Westbrook dopo il ko in casa Spurs: “No moral victories here”

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Essere abituati a tirare la carretta da soli, in una squadra mediocre tutto sommato, gli ha dato lo scorso anno la palma di MVP e di un record che resisteva da mezzo secolo o quasi. Quest’anno è chiamato al salto di qualità, semmai ve ne sia stato bisogno, eppure nonostante siano arrivati Carmelo Anthony e Paul George, sono arrivate sconfitte, record tutto sommato uguale se non peggiore rispetto al passato, e uno sguardo che non è il suo.

L’intervista nello spogliatoio dell’AT&T Center di San Antonio, dopo una vittoria sfumata e gettata al vento dopo aver condotto anche in doppia cifra, ci regala l’immagine di un Russell Westbrook triste, laconico, che si limita ai monosillabi ai giornalisti e che conclude, in uno stile che ha reso celebri altri giocatori su quel parquet, anche se con la canotta neroargento dei suoi avversi, con una frase prima di andare via, abbassando la visiera del suo baseball cap: “No Moral Victories Here”.

Non è lo stesso giocatore che l’anno passato sfornata triple doppie come se piovesse. Ha ancora il tritolo nella gambe, quel primo passo che ti lascia lì atterrito, quei tiri ignoranti presi dopo due tre secondi di azione, anche nonsense se vogliamo, eppure i numeri non arrivano, le vittorie tantomeno e si ha la netta sensazione che non abbia più il polso emotivo della situazione. Non è un caso che le ultime vittorie di OKC siano arrivate quando mancava uno dei pezzi dello starting five, una volta a testa per Anthony e Adams, in cui ci sono state più responsabilità e più “necessità” da sopperire.

Agli analisti che parlano ancora di una mancanza di chimica, di una squadra che durerà un anno ma che deve ancora conoscersi perché nuova, potrebbe rispondersi che comunque queste star han condiviso un sistema come quello della nazionale e che “i campioni veri trovano sempre un modo per vincere” – e qui su Carmelo e Russell come potenziali vincitori di un anello si potrebbe scrivere un trattato di antropologia – eppure è il gioco stesso che grida ancora l’assoluta incompletezza dei Thunder.

La trama è pressappoco la stessa, Westbrook abusa del palleggio, pick and roll al gomito specie con Adams, poi si va al ferro, oppure scarico dopo il roll per George in punta o Anthony nel mezzo angolo. Varianti pochine, con magari il pop dell’ex Knicks. Solo tiri estemporanei, la costruzione è poca, la capacità di closing ancora minore. Adams si mette in partita con i rimbalzi offensivi, Roberson non è il tuo attaccante da squadra da titolo, il resto sono forzature. Finchè van dentro nulla questio, vantaggio in doppia cifra inclusa, se escono becchi il parziale e perdi le partite.

Quello che lo mette in evidenza è la contrapposizione con gli Spurs, che giocano senza un go to guy di riferimento, che toccano tutti e cinque la palla prima di un tiro e che magari hanno sì Aldridge – che sarebbe lo stesso criticatissimo dello scorso anno – ma non vivono e muoiono in funzione dei suoi tiri.

L’involuzione di Westbrook o meglio la sua discontinuità è ancor più rimarcata se si pensa che Harden e Durant, tolti dal terzetto magico, han preso sempre e comunque le redini delle formazioni in cui si sono andati a trovare e hanno una costanza di rendimento maggiore in termini di efficienza. Lo #0 dei Thunder ha mostrato il meglio di sé quando ha dovuto prendersi la squadra sulle spalle e come Atlante col peso del mondo ha portato avanti il ciclo dei giorni, dimostrando invece di essere la scheggia impazzita di un qualsivoglia contesto in cui è stato inserito.

Che sia destinato a suonare sempre e comunque in assolo e mai con un’orchestra di supporto? Questa forse la traduzione di quelle sue laconiche e frammentate parole su “nessun vincitore morale” dopo la sconfitta in casa Spurs. Potrebbe anche comunque essere l’acquisizione di una consapevolezza diversa, forse matura, che stavolta prescinda da quei numeri che sono sempre nelle sue corde, nessuno lo nega, ma che forse saranno sempre effimeri se non troverà la giusta chiave di accesso per giocare con i suoi compagni, star o comprimari che siano.

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