi per Vince Carter, per il Presidente Ujiri, che ha costruito questo successo, per Drake, per i tifosi del Jurassic Park e per tutti quelli a cui piacciono le storie di rivalsa: queste Finals sono il momento che stavamo aspettando. Da un lato una squadra che cercherà la terza vittoria consecutiva, dall’altro i contendenti sulla carta in svantaggio. Golden State Warriors fate attenzione: non sottovalutate Toronto, potreste averne delle brutte sorprese.

“Started from the bottom now we’re here; Started from the bottom now the whole team here

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